Il declino della lettura è un fenomeno complesso che investe l’intera società contemporanea, con ricadute che vanno ben oltre il mondo della cultura
Quando si parla dicrisi della lettura, la tentazione è quella di puntare subito il dito contro i soliti sospetti: lo smartphone sempre in mano, i social network che divorano il nostro tempo, la miriade di distrazioni digitali che ci circondano. Ma ha davvero senso affrettarsi a trarre conclusioni così nette? Insomma, ha davvero senso puntare il dito contro l’accessibilità dei servizi di streaming, le console da gioco e i bonus scommesse che per molti rappresentano il motore dei siti del settore, o la realtà è ben più complessa?
I numeri che emergono dalle ricerche più recenti suggeriscono che il problema vada analizzato con maggiore profondità, senza cedere alla semplificazione. Quello che stiamo vivendo è uncambiamento strutturaleche coinvolge abitudini, competenze e persino il modo in cui il nostro cervello elabora le informazioni.
Un fenomeno globale che non risparmia l’Italia
I dati dipingono uno scenario tutt’altro che incoraggiante. Nel Regno Unito, quasila metà degli adultidichiara di avere difficoltà a concentrarsi su un testo, mentre negli Stati Uniti l’attività del leggere per svago è crollata del 40% dal 2003 al 2023. L’Italia non fa eccezione: nel 2022 solo il 39,3% della popolazione dai 6 anni in su ha letto almeno un libro per motivi non legati a scuola o lavoro.
Si tratta di una percentuale praticamente identica a quella del 2000, che segnava il 39,1%, ma molto distante dal picco raggiunto nel 2010 con il 46,8%. Nel 2024 la situazione è ulteriormente peggiorata: appena il38% degli italianiha aperto almeno un libro non scolastico nei dodici mesi precedenti, il livello più basso mai registrato in venticinque anni.
Chi legge, inoltre, lo fa sempre meno: la media è di 7,4 libri l’anno, con il 17,4% che si ferma a un massimo di tre titoli. Ilettori forti, quelli che ne divorano almeno dodici, rappresentano solo il 6,4% del totale. E la geografia della lettura rivela una netta spaccatura: se al Nord, al Centro e in Sardegna il fenomeno è più diffuso, al Sudla quota non arriva al 28%.
Chi legge (e chi non legge)
Il profilo del lettore medio italiano è quello di unagiovane donnatra gli 11 e i 24 anni, residente nelle regioni settentrionali o centrali e con un titolo di studio elevato. Le donne, infatti, rappresentano storicamente la maggioranza dei lettori: nel 2022 il 44% contro il 34,3% degli uomini.
Ma è il dato sull’istruzione a risultare più significativo: tra chi ha più di 25 anni, legge il 68,9% dei laureati, contro il 43,2% dei diplomati e appena il 17,1% di chi possiedela licenza media. Un divario che si riflette anche sul territorio, con il Sud che sconta non solo minori abitudini alla lettura, ma anche un accesso più limitato a biblioteche e librerie.
E poi c’è la maggioranza silenziosa: queisei italiani su dieciche nell’arco di un anno non aprono nemmeno un libro. Una cifra che rimane stabile ormai da oltre un decennio e che pone interrogativi profondi sulla tenuta culturale del Paese.
Le conseguenze di una società che non legge
Le implicazioni di questacrisi vanno ben oltreil mondo dell’editoria. Secondo un rapporto OCSE del 2019, quasi il 28% della popolazione italiana tra i 16 e i 65 anni è analfabeta funzionale: persone che sanno leggere, ma non comprendono davvero ciò che hanno di fronte. I test INVALSI del 2023 confermano la tendenza: circa la metà degli studenti delle superiori termina il percorso scolastico senza aver sviluppatocompetenze basilari in italiano.
Anche il mondo dell’editoria si è adattato: uno studio sui best seller del New York Times rivela che le frasi dei romanzi sono diventate sempre più brevi. E non è solo una questione letteraria. Nel parlamento inglese si prende sempre meno la parola, mentre un’analisi sui discorsi inaugurali dei presidenti americani mostra un netto declino della complessità linguistica: George Washington otteneva un punteggio di 28,7, Donald Trump appena 9,4, equivalente a quello diun liceale.
Sul piano neurologico, il neuroscienziato francese Stanislas Dehaene ha spiegato che la lettura profonda crea una rete neurale unica, fondamentale per il pensiero simbolico complesso. Quando questa rete non viene attivata regolarmente,si perde molto di piùdi una semplice abitudine: si compromettono empatia, spirito critico, capacità di concentrazione e apertura mentale.
Quali soluzioni per invertire la rotta
Di fronte a questo scenario, diversi Paesi stanno tentando strade alternative. La Svezia, nel 2023, ha promosso unritorno alla cartae alla scrittura a mano nelle scuole. Nel mondo anglofono si parla di “reading reset”, un ripensamento radicale delle tecniche educative con nuove modalità di formazione per gli insegnanti, chiamati a riavvicinare i ragazzi alla lettura.
La Danimarca ha scelto invece una via economica: azzerare l’IVA sui libri per renderlipiù accessibili a tutti. L’obiettivo è chiaro: promuovere la lettura sin dall’infanzia, perché chi legge da bambino ha maggiori possibilità di realizzazione professionale e benessere economico nel corso della vita.
Ma per i più pessimisti si tratta di tentativi destinati a scontrarsi con unaderiva inarrestabiledella modernità, un cambiamento epocale che nessuna politica culturale potrà davvero invertire. Solo il tempo dirà se avranno ragione.
Non leggere non è solo un problema di numeri o di mercato editoriale. È una questione che riguarda la capacità stessa dipensare in modo articolato, di comprendere il mondo che ci circonda, di resistere alla manipolazione e di costruire una cittadinanza consapevole. Senza una cultura della lettura trasmessa dalle famiglie e dalla scuola, il rischio è perdere molto più che storie: è perdere gli strumenti per restare davvero liberi.a
