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Macchie di inchiostro, ovvero racconti brevi

Dove sei?

  • Redazione
    Redazione
  • 6 Maggio 2014
  • 5 Minuti

Dove sei? Ho sempre temuto questa domanda. Mi fa sentire debole. Mi sento soffocare dall’assenza dei giorni del nostro ieri. Ieri, quando eri ancora con me. Quando il nostro cuore batteva appena salivo in auto. Quando non facevamo nulla di speciale, e per era tutto. I momenti trascorsi a dedicarti parole su carta, e poi leggertele con voce bassa e mite. Impazzivi quando ascoltavi la mia voce tremate per te. Ricordo che mi accarezzavi la schiena, e la maglietta volava via. Mi piaceva come amavi. Mi accarezzavi la mente, e torturavi il mio corpo. Si, ancora rabbrividisco se penso alla mia pelle vittima consapevole delle tue labbra e delle tue mani. Tracciavi segni tra i miei nei. Ti facevano impazzire, lo so. Appena ti sfioravo, ti mordevi il labbro e ti lasciavi fare tutto. I tuoi gemiti, i miei gemiti, la nostra colonna sonora. Sembra quasi riviverle. Un gemito mentre scrivo, non riesco a controllare i sensi quando parlo di te. Ancora, amore mio. Come mi manca non poterti chiamare così.

Amore mio, non vedo l’ora di vederti. Amore mio, e tutto andava in secondo piano. Ora invece non siamo nemmeno all’ultimo. Non esistiamo più. Dicono che si può amare ancora, che la vita non si ferma. Ci ho provato, amore. Ma mentre “un lui” mi spogliava, avevo vergogna. Sentivo la sua pelle, il suo profumo, i suo baci. Tutto era gradevole, ma non eri tu. Non riesco ad avere quella naturale intimità. Non riesco a dire le mie fantasie, quelle che ho scoperto con te. Anche quando mangio la nostra torta preferita, ti rimango sempre il pezzo centrale. Lo so non lo mangerai, ma io non riesco a smettere di pensare a te che dividi la nostra torta. Anche se non ci sei, io ti sento. Mi volto perché sento la tua voce che mi chiama, e mi giro disperata tra la folla per cercarti. Dove sei? Cosa è resterà di noi? Le domande sono sempre state il mio incubo peggiore. Già da piccola avevo paura a rispondere a qualsiasi cosa, per paura. Ora ho capito perché le risposte mi hanno sempre terrorizzato: ti buttano in faccia la realtà. Eppure, ancora mi chiedo dove sei? Io sono qui, sarò patetica, ma l’orgoglio non è mai stato il forte. L’orgoglio è come l’effetto di una brutta sbronza, dopo ti ritrovi a buttare tutto il veleno fuori. Amore, voglio ancora chiamarti così. Tornerai?

Maria

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