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Recensione di Il piccolo amico di Donna Tartt

Charlotte Cleve è molto indaffarata, in occasione della festa della mamma ha organizzato un pranzo nella sua bella casa di Alexandria, nel Mississippi, e l’idea di fare bella figura davanti all’intera famiglia la rende nervosa. Un profumino invitante inebria l’aria e gli ospiti aspettano affamati attorno alla tavola apparecchiata con cura; Charlotte esce in giardino a richiamare i figli per poter dare inizio al pranzo. Le bambine, Harriet e Allison, stanno giocando a pochi passi dall’ingresso, ma di Robin, il primogenito, non sembra esserci traccia. Charlotte chiama il figlio invano e, pervasa da un forte senso di angoscia, comincia a cercarlo in ogni angolo della proprietà, sperando non si sia fatto male nei pressi dello stagno. Brutale e inaspettata è la scena che si dipinge davanti agli occhi della donna: il piccolo Robin appeso a un albero, una corda legata al collo, gli occhi sbarrati senza vita.

Gli anni passano e la terribile ferita sulla famiglia Cleve non si è mai rimarginata, diventando con il tempo sempre più infetta. Charlotte, abbandonata da un marito vile che non ha saputo rimettere insieme i pezzi di una famiglia distrutta, è inerme, barricata dietro a un muro fatto di dolore e di silenzi. Le bambine crescono con una madre fantasma, un padre per corrispondenza e l’affetto di una nonna acida.

Harriet però, sembra non soffrirne particolarmente. A differenza della sorella Allison, chiusa e taciturna, la piccola di casa sa il fatto suo. Tanto intelligente quanto scontrosa, Harriet è una ragazzina che sa farsi rispettare e tende a non ascoltare le persone di cui non ha stima, neppure se si tratta dei propri insegnanti. Il suo unico amico è Hely, sciocco come tutti gli altri dodicenni, ma talmente invaghito della ragazzina da assecondare ogni sua decisione. Proprio per questo Harriet decide di coinvolgerlo nel suo complesso progetto: scoprire l’assassino, ancora impunito, del fratello Robin. Guidata da curiosità e perspicacia, la dodicenne riesce a raccogliere informazioni fondamentali nel giro di poco tempo e a individuare un possibile colpevole. Ma come sono andate realmente le cose? Può davvero una ragazzina scoprire qualcosa che nemmeno le forze dell’ordine, gli “adulti”, sono riusciti a capire?

Una terribile tragedia, un mistero da risolvere, un gruppo di protagonisti decisamente fuori dall’ordinario. Queste sono le carte che Donna Tartt mette in gioco nel suo Il piccolo amico, un romanzo scritto con la maestria degna di un premio Pulitzer.

Approfondimento

Il piccolo amico ha il gusto di una ricetta malriuscita. Gli ingredienti sono di prima scelta, l’arte di combinarli insieme è quella di uno chef esperto, eppure qualcosa sembra andare storto durante la cottura. Fuor di metafora, questo romanzo fonda su premesse accattivanti, è scritto in modo impeccabile dall’affermata scrittrice statunitense Donna Tartt, eppure finisce per ridursi in un unico, breve, scarno aggettivo: noioso.

Una lettura lenta, abbandonata e ripresa più volte con non poco sforzo, uno stato di suspense puntualmente deluso.

Ciononostante il libro ripaga gli audaci lettori in due modi: lo stile dell’autrice, capace di distinguersi nel panorama degli autori contemporanei, e la caratterizzazione dei personaggi. Questi ultimi, imperfetti, scontrosi, vigliacchi, a cui è impossibile affezionarsi, vengono percepiti dal lettore vivi in modo spiazzante. La Tartt riesce a entrare in ciascuno dei suoi protagonisti, a leggere nella loro mente, a indossare le loro vesti per poi descriverli in modo terribilmente veritiero.

Se avete voglia di saggiare uno stile narrativo da Pulitzer, forse è il caso di avventurarsi in un altro romanzo della Tartt.

abc

Recensione di Il braccialetto di rame di autori vari

Harold Middleton è un ex ufficiale dei servizi segreti militari americani. Dopo essere andato in pensione, e aver provato a fare l’insegnante di musica e il semplice consulente, si rende conto che la vita tranquilla non fa per lui, così decide di riunire alcuni componenti scelti, tra cui anche sua figlia, e creare un gruppo militare no profit e legato a nessuna associazione governativa, chiamata Volontari, per dare la caccia ai peggio criminali internazionali.

Ed è proprio mentre stanno dando la caccia a Sikari, un criminale indiano, che le cose si complicano. Sikari infatti ingaggia Jana e Balan, due sicari che lo vedono come un idolo e trattati da lui come dei figli per scoprire chi è lo Scorpione. Una figura misteriosa, che non si capisce se stia dalla parte di Sikari o contro, specialmente visto che è colui che ha permesso a Sikari, quando era un ragazzino, di diventare quello che è ora finanziandogli gli studi. I Volontari si ritroveranno così in mezzo a queste due forze, che peggioreranno ulteriormente quando Sikari verrà sostituito dal figlio, e dovranno decifrare rebus e segreti, girando per mezzo mondo, guardandosi sempre le spalle per impedire lo scoppio della Terza Guerra Mondiale.

Non poteva fare a meno di domandarsi come una donna potesse essere tanto disinvolta all’idea di uccidere un neonato.

Le descrizioni dei personaggi de Il braccialetto di rame sono spesso indirette, ma non per questo meno efficaci. In questa frase, ad esempio, traspare tutta la rudezza di Jana, ma vista attraverso il pensiero di Balan che si interroga sul suo comportamento anomalo.

“Chiunque con un minimo di buon senso avrebbe lasciato perdere. La situazione era oltremodo pericolosa, ma proprio per questo Orane ne era sempre più attratto: si sarebbe fatto ammazzare, piuttosto che mollare quella storia.”

Altra descrizione indiretta per spiegare al meglio la risolutezza e la testardaggine di Orane, in modo che il lettore abbia la sensazione che sia una sua percezione e un proprio pensiero sorto mentre approfondisce di persona la conoscenza del personaggio, come se lo stesse frequentando direttamente.

«La luna, come simbolo, è più antica dell’Islam. Bisanzio la scelse ben prima che Maometto facesse la sua comparsa, per così dire. Rappresenta la dea Diana. Era una cacciatrice - mi fermi se conosce già la storia - ma era anche la protettrice dei deboli e degli indifesi. Una luce divina nelle tenebre.»

Oltre alle bellissime e spettacolari descrizioni, che non riguardano solo i personaggi ma anche i luoghi, trasportando quasi fisicamente il lettore in giro per il mondo, gli autori hanno inserito anche molti fatti di storia reale, che oltre a rendere il romanzo più realistico, lo fa diventare anche istruttivo, così da essere ancora più interessante, e il tutto senza mai cadere in una narrazione monotona o noiosa, ma sempre briosa, attiva, vivace e coinvolgente.

Una foto pubblicata da Leggere a Colori (@leggereacolori) in data:

Approfondimento

L’idea di Il braccialetto di rame è di Jeffery Deaver, che invece di scriverlo da solo ha voluto unire i sedici maestri del giallo internazionale facendo raccontare a ognuno di loro un capitolo, creando un romanzo sensazionale, adrenalinico, con grandi colpi di scena e soprattutto con una struttura narrativa talmente ben legata e omogenea che sembra scritto da un’unica mano invece di sedici, pur mantenendo però l’inequivocabile stile per ognuno di loro.

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Recensione di Pane cose e cappuccino dal fornaio di Elmwood Springs di Fannie Flagg

L'odore che si respirava tra quelle pareti era familiare, come se ci fosse già stata altre volte, come se nell'aria fosse rimasto il vago ricordo di un sogno.

Era questa la sensazione che dopo tanto tempo Dena era finalmente riuscita a far accettare al proprio cuore, fattosi ormai troppo arido e duro per permettere a qualsiasi sentimento di entrarvi, fatta eccezione per quei momenti, specialmente durante la notte, in cui vecchi ricordi le facevano visita riaprendo una ferita mai completamente risanata. Non poteva cedere, non ora che stava finalmente riuscendo nel suo intento, a costo di rimetterci la propria salute poiché avrebbe finalmente fatto parte del Network.

Dopo un inevitabile tracollo fisico, causato da pessime condizioni fisiche e da un insostenibile ritmo impostole dalla metropoli newyorkese, la giovane donna fu costretta a riavvicinarsi ai luoghi in cui aveva trascorso parte della sua infanzia. Totalmente abbandonata alle cure e attenzioni di tutti coloro che ebbero in un qualche modo avuto a che fare con Dena, ella riuscì finalmente a riscoprire il piacere di vivere e, contemporaneamente, il calore di una famiglia che credeva aver perso per sempre.

Pane cose e cappuccino dal fornaio di Elmwood Springs è un libro che obbliga il lettore a riflettere su importanti aspetti della società moderna e, contemporaneamente, sulle fatalità che costellano il ciclo vitale di un “essere sociale”. A tratti ironico e leggero, la narrazione procede rivelando a poco a poco le variopinte tessere di un puzzle ben più ampio del corso vitale della protagonista e che intende abbracciare tutte quelle famiglie e anime sensibili costretti a vivere e a confrontarsi con una condizione sociale delle più oscure del XX secolo: la segregazione razziale dei neri d'America.

Approfondimento

Il testo di Fannie Flagg in apparenza semplice e leggero, anche grazie alla scrittura accurata e scorrevole, non sembra voler essere un mezzo di amplificazione di un messaggio profondo e di notevole portata storica. Tuttavia bisogna aver pazienza e tenacia e lasciarsi incuriosire dai bizzarri personaggi che si incontrano lungo il percorso, poiché ci si imbatterà in importanti momenti di testimonianza storica e di vita sociale, sapientemente organizzati nel discorso, volti a far emergere uno spunto di riflessione nella mente del lettore.

Tu lo trovi divertente, ma se non stai attenta finiranno per calpestarti. Sei un'idealista, credi che l'uomo sia una creatura nobile […] e credi che noi possiamo cambiale la natura umana. Palle! Non si può cambiarla, e tu stai sbattendo la testa contro un muro. La gente ha avuto 2 milioni di anni per cambiare, ed è rimasta la stessa. [...] Il libero arbitrio. È stato un fiasco fin dall'inizio. Ci ha dato la possibilità di scegliere se essere buoni o cattivi. Ci ha dato troppa indipendenza! Puoi ripeterglielo fino a soffocarti alle persone, di essere buone, ma non ti daranno retta. Le prediche le accettano solo in chiesa, dove sanno che cosa le aspetta e vanno già preparate.

Sarebbe forse un bene per l'intera umanità, e prima di tutto per noi stessi, cogliere l'invito della scrittrice e dedicare qualche minuto del nostro tempo a una riflessione estremamente attuale nonostante i fatti narrati ci riportino agli anni Settanta; il percorso di vita umano è troppo breve per essere lasciato al caso e alla corrotta mente umana.

Noemi Veneziani

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Recensione di In piedi sull’arcobaleno di Fannie Flagg

«La nostra vita è tutta un cosa-sarebbe-successo-se. Non trovate anche voi?»

In piedi sull’arcobaleno si apre con un prologo, una sorta di lettera ai lettori, da parte di Tooth Wooten, un personaggio bizzarro che nel libro in sé apparirà poche volte.

La vera protagonista della storia è Dorothy, la quale è anche la voce narrante. Ci viene presentata una cittadina dove chiunque vorrebbe vivere; una comunità unita nella quale ci si sostiene l’uno con l’altro.

Impossibile non innamorarsi di personaggi come Bobby, il vivace e combinaguai, figlio di Dorothy e Doc Smith, Beatrice Woods, la dolcissima cantante cieca, Hamm Sparks, che inizia vedendo trattori e finirà per vendere se stesso come politico, Betty Raye, la quale, nonostante un’iniziale debolezza caratteriale, ci dimostra la vera forza delle donne… e tantissimi altri ancora.

Ogni personaggio dà un insegnamento, perché ognuno, a suo modo, affronta con forza i problemi che la vita gli pone davanti.

Il tutto è incorniciato nella narrazione di come la mentalità vada via via cambiando nei decenni che trascorrono; notiamo l’evolversi della figura femminile che, con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, acquista importanza, in quanto le esse sono costrette a rimboccarsi le maniche e provvedere da sole a loro stesse in assenza dei mariti partiti per la guerra e quindi la donna ha un nuovo posto nel mondo maschile e sessista, che caratterizzava gli anni ‘40-‘50.

Elmwood Springs appare un leggermente fuori dal mondo, la gente è ottimista, fiduciosa verso il prossimo, tanto è vero che quasi tutti i cittadini accolgono in casa propria un pensionante che entra a far parte della famiglia; non ci sono razzismi di alcun genere, anche se comuni in un paese del sud degli USA negli anni ’50. I cittadini di Elmwood Springs sono una grande famiglia.

Non mancano, ovviamente, i dolori e le tragedie, ma tutte sono superate con il buonsenso che il tempo impone e con quella sottile vena umoristica che contraddistingue Fannie Flagg.

Per la prima volta aveva contemplato la propria vita da lontano, o per meglio dire da un punto diverso dal centro del suo universo privato. Possibile che fosse davvero solo un puntino in mezzo a tanti altri? Si era sempre creduto speciale, diverso. Adesso era solo confuso.

Approfondimento

Fannie Flagg utilizza uno stile incalzante e spigliato, infatti la narrazione è veloce, ma non confusionaria; il linguaggio è semplice, ma coinciso; ogni parola è usata a dovere ed è adeguata al contesto.

Conosciamo i personaggi tramite le loro azioni e i loro pensieri; sono descritti alla perfezione e si riesce quindi a percepire le loro personalità e la loro psicologia. Inoltre è meravigliosa l’immagine che la Flagg riesce a dare dei tempi che cambiano; di come, man mano, che i decenni passano, la mentalità cambi e si evolva.

In piedi sull’arcobaleno è un libro che vi farà divertire, sorprendere e anche commuovere, poiché ci si affeziona talmente tanto ai personaggi da sviluppare una strana empatia con essi, così che i loro sentimenti riescono a penetrare nel lettore, il quale si sente partecipe alle vicissitudine narrate.

In definitiva, consiglio questo incredibile libro a tutti: vi lascerà con la sensazione di avere impiegato bene il vostro tempo. Chiunque intraprenderà questa lettura si accingerà a vivere mille vite diverse e a partire per un pianeta chiamato Elmwood Spings.

Federica Pontieri

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Recensione di Un uomo di Oriana Fallaci

È il primo maggio del 1976: Alekos Panagulis, eroe della resistenza greca nella lotta contro la dittatura dei colonnelli, perde la vita in un misterioso incidente automobilistico. Pochi giorni dopo, in occasione dei funerali, milioni di persone si accalcano per le strade di Atene al grido di "Zi, zi, zi! Vive, vive, vive!".

È da qui che comincia Un uomo, dalla fine, dalla conclusione della storia di un uomo che è vissuto e morto da uomo. A raccontarcela è Oriana Fallaci, sua compagna di vita, che ad Alekos aveva promesso questo libro, affinché ciò che avevi sofferto non andasse completamente perduto. Ecco, dunque, il motivo di quella dedica iniziale, semplice e bellissima:

Γιά σένα

Per te.

La narrazione continua, tornando al 1968. Panagulis ha appena tentato di assassinare il tiranno Papadopulos ma il suo piano è fallito. Ha provato a fuggire ed è stato catturato; gli hanno offerto di collaborare ma, irremovibile, ha rifiutato. Seguono pagine strazianti, in cui Oriana racconta con bravura indicibile le indicibili torture fisiche e psicologiche patite da Alekos durante la prigionia. E gli interrogatori, i processi, le condanne a morte mai eseguite, gli scioperi della fame, i ripetuti tentativi di fuga... Sono anni durissimi, quelli di Boiati, ma né i maltrattamenti dei carcerieri né l'isolamento in una cella così angusta da esser soprannominata "la tomba" riescono a strappargli la speranza nel futuro, la capacità di sognare, l'ispirazione a tradurre in versi la rabbia, il dolore, i pensieri: «Non ti capisco, Dio. / Dimmi di nuovo. / Mi chiedi di ringraziarti / o di scusarti?». E nel frattempo, in Grecia e all'estero, il caso Panagulis assume grande rilevanza mediatica e la sua fama si diffonde nell'opinione pubblica. Alekos diviene un eroe del popolo. Ma, si sa, il popolo dimentica in fretta i suoi eroi...

Oriana Fallaci incontra Panagulis nel 1973, dopo la sua scarcerazione. Volata ad Atene per intervistarlo, se ne innamora subito, da subito riamata, dell'amore più pericoloso che esista: l'amore che mischia le scelte ideali, gli impegni morali, con l'attrazione e coi sentimenti. Ed ecco che Un uomo si fa anche fedele diario della storia di un amore estremo, coraggioso, tormentato. Alle sue pagine Oriana lascia in custodia i ricordi di anni brevi ma intensi. Racconta le battaglie politiche, affrontate vestendo i panni di Sancho Panza che segue il suo impavido - o incosciente? - Don Chisciotte, e i momenti di smarrimento, tanti, e la fiducia reciproca mai venuta meno... Non narra le gesta di un eroe ma quelle di un essere umano, di cui non tace né debolezze né cedimenti. Il risultato è il ritratto di un personaggio al contempo epico e autentico: quello di un Uomo.

«Alekos, cosa significa essere un uomo?» «Significa avere coraggio, avere dignità. Significa credere nell'umanità. Significa amare senza permettere a un amore di diventare un'àncora. Significa lottare. E vincere. Guarda, più o meno quel che dice Kipling in quella poesia intitolata Se. E per te cos'è un uomo?» «Direi che un uomo è ciò che sei tu, Alekos.» [da Intervista con la storia, 1974]

Approfondimento

Un uomo è la favola di un poeta ribelle, di un eroe solitario. Ma una favola senza lieto fine. È la storia di chi si è battuto per la verità, per la giustizia, per la libertà, andando contro tutti i poteri e tutti i potenti, senza arrendersi mai. È il racconto di una vita vissuta al massimo, senza compromessi, rischiando sempre il tutto per tutto, al motto di Rouge ou noir, le jeu est fait, rien ne va plus. È il romanzo di un uomo con la U maiuscola, che è stato vittima della sua stessa vita. Ma è anche il riscatto di una donna innamorata. È il suo canto d'amore, triste e tenace, che si leva da queste pagine e ci entra nelle orecchie come un coro assordante: "Zi, Zi, Zi! Vive, vive, vive!".

Un uomo è un libro che indigna e ferisce, che commuove e scuote le coscienze. Straordinaria è la sua forza coinvolgente, che molto deve alla scelta della narrazione in seconda persona. Il ritmo incalzante, lo stile graffiante e incisivo, e l'equilibrio solido e perfetto fra il tono distaccato della cronaca e quello appassionato del romanzo, fanno di quest’opera una delle vette letterarie del nostro ‘900.

«Non si fa il proprio dovere perché qualcuno ci dica grazie, lo si fa per principio, per se stessi, per la propria dignità.»

Angela Saba

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Recensione di Quaderni di Serafino Gubbio operatore di Luigi Pirandello

Non è possibile raccontare le vicende contenute in Quaderni di Serafino Gubbio operatore senza svelarne totalmente la trama, ma ci proverò. Il romanzo è costituito da sei quaderni, divisi in sotto-capitoli, nei quali Gubbio racconta le vicissitudini che incorrono nella sua vita, gli incontri che gliela cambieranno, le sue emozioni, i turbamenti e la sua semplice vita da operatore presso la Kosmograph, la casa di produzione cinematografica di cui fa parte. Seppur all’inizio del romanzo sembri essere un personaggio quasi marginale all’interno della Kosmograph, dato il suo impiego (“finii di essere Gubbio e diventai una mano”), in realtà la sua presenza è, ovviamente, fondamentale. Il suo lavoro consiste nel girare la manovella della macchina da presa, una mano impassibile di fronte alle azioni che vengono riprese, impiego che gli sottrae ogni pensiero ed emozione. Ma in realtà dentro Gubbio si nasconde un mondo che pian piano anche gli altri personaggi cominciano a cogliere: dal signor Nuti, al signor Ferro, dalla femme fatale Varia Nestoroff al tragicomico Cavalena. Gubbio si fa quasi da portavoce della sofferenza dei personaggi con cui vive: li osserva, li analizza, scopre loro la "maschera" facendosi specchio. Forse Gubbio conosce troppi accadimenti in cui non avrebbe dovuto ficcanasare? Forse sì, ma in fondo, se così non fosse stato, il romanzo si sarebbe limitato a un mero elenco degli avvenimenti circoscritti alla sua vita, senza che avesse un appiglio particolare.

Inoltre, non mancano in Quaderni di Serafino Gubbio operatore numerosi spunti di riflessioni offerti da Pirandello stesso. Innanzitutto si presenta in modo prorompete il tema delle maschere, tanto caro all’autore, e dunque la tendenza ad apparire in modo diverso rispetto alla propria natura (un esempio ne è la Nestoroff, che maschera insoddisfazione e disagio con una sfacciata sicurezza e arroganza nei rapporti con gli uomini). Questo non fa altro che accentuare l'incomunicabilità dei personaggi, aumentandone la sofferenza e il disagio che li pervade.

Durante la lettura si riesce inoltre a comprendere la forte sensazione di disagio provata da Pirandello nei confronti della meccanizzazione del mondo che lo circonda: parliamo di un processo in cui egli stesso, suo malgrado, si è trovato coinvolto. Non casuale è la professione di Gubbio, né il suo continuo girare la manovella della camera da presa, obbligato a servirla per mangiare e quindi dipendente dalla stessa. Gubbio, e di conseguenza Pirandello, sono consci di ciò e non lo vorrebbero accettare. Tuttavia il triste epilogo vede il protagonista sconfitto, poiché, sebbene abbia conquistato una posizione rispettabile e invidiabile nella società, diventa muto, e, solamente in quel momento, passivo esecutore: la crudeltà dell’epilogo, che Gubbio registra impassibile nella sua memoria e nella sua macchina da presa, lo sconvolge a un livello tale da non consentirgli di riprendersi. Gubbio, ormai accetta passivamente il tipo di esistenza che lo aspetta, non si sforzerà più, come aveva invece fatto in precedenza, di capire a fondo quanto sta accadendo: da quel momento si limita a essere il perfetto operatore, "solo, muto e impassibile”, che avrebbe sempre voluto essere e che il mondo cinematografico esigeva.

Approfondimento

Quaderni di Serafino Gubbio operatore presenta delle discordanze fra l'ordine degli avvenimenti e l'ordine del discorso. La narrazione inizia infatti con una retrospezione di un anno, utile a far comprendere al lettore il contesto e la trama, ma che gli permette di comprendere poi gli avvenimenti successivi. Spesso, soprattutto nel Quaderno II, Pirandello utilizza dei flashback per rievocare la giovinezza di Gubbio, ricordando i momenti vissuti a casa di nonna Rosa, insieme al suo amico Giorgio e sua sorella Duccella.

Per quanto concerne il lessico, risulta abbastanza ricercato, in quanto vengono spesso utilizzati termini tecnici e specifici del linguaggio cinematografico. Questo escamotage potrebbe avere il duplice scopo di permettere al lettore di entrare il più possibile nell’opera, ma anche di sottolineare l’importanza sempre maggiore delle macchine nella società.

In complesso è una lettura piacevole che però non consiglio a un lettore occasionale, in quanto potrebbe trovare alcune difficoltà nella comprensione, non solo lessicale, ma anche da un punto di vista temporale dell’opera.

Federica C. Coco

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Recensione di Carta straccia di Gianpaolo Pansa

Giampaolo Pansa, autore e narratore di Carta Straccia, nonché testimone delle vicende che racconta, mette al servizio dei suoi lettori cinquant’anni di carriera in svariate e importanti testate italiane. Un “libro-giornale” (secondo la mia personale visione dei fatti) nel quale Pansa narra l’amore per il giornalismo, nato grazie alla prima macchina da scrivere regalatagli dal padre e svanito con gli anni, a causa di un’ informazione rivelatasi sempre più menzognera. Pansa rivendica un giornalismo falso e fazioso dove le notizie sono macchiate di molta politica e poca obiettività. Partendo dal mito della resistenza e considerandola una storia raccontata solo dai vincitori. Descrivendo redazioni gremite da comunisti o comunque militanti della sinistra, per i quali contava esclusivamente la faziosità politica più della bravura del singolo giornalista. Raccontando la feroce storia delle Brigate Rosse, coperte, secondo lui, dalla sinistra del tempo e proseguendo con il racconto di atti violenti che caratterizzano anche l’Italia di oggi. Atti da condannare (rammenta anche il caso Tartaglia). Inspiegabile, a suo dire, il sostegno del web, sempre più feroce e rovente che rende lecito ogni gesto seppur vandalico e disumano.

Pansa infarcisce il tutto anche di esperienze personali, non risparmiando al lettore nomi e cognomi di volti noti del giornalismo, della politica e della televisione (questi ultimi soprannominati da lui: i sultani rossi). Doveroso citare, poi, la continua guerra mediatica che il giornalista descrive contro Silvio Berlusconi, alias “Caimano” o “Papi”, che vede crollare uno dei vecchi fondamenti del giornalismo: la vita privata al di fuori degli articoli di politica. Scelte poco professionali, strade intraprese per impennare le vendite e affermare l’egemonia di pensiero dei grandi direttori.

Una narrazione nostalgica, ricca di ricordi personali e malinconia per il giornalismo “autentico”, dove il Pansa descrive e denuncia lo sfacelo dei giornali, sempre più scadenti e falsi.

Tuttavia, in un primo momento, i racconti del giornalista sembrano essere anch’essi intrisi da una certa faziosità, condannata da lui stesso per tutto il libro. In realtà, come poi si definirà anche lui, Pansa più che di destra o di sinistra è un “Revisionista”. Va, cioè, a narrare le vicende per come sono accadute, dando voce sia ai vinti sia ai vincitori. Denunciando l’ipocrisia odierna, dove l’unica cosa che conta è affermare il proprio pensiero a prescindere dal fatto che possa essere giusto o sbagliato. Questo, a mio parere, è il perno sul cui si districa tutto il libro e il pensiero dell’autore. Carta straccia è un libro che arricchisce il punto di vista del lettore perché stimola a pensare in maniera diversa e a valutare le vicende sotto un'altra luce, a prescindere dall’idea politica del singolo.

Una lettura non troppo leggera, a volte prolissa nelle vicende personali che rendono alcuni tratti poco comprensibili a chi non conosce bene il mondo dell’editoria di cui Gianpaolo Pansa parla.

Si riscatta, comunque, nel complesso, risultando un libro diverso. Forse impopolare, ma riflessivo. Condizionato, secondo il mio modesto parere, anche dalla morte di colleghi cari all’autore, uccisi da un pensiero diverso da quello della società.

Seppur un po’ pesante Carta straccia è un libro per menti aperte, capaci di andare oltre e indagare per la verità dei fatti.

Approfondimento

La figura che più ho amato è stata quella dello storico, che Pansa ha contrapposto a quella del giornalista. Ponendosi una domanda abbastanza complicata da risolvere: “Il giornalista deve essere imparziale e limitarsi a raccontare le vicende per come accadono? Come anche lo storico dovrebbe fare. O è giusto che scriva anche in base al suo modo di vedere le cose?”. Shakespeare avrebbe detto “Essere o non essere? Questo il dilemma”. Il tutto ispirato a Nonna Caterina (nonna dell’autore) dalla saggezza antica, quella che solo le persone di un tempo preservavano in loro.

Alessia Bellizzi

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Recensione di La bastarda di Istanbul di Elif Shafak

Zelya cammina per Istanbul con aria fiera e indossando scarpe con i tacchi a spillo. Quello è un giorno importante per lei, un giorno da non dimenticare: lei quel giorno abortirà. Prima di arrivare in clinica Zelya si incontra e si scontra con la sua città, i suoi abitanti, le sue tradizioni. Zelya non riuscirà ad abortire, lei partorirà Asya.

Rose è una ragazza americana, madre di una bambina, Armanoush, nata dal suo matrimonio finito male con un ragazzo turco. Rose, quasi per fare un dispetto alla troppo tradizionalista famiglia del suo ex marito, si risposa con un ragazzo turco, conosciuto per caso in un market.

Diciannove anni dopo, Armanoush si trasferisce in Turchia alla ricerca delle sue vere origini e viene ospitata dalla famiglia del suo patrigno dove conosce la sua coetanea cugina Asya.

Tra le due ragazze è destinata a nascere un’amicizia così forte da superare tutti i pregiudizi della delicatissima questione armeno-turca. Storie che si intrecciano in maniera vorticosa, fino a che il buon senso e l’affetto che lega le due protagoniste non diventerà così forte da dimostrare che l’odio innato tra turchi e armeni si può superare. Terza protagonista indiscussa de La bastarda di Istanbul è la città di Istanbul: più che un luogo, più che uno sfondo di eventi, più che tutto. Istanbul è viva nel suo passato, nel suo presente e soprattutto nel suo futuro.

Considerata dal premio Nobel Orhan Pamuk la “migliore scrittrice turca dell’ultimo decennio”, Elif Shafak ci presenta ne La bastarda di Istanbul un romanzo vivo, scorrevole, attento ai particolari, attuale. Il tema toccato è spinoso quanto delicato ma la scrittrice turca lo affronta nel migliore dei modi, attenta a trovare la giusta via per un finale buonista. Episodi un po’ scontati si alternano a piccoli colpi di scena, ma oltre alla storia raccontata, lo stile di Elif Shafak, sempre ricco di particolari, ci fa vivere con emozione e con attenzione ogni momento della vicenda narrata.

Approfondimento

Scritto in terza persona, La bastarda di Istanbul batte molto sulle suggestive e affascinanti atmosfere di una città, Istanbul, che vive e accompagna le protagoniste nelle loro storie e nei loro passati. Davvero un buon romanzo, sia per il tema che per il modo in cui viene trattato. Forse l’abbondanza di particolari e un inizio un po’ lento possono scoraggiare il lettore meno convinto del tema, ma man mano che si entra nel vivo della storia non si riesce a smettere di leggerlo. La bastarda di Istanbul è un libro che consiglierei a tutti coloro che hanno a cuore questioni etnico storiche, ma soprattutto a chi ama leggere un buon romanzo.

Giuseppe Panfili

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Recensione di I 7 peccati di Hollywood di Oriana Fallaci

I 7 peccati di Hollywood è il primo libro di Oriana Fallaci. Scritto nel 1958, ci racconta con un linguaggio chiaro e molto attuale il magico mondo dell'industria del cinema e dei suoi protagonisti.

Il libro nasce dopo un inverno, per la precisazione l’inverno del 1955, passato tra New York e Los Angeles a caccia di notizie sulle star per una serie di reportage per “L’Europeo”, di cui Oriana Fallaci era un'inviata. Da questa esperienza nello star sistem nasce, appunto, questo suo primo libro, dove, con un linguaggio chiaro e lineare racconta le gioie, i dolori, i sacrifici, le vittorie e le sconfitte dei divi degli anni ‘50. Durante la sua permanenza la Fallaci riesce a “ingraziarsi” personaggi quali Orson Welles (il quale, tra l'altro, le scrive la prefazione del libro), si “infiltra” ad una festa esclusiva solo dove pochi eletti vengono ammessi, e incontra attori, produttori e personaggi vari che ruotano intorno al luccicante mondo delle star. Tutti questi successi però sono accompagnati da una “sconfitta”: la Fallaci non riuscirà a intervistare Marilyn Monroe. Nonostante ci arrivi più volte molto vicina, non avrà il piacere e l'onore di intervistare la grande star. Ma la mancata intervista le porterà fortuna poiché diventerà famosa nell'ambiente di Hollywood come quell'italiana che era disposta a tutto pur di intervistare Marilyn e questo la porterà in contatto con molte persone più o meno famosi e più o meno vicini alla star.

Alla mancata intervista e a tutte le peripezie messe in atto dalla giornalista per raggiungere il suo scopo è pero dedicato un intero capitolo (nella fattispecie il preludio) de I sette peccati di Hollywood. E così, pur non avendo una testimonianza diretta, la Fallaci riesce a farci conoscere un po’ la diva superblindata. E, con la stessa curiosità, ci porta attraverso i capitoli del suo romanzo a conoscere la vita pubblica e privata di star come Kim Novak, grazie alla quale viene messo in evidenza il concetto, attualissimo, della glamourizzazione delle star, o Judy Garland, passata dall'essere una bambina prodigio a una donna in preda a un esaurimento nervoso ormai perenne e che insieme a Gene Terry la Fallaci “usa” per illustrare quella vena di follia che corre per le strade di Hollywood, la città delle pillole tranquillanti e della psicanalisi...

E le pillole, tranquillanti, dimagranti, insieme alla droga e all'alcool sembrano farla da padrone in questo mondo dorato, dove nel segreto delle loro feste le star nascondono un mondo che Robert Harrison, direttore di Confidential, tenta in maniera più o meno lecita di portare alla luce. Poche star si ribelleranno alle accuse della rivista, la maggior parte si limiterà a negare, nascondere e poi trovarsi a chiedere perdono dei loro peccati in una chiesa cattolica di Beverly Hills.

Dedica poi ampio spazio agli attori uomini: Frank Sinatra, Wiliam Holden e Yul Brynner.

Alcuni si dimostrano come delle persone niente più che egocentriche, presuntuose e capricciose, anche se al pubblico appaiono come la rappresentazione dell'uomo perfetto, affascinante, gentile e rude al tempo stesso. Spesso questi idoli sono più capricciosi e vanitosi delle donne. Ma sono anche quelli con maggior successo, anche in considerazione del fatto che si trovano in un paese dove le donne sono sia più numerose degli uomini sia più “potenti”, a discapito delle apparenze.

Al fianco di star del calibro di Frank Sinatra e degli attori da box office (Cary Grant, Gary Cooper, Jhon Wayne), gli adolescenti reclamano i ribelli in blue jeans, che conducono una vita sregolata, muoiono in automobile o spariscono dalle scene perché non più affascinanti sostituiti immediatamente da nuovi volti.

Tutti questi si ispirano al primo ribelle di Hollywood che, a differenza di quanto possono pensare le nuove generazioni non è il bello e impossibile James Dean, ma Montgomery Clift che con il suo stile influenzò tutti da James Dean a Anthony Perkins a Marlon Brando.

In questa rassegna di personaggi famosi in quegli anni non poteva mancare l'incontro con il re: Cecil Blount de Mille, l'uomo più importante di Hollywood, registra e produttore di centinaia di film tra cui l'imponete Dieci comandamenti. La Fallaci, nel suo giudizio distaccato, libero da ogni forma di servilissimo e sincero, non risparmia nemmeno lui.

E dopo il Re di Hollywood non poteva mancare l'intervista all'Odiato Superuomo, che altri non è che Burt Lancaster, più difficile da avvicinare del re e che con il motto “Hollywood non mi avrà” ha creato una nuova generazione di attori/produttori.

I sette peccati di Hollywood si conclude con un articolo apparso su “L'Europeo” il 27 ottobre 1957 sulla censura e le sue regole e su come in America, registri e produttori riescano ad aggirarla.

Approfondimento

La particolarità di questo libro è la leggerezza. Gli argomenti trattati, decisamente frivoli e da gossip, non rispecchiano quello che magari ci si aspetta da Oriana Fallaci, ma nonostante la leggerezza dell'argomento, la chiarezza del suo linguaggio, la maestria nella scelta delle parole, nella descrizione delle varie persone che ha incontrato, l'abilità indiscussa come narratrice della Fallaci, rendono questo libro curioso, interessante e divertente.

A essere sincera alcuni dei personaggi raccontati in questo romanzo mi erano sconosciuti, ma è stato un piacere conoscerli e leggere le storie di altri magari più noti ma che appaiono in una veste mai vista.

Lo consiglio vivamente, è piacevole, scorrevole, divertente e soprattutto attualissimo. Se non sapessimo che è stato scritto alla fine degli anni '50 e racconta di persone ed eventi accaduti allora, potremmo benissimo pensare che sia ambientato ai giorni nostri. Può essere cambiata la tecnologia, il modo di fare i film e di far conoscere e creare le star, ma la parte umana e il fine ultimo della grande macchina del cinema, è sempre lo stesso: creare sogni e illusioni.

Licia L.

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Il Male Oscuro di Berto ristampato dalla Bur dopo 50 anni

A distanza di cinquanta anni dalla prima edizione (1964), Rizzoli edizioni Bur ridà alle stampe uno dei testi più sofferenti e più significativi della produzione letteraria italiana contemporanea: Il Male Oscuro di Giuseppe Berto. Un flusso ininterrotto di coscienza che scardina la sintassi e la grammatica tradizionale imponendosi per la sua sostanziale assenza di punteggiatura. Il romanzo, una sorta di diario alla Zeno Cosini , ripercorre la vita dell’autore, solipsistico e camicia nera, dall’infanzia al rapporto fallimentare con l’universo femminile. Vicino a Joyce e al monologo teatrale, Giuseppe Berto, sceneggiatore cinetelevisivo, in preda ad una potente crisi esistenziale, iniziò a scrivere per catarsi dietro indicazione del suo psicoanalista. Benché l’autore rifugga per indole dal parlare di sé, in romanzo è di fatto autobiografico: uno sceneggiatore, in seguito alla morte del padre, cade in una depressione che lo coinvolge a 360 gradi, facendo scempio della sua vita sentimentale-affettiva, a causa di una nevrosi somatizzante di carattere isterico. Divenuto certo del tumore del padre e della conseguente morte, pensa di aver contratto la medesima malattia, ma in realtà fisicamente è assolutamente sano, mentre il disturbo è di matrice meramente psicologica.

3106013-9788817012195Chiunque nella suil-male-oscuro1a vita sia stato o sia affetto da una nevrosi vorrebbe che questo libro sia parto della fantasia dell’autore, invece è assolutamente fedele ritratto della vita amara e conflittuale di un uomo che per modalità di sofferenza e potenza espressiva si può accostare a C.E. Gadda affetto da un feroce complesso materno. Ci chiediamo perché proprio oggi sia il caso di riproporre un testo sacro di psicoanalisi.

Perché, checché ne dicano i detrattori, la psicoanalisi freudiana coglie la verità della vita di molte persone ancor oggi affette da nevrosi depressive o compulsive, perché si tende a riproporre in età adulta modalità di comportamento acquisite nell’infanzia attraverso le relazioni parentali, specie genitoriali. Così, come si desume da contributi fondamentali della psicocritica contemporanea come quelli dello studioso esimio Enrico Castrovilli (Scritti di psicocritica), la psicoanalisi resta uno strumento di ricerca validissimo per indagare dentro la storia personale di scrittori del calibro di Berto e Gadda, perché essi sono la prova vivente che la psiche non è solo una parola, ma una realtà che s’impone allo sguardo di chi soffre e di chi raccoglie il messaggio di aiuto che viene lanciato attraverso i sintomi che qui si fanno letteratura. Ora che diventi letteratura non è detto che la sofferenza sia una sovrastruttura mentale, ma essa è reale più di quanto si soglia credere. Di qui l’importanza di rileggere oggi, in questo secolo nichilistico, capisaldi del pensiero degli anni ’60, in cui si affrontava il male di vivere con una purezza incontaminata, certi che guardarsi in faccia nulla toglie all’arido vero”, ma molto aggiunge in crescita personale. Non credo onestamente che Berto abbia risolto con la scrittura le sue problematiche esistenziali, perché la vita non si risolve con la scrittura, ma o la si vive o la si scrive, certo ha creato un capolavoro, pietra miliare per chi ancora oggi sa aprire cuore e mente sulla sofferenza umana. La grandezza dell’opera sta nell’apprendere tragicamente attraverso il dolore, nella ricerca interiore che l’autore indica come rimedio a quel male perenne di non sapersi perdonare per delitti mai commessi. La prosa rivoluzionaria lo avvicina a Hemingway, Salinger, Svevo, Joyce e Gadda.

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