Categoria: Junot Diaz

Recensione di É così che la perdi di Junot Diaz

Recensire deriva dal verbo latino Recènseo, che significa esaminare, passare in rassegna. Questo sembra essere il mio compito attuale, quindi mi accingo in maniera formale a farlo secondo uno schema. In primis analizzo la tipologia: É così che la perdi è senz’altro un romanzo, deduco di fantasia, anche se il personaggio principale ha diverse similitudini con l’autore, uno scrittore dominicano naturalizzato statunitense che ha vinto un Pulitzer nel 2008. Quindi mi aspetto qualcosa di buono, scorrevole e piacevole, ma mai fare preamboli, potrebbe essere deludente. Infatti, già l’introduzione della traduttrice m’insospettisce, poiché mette le mani avanti e affibbia ogni responsabilità di terminologie spanglish e la mancanza di note con traduzione all’autore. Lo interpreto come un full-immersion nel mondo degli immigrati e nella loro mentalità, quindi lo accetto come un tocco in più all’originalità dello scritto, anche se alcune parole non son proprio intuibili se vogliamo usare un eufemismo per non dire oscure, indecifrabili, ma si può sorvolare. Sul tipo di linguaggio, non mi scandalizzo ma ritengo superfluo l’uso di termini sfacciatamente osceni ripetuti più volte.

I concetti erano chiari e comunque evidenti essendo i temi sesso, droga e tradimenti messi in risalto fin dalle prime righe e marcando fin dall’inizio che “Mio padre mi lasciava da bambino in macchina per scopare con le prostitute, mio fratello maggiore faceva sesso nel seminterrato in mia presenza con gemiti …”: non poteva che scatenare in Yunior una patologia ossessivo - compulsiva sessuale nell’adolescenza. Il resto viene espresso con un registro basso colloquiale con scarse e scarne paratassi. La voce narrante in É così che la perdi è il personaggio principale, Yunior appunto, che sotto certi aspetti si può confondere con l’autore, Junot Diaz di cui risalta senz’altro il suo punto di vista sugli emigrati, essendolo stato lui in prima persona, ma mi preoccupa soprattutto l’aspetto misogino che trapela. Spero non sia auto-riflessivo introspettivo. Per quanto riguarda il tempo in cui si sono svolti gli avvenimenti in É così che la perdi, beh, risulta confuso e artificiale, senza conseguenziabilità, con elissi temporali che danno sì un ritmo agile al racconto, ma in maniera molto confusa. E’, o meglio vorrebbe essere, un racconto espressivo -emotivo, ma francamente non fatto bene. Comprendo lo stato emotivo e quindi la psicologia di Yunior, sensibile, turbato da malattia del fratello, la depressione della madre e l’abbandono da parte del padre, ma il suo chiodo fisso –sesso/donne e stop-mi annoia e sotto certi aspetti m’infastidisce,sebbene abbia sedici anni all’inizio.

Ma mi pongo riflessione: che sia una questione di uomini, ossia che chi proviene da Marte ragioni prevalentemente con la zona erogena per eccellenza? Mah, mi rimarrà questo dubbio, e intanto il romanzo prosegue con cinquanta donne sul taccuino, tutte sbattute di qua e di là, un po’ carognette e pronte a vendicarsi, fino all’ultima Magdalena, che gli dà il benservito nonostante il “povero” Yunior si penta (sicuro !!??) e rinunci a tutto. Morale della favola? Me lo sto chiedendo ancora. Se il tema che voleva trattare Diaz in É così che la perdi é l’immigrazione marcando su esperienza di vita dei dominicani negli USA, mi sembra fiacco e soprattutto non chiaro. Colgo marginalmente lo squallore e la poca acutezza intellettiva delle famiglie disagiate e la cattiveria dei bianchi americani, ma mi balza più all’occhio la volontà di accattivare la lettura con scene scabrose di basso tono e non lo condivido. Trovo almeno qualcosa di nuovo che gli possa concedere un successo paragonabile al precedente romanzo di Junot Diaz La breve favolosa vita di Oscar Wao? Cerco, cerco ma lasciatemi dire mi sembra più adatto paragonarlo all’altra opera di Diaz Drow…significa a picco e non aggiungo altro.

 

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