Recensione di Redenzione di Smith Henderson

Non so. Sono un alcolizzato, Beth. Tu pure sei un’alcolizzata. Merda, l’altra notte ho fumato cocaina. A quelli come noi io di solito i figli li tolgo.

Il protagonista di Redenzione è Pete Snow, un assistente sociale, si occupa della popolazione più povera del Montana. Il titolo del libro è la sua descrizione esatta: un assistente sociale che cerca di aiutare gli altri per redimere se stesso, separato e con una figlia che non è riuscito a proteggere da lui e dalla madre. Gli strumenti del suo lavoro sono un portablocco, un portadocumenti a soffietto con all’interno i fascicoli dei vari casi, una borsa di plastica piena di biberon, tettarelle, pannolini, vestiti e scorte di cibo di ogni genere, ma quello che lo rende un assistente sociale a tutti gli effetti è senza dubbio il lavoro mentale che compie ogni volta che si immerge in un caso.

Con la scusa del lavoro lascia la moglie Beth, che lo tradiva, e la figlia Rachel, e si trasferisce in un capanno sui monti a quindici miglia da Tenmile dove si trova il suo ufficio. Il suo scopo principale non è allontanare i figli dai genitori, ma cercare di risolvere i problemi dei genitori per aiutare i figli. Non sempre questa soluzione può essere adottata, quindi fa la spola tra il riformatorio e qualche casa-famiglia cercando di non dimenticare nessuno. Le cose si complicano con l’incontro di Benjamin, un bambino di undici anni. Cresciuto in una famiglia di seguaci di Identità cristiana, uno dei vari gruppi di separatisti e simpatizzati della teoria del complotto. Benjamin assorbe completamente il suo tempo e la sua vita, tanto da allontanarlo ancora di più dalla sua famiglia e portandolo a commettere reati.

Prima di poter aiutare il bambino, Pete dovrà riuscire a conquistare la fiducia del padre che costringe il figlio, e il resto della sua famiglia, a vivere nel nome di Dio, lontano dalle tentazioni della vita moderna e preparandosi all’arrivo dell’apocalisse.  Proprio quando le cose sembrano andare verso un esito positivo per Benjamin, il padre vieni indagato e ricercato dalla polizia federale, che starà con il fiato sul collo anche a Pete. Ma la vita del nostro protagonista non è fatta solo di lavoro, anche la sua famiglia ha bisogno di lui.

 Dio santo, io non l’ho protetta. Non l’ho protetta da noi stessi. Vado di continuo a casa della gente per mettere i bambini al sicuro. È quello che faccio per vivere, capisci? E mia figlia invece non l’ho messa al sicuro.

In un’America degli anni ‘80, Pete deve farsi spazio tra le teorie del complotto e dell’apocalisse. Tra una bottiglia di whisky, un assistito e un festino con amici, macina chilometri alla ricerca della figlia, e con i chilometri, macina pensieri di vita, pensieri corrosivi come li definisce lui.

Approfondimento

Redenzione è un libro difficile da leggere per lo stile di narrazione scelto da Smith Henderson: in ogni capitolo è descritto in maniera quasi maniacale l’ambiente, ed è slegato da quello precedente, intervallando la vita lavorativa con quella privata di Pete, ma la trama è piena di colpi di scena e permette al lettore di rimanere con il fiato sospeso.

Henderson racconta soprattutto di amore: amore paterno, amore fraterno, amore trasgressivo, amore difficile da dimostrare ma mai romantico, tutto questo in un solo personaggio, Pete. La sua figura non è proprio quella che nell’immaginario comune ci aspettiamo per un assistente sociale. La maggior parte delle volte sono le donne a ricoprire questo ruolo, ma soprattutto speriamo che chi si occuperà di questi ragazzi, abbia la testa sulle spalle e non una vita distrutta, insomma il classico “predichi bene ma razzoli male”. È proprio lui che ci fa capire che non sempre quello che cerchiamo di fare, anche se con il massimo impegno, va come vorremo. L’importante è non darci per vinti, ma proseguire per la strada che abbiamo deciso di percorrere, restando fedeli soprattutto alla nostra coscienza.

Elisa Anardu

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