Categoria: bastogi libri

Recensione di Mi saluti la sua signora di Angelo Martinelli

“Come quelli che sudano per apprezzare la doccia, Angeli cercava compagnia soprattutto per godersi la solitudine”. Forse perché, proprio come scrive Roberto Gervaso “La solitudine ci dà il piacere d'una grande compagnia: la nostra”.

Lo incontriamo così, stavolta, il giudice Angeli, già protagonista di storie investigative di delitti, di passioni due punto zero, di frodi geniali e furti particolarmente difficili da smascherare: paziente e indulgente come sempre ma, forse perché lontano dal palcoscenico romano di colleghi ossequiosi e di amicizie compiacenti, libero di essere se stesso. Di camminare incondizionatamente su un nuovo palco, non da protagonista.

Dev’essere la solitudine di cui parlò Schopenhauer quando disse che “Chi non ama la solitudine non ama neppure la libertà, perché si è liberi unicamente quando si è soli”. O gli somiglia molto. Libertà che potremmo anche chiamare realtà, come opposto della finzione, un posto dove ci si può muovere con la grandezza d’animo posseduta senza che risulti ingombrante, dove è possibile formulare ipotesi su qualunque aspetto si trovi di interesse, provare sentimenti senza lasciarne l’appiccicosa traccia, o persino sbagliare nel più comune dei modi, e del tutto, senza ottenere l’esposizione pubblica dei tentativi falliti.

In “Mi saluti la sua signora” Angeli sarà coinvolto in indagini che si avvicinano alla sua vita privata, era accaduto anche con Clélie in “Sempre sia lodato eppure, come scritto poco più su, qui non solo sarà diversa la storia rappresentata ma lo sarà soprattutto il palcoscenico. Angeli si muoverà infatti, in una camerata di ex compagni, un’allegra compagnia finta di persone cambiate. Un viaggio in corriera da Roma lo condurrà prima nella cittadina di Colico, a poche decine di chilometri dal confine svizzero, e poi alla meta, un piccolo comune Svizzero del Canton Grigioni dove l’ospite di una clinica psichiatrica, che nella comitiva tutti vogliono riabbracciare, non aspetta proprio nessuno.

Ad Angeli qualcosa non quadra da subito. Attraverso il solito discernimento e le analisi comportamentali della compagnia, un’attenzione al verbale e al para verbale, ai cliché che raccontano gli uomini e le donne per restare nella propria parte, e poi seguendo il percorso delle parole quando queste diventano sterile scambio lapidario, e facendo attenzione ai piccoli dettagli, Angeli capisce che lì, proprio nel loro stesso hotel soggiorna qualcuno che è lì per loro, o per qualcuno di loro. Questo non è del tutto chiaro. Ma certo è che il mistero si trova dietro una di quelle porte che si apre e richiude più volte durante la notte insonne di Angeli.

Inutile il chiacchierio futile, inutili le frasi allusive degli ex compagni e il quasi imposto senso di cameratismo, di nessuna rilevanza lo sfoggio dei propri percorsi professionali e delle abilità acquisite in qualche decennio di esercizio. Nessun fatto, solo finzione. Solo quando Angeli aprirà quella porta, da uomo spaventato e curioso qual è, e non da magistrato, potrà svelare la vicenda. Nel farlo, aprirà se stesso e il suo interlocutore: un prete, un criminale, un uomo di stato, o magari solo un uomo.

La vicenda si sposterà quindi dall’allegra commediola della gita studentesca al meno allegro confronto con la realtà. La realtà vince, sempre.

Lo so che fotografare la realtà è un’attività che non rende. Perché poi le tue foto non le vuole nessuno. I fotografati prendono le foto, le guardano e te le restituiscono. Ritengono di essere venuti male. Ma prima o poi smetterò di fotografare la realtà. Farò il moralista, rende di più.

Il ruolo della realtà sarà determinante, non solo a favore della trama imbastita da Martinelli; lo sarà perché permette al lettore, per la prima volta in assoluto, di integrare la personalità di Angeli con nuovi elementi inerenti alla natura umana, come pregi, difetti, inclinazioni, emozioni, valori e un cambio di registro che, di fatto, lo spogliano dal suo ruolo abituale. È innegabile che con il ruolo di “magistrato a sua insaputa” il lettore riesca a identificarsi proprio in quegli stessi pregi, difetti e valori del personaggio. Con la libertà che rappresentano. E che “La signoria vostra illustrissima” nega.

Dire la verità, che si estende con il concetto di vivere nella verità, o essere “saggiamente ipocrita”? Una valutazione non semplice, non lineare. “Mi saluti la sua signora” è un romanzo spaccato da questo dubbio, e per questo molto diverso dalle altre storie con il giudice Angeli come protagonista. Un dubbio come quello del vero falso e del falso vero (capitolo IV), rovescia e ribalta di nuovo ciò che siamo e come abbiamo deciso di vivere. E come tutti i dubbi deve fare male a chi li prende in considerazione.

“Ma tu sei sempre così?” “No. Solo che ogni tanto mi concedo di non essere ipocrita. Con te me lo posso permettere.”

Angelo Martinelli non sorvola il sacrificio della realtà a favore della parvenza, anzi lo specifica, con un’esattezza disarmante.

La differenza non è tra chi dice balle e chi non le dice. La differenza che conta va cercata nel quando, nel come, nel dove, e nel perché si raccontano. Sono i tempi, i modi e le ragioni delle bugie che vanno valutati.

Questo farà Angeli dopo essersi richiuso dietro le spalle quell’anonima porta d’hotel. Cercherà le differenze, cercherà le persone dietro alle maschere, cercherà di salvare una vita esile condannata a un’esistenza disumana. Angeli si dimostrerà più fragile di come lo conosciamo, per certi versi, con un cuore più a vista ma anche più sciatto, più tollerante al confronto con la mediocrità, più disposto ad essere accessibile. Questo modo di fare impresso dalla penna di Martinelli è azzeccato e raggiunge lo scopo, solo grazie a questi elementi il magistrato Angeli riesce, senza troppe difficoltà, ad avvicinarsi, da uomo, al tema esistenziale del vero. Senza tralasciarne i punti di vista.

Tra differenze, apparenze, ambiguità, formalità, forme e mancanza di forme, volontà sincere ma esagerate e semplici errori, paura, la memoria del dovere. Con “Mi saluti la sua signora” pernotterete qualche notte sul lago di Como, dove qualcosa di grande sta succedendo.

Non è un esercizio investigativo per giornate da ombrellone, non è un’esca per catturare la vostra ragione, non è un’imbeccata per imparare a formulare giudizi legittimi e non è diverse altre cose. Leggetelo, invece, per quello che è: un’azione forte, di parole su carta, che spiega la libertà.

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Recensione di Sempre sia lodato di Angelo Martinelli

Il tempo passa per tutti, è inclemente come nessun giudice potrebbe mai essere in tutta la sua carriera. E gli imputati, che in questo processo che è la vita siamo noi, lo sanno benissimo. E come ci si comporta davanti a una corte verso la quale non c'è clemenza alla quale ci si possa rimettere? Si attende il verdetto, certo, ma si cerca di prendere tempo, di ostacolare con ogni mezzo che la legge consente il decorso della legge stessa. Secondo una mia personalissima visione le persone tentano di farlo utilizzando due approcci diversi: il denaro e l'amore. Perché il contrario di morire non è solo vivere, è resistere al tempo e solo l'amore e il denaro - e quello che da essi ne consegue -  faranno di loro, noi, imputati pronti a scontare la propria condanna esecutiva o per lo meno senza rimpianti.

Sempre sia lodato è un eccellente esempio di come ci dimeniamo per essere quelli di una volta, per ostacolare il verdetto, prendere tempo. Ritroviamo il nostro sostituto procuratore Angeli che abbiamo già conosciuto in Il colore verde dello zeroLa cattiva signorina e Esclusivamente distinti proteso a braccia aperte verso un amore che non c'è mai stato, Clélie, che dopo tanti anni chiede il suo aiuto per sfilarsi da un rapporto imprudente. L'amore, per fermare il tempo. E poi una spinosa vicenda giudiziaria che parte da alcune lettere anonime finite sulla scrivania del direttore della Banca di Lazio e Toscana Breviglieri di San Giuliano portatrici del seguente messaggio "Le sofferenze sono come i denti, quando spuntano fanno male ma poi servono per mangiare". Quali sofferenze? Quali denti? Mangiare cosa? Dichiarazione apparentemente insensata in grado però di far traballare il mondo della finanza, pare.

La vicenda si dilata a causa del delitto di un funzionario della banca stessa alla stazione termini. Mentre il nostro giudice Angeli cercherà di risolvere in via amichevole il "caso di ricatto" gentilmente scaricato con occhi dolci da Clélie riceverà in consegna dal Procuratore Generale questo duplice caso che coinvolge le alte sfere bancarie, anch’esso potrebbe definirsi un "caso di ricatto". I soldi, per fermare il tempo.

Sempre sia lodato riesce in 150 pagine a condensare due casi umani diversi e affascinanti. Ognuno di essi ha l'esigenza di pareggiare un bilancio, di sfidare una "linea vincente (che) può velocemente curvarsi e diventare fallimentare". Con pensieri raffinati, come quello di "ortopedia sociale", Martinelli muove i suoi passi e i nostri occhi nell'oscuro ambiente bancario. Il sipario si alza e la luce si punta verso tre soli indiziati: Antonini, Mazzocchi, Cottafava. Tutti funzionari in possesso di dati sensibili in grado di alterare equilibri persino troppo bene studiati.

Angeli è un magistrato avveduto, immobile nel buio dei sospetti come sempre non si sbilancia in giudizi affrettati. Forse perché sa che:

Piaccia o non piaccia, anche l'ergastolo è spesso una questione che si gioca nello spazio di millimetrici spostamenti dell'anima dei giudici. (Pag. 114)
https://www.instagram.com/p/BT_Jw_RFQl8/  

Approfondimento

Allora l'anima va mossa lentamente. Un assassino fantasma e un mandante incontrollabile. Una scrivania non ricattabile per un insospettabile e il suo grande progetto personale di cambiare il mondo, comunicazioni in stile CIA anni 70, intercettazioni. Tutti aspettano la prossima mossa. Anche Angeli che una volta definii uno "Sherlock Holmes senza pipa", spazientito attende. Attende e pensa. Il racconto ha qualcosa del thriller finanziario, inevitabilmente, ma in verità è molto più ricco incontrando lo stile noir/poliziesco a una narrativa pure. Di poco si distacca dal consueto stile di Martinelli: il pensiero muove tutto, le azioni delle persone diventano solo una conseguenza del pensiero di qualcuno.

L'eclettica personalità del magistrato non si limita a svelare meccanismi "tecnici", iter e procedure, a produrre scenari plausibili. Attinge riflessioni dal cinema, dalla letteratura, dalla musica e dal proprio ingegno per perfezionare le scelte in campo giudiziario. Dettagli che fanno un uomo, e un giudice è un uomo che di dettagli vive ad ogni impasse.

È curioso: Angeli attende il verdetto come se non fosse lui stesso il giudicante. Questo punto di vista esterno è rivoluzionario. Forse scoprirete che non è sempre vincente, che la fiducia sconfina a volte nell'errore e che gli schemi, anche gli schemi vincenti, possono essere materia di studio per chi li vuole aggirare. La scrittura di Martinelli si è decisamente raffinata: è più "coraggiosa" nei temi, più descrittiva nei movimenti e nei comportamenti delle persone. La sintesi è quella di un bravo narratore, quello che lascia sufficiente spazio al lettore. I colpi di scena non sono illusionismo, ma quasi. Dopo poche pagine diventerà una lettura affascinante.

All'inizio ho scritto dell'amore e del denaro. In questa storia il denaro farà il suo giro a vuoto, come sempre. E l'amore? L'amore in questo romanzo è bene che lo scopriate voi stessi. Al riguardo ho condiviso la mia opinione secondo la quale esso ci occorre per scontare la nostra condanna esecutiva senza rimpianti. Forse, caso vuole, non sono l'unico a pensarla così:

Clélie gli si strinse addosso forte, in un gesto di affettuosa riconoscenza. Ora avvertiva lucidamente quanto sia perfida la quiete dell'indolenza affettiva. Sì, con il rettore aveva passato momenti difficili. Ma i rimpianti sentimentali sono molto peggio delle sofferenze contingenti. Quelle si dimenticano, i rimpianti si aggravano inesorabili nel tempo come un'inguaribile malattia cronica. (Pag.142)

L'amore e il denaro. Sempre sia odiato, confuso, conquistato, amato e perso, in ogni caso lodato. [amazon_link asins='8899376433,8899376735,8899376093,8899376212' template='ProductCarousel' store='leggacolo-21' marketplace='IT' link_id='9e838260-36f7-11e7-88dc-a7eef9697767']abc

Recensione di La cattiva signorina di Angelo Martinelli

La cattiva signorina non è cattiva e forse non è nemmeno signorina, è piuttosto un prestito ad alcuni versi della bellissima poesia “Cocotte” di Gozzano:

«Una cocotte!…» «Che vuol dire, mammina?» «Vuol dire una cattiva signorina: non bisogna parlare alla vicina!»

Il termine Cocotte, usato nella sua accezione antica e non in quella del Francese moderno, si riferisce alla donna che esercita il lavoro più vecchio del mondo. Quel “cattiva signorina” pronunciato dalla mammina della poesia cade a pennello, così come su questa storia. La cattiva signorina si chiama Luisa Sereni, ha smesso di esercitare e vive con una certa agiatezza al civico 23 di Viale Marinelli. Non bisogna parlare alla vicina, direbbe la mammina, ma sarebbe superfluo. È lei a non volerlo fare, passando inosservata, fino al giorno in cui non potrà più farlo, morendo assassinata. Lascia una bellezza intatta, un gatto e molte domande agli inquirenti.

Il giorno seguente al delitto inizierà la storia raccontata da Angelo Martinelli. Conoscerete il giudice Angeli, protagonista assoluto della scena, Roberti in veste di medico legale nonché grande amico di Angeli, indagati e indaganti, prelati, e una serie di personaggi che si muoveranno dietro le quinte del Tribunale. Il delicato compito di Angeli, come sempre richiede il suo ruolo, è quello di far in modo che la giustizia sia più giusta possibile, che sia indirizzata a dovere. Per ottenere questo scopo il segreto è dar rilievo ai dettagli giusti, quelli che non sono prove, evidenze, confessioni di opinioni ma semplici dubbi. Possibilità tra tante, verosimili o inverosimili, e mettere insieme questi dettagli attraverso la deduzione e l’abilità investigativa.

Il giudice Angeli non è un novellino, è scaltro, uno Sherlock Holmes senza pipa: come esso ascolta tutti, non corre alle conclusioni, non esprime giudizi anzitempo. Lavora in una squadra di cui si sente il solista. Non sente, come i colleghi, il peso di un prestigio che la società dovrebbe tributargli a motivo delle importanti facoltà decisionali che può esercitare. È un grande umorista, questo non prendersi/prendere gli altri sul serio modifica inesorabilmente l‘andamento del libro che nelle prime pagine pare essere un giallo e poi si rivela come una storia investigativa tragicomica.

Nel balletto degli indagati, le convocazioni di Angeli in Tribunale, nelle conversazioni private sull’inchiesta e non, persino nei dialoghi con i gatti: l’umorismo pervade le pagine, nessuno può sfuggir a questo incalzante modo di procedere che ha l’effetto finale di mettere alle strette. Attraverso questa particolarità del modo di comunicare il giudice Angeli prende le “misure” alle persone, senza che esse possano comprendere, attivare contromisure, pilotare le impressioni altrui. Lui è il giocatore, gli altri sono il gioco. Il gioco può solamente farsi giocare (anche nel suo secondo significato), questo è l’ordine delle cose.

Anche Angeli verrà messo alle strette, da un procedimento interno a suo carico che potrebbe distrarlo dalle indagini. Potrebbe diventare il gioco di qualcun altro. È impossibile non provare simpatia per questo personaggio e nutrire spontaneamente fiducia in lui e nei suoi metodi, fin dalle prime pagine. Chi aveva interesse ad uccidere la vecchia Cocotte? Chi si occuperà del suo gatto? Chi vincerà la sfida personale con il cercatore di verità Angeli?

In “La cattiva signorina” è evidente il piacere della narrazione di Martinelli, si apprezzano i dettagli che l’autore inserisce, da profondo conoscitore dei meccanismi interni alla Procura della Repubblica e ai tribunali ordinari. Si apprezzano lo stile diretto e la figura del protagonista, curata piuttosto bene anche dal punto di vista psicologico, capace di attingere pensieri dalla letteratura, da canzoni e di intervenire nelle vicende attraverso un fine ragionamento che concentra le sue forze sui punti nevralgici, sulle crepe del mistero.

Quasi fosse il principio del cuneo in fisica applicato ai pensieri, molta forza concentrata in un piccolo punto è in grado di amplificare la forza esercitata trasversalmente, il che permette di ottenere risultati altrimenti impensabili.

Ne risulta una lettura coinvolgente (il lettore forse sarà più curioso delle prossime mosse di Angeli che di scoprire l’assassino), semplice da seguire poiché non articolata e breve, e soprattutto appagante. Appagante grazie alla sagacia, all’equilibrio tra gravità e gioco, e grazie all’insolito punto di vista offerto non da un commissario, psicologo o avvocato, che sono in genere le figure più utilizzate per i protagonisti nei gialli/thriller, ma appunto da un magistrato, che si sente come tutti e vive senza vergogna la vita come fosse la sua commedia.

 

Approfondimento

Leggere alle volte è stupirsi, al di là delle capacità e delle competenze che lo scrittore può dimostrare, stupirsi di come le cose siano scritte, dei percorsi che seguono. Martinelli è un autore emergente, tuttavia non rilevo carenze che possano far sembrare questo libro scritto da un non professionista, e questo accade molto raramente.

Mi ha stupito quello che è riuscito a creare, perché originale in un certo qual modo, anche se non innovativo. Mi ricorda Pennac, anche se qui mancano l’ironia esasperata e altri elementi dello scrittore francese, ad esempio una trama fitta, le indagini compiute dalla gendarmeria e l’approfondimento delle vicende umane più personali. Lo stile ricorda, più lontanamente, anche quello di Benni, perlopiù in relazione alla componente infantile del protagonista: Angeli in fondo sa di essere un bambino che non vuole crescere.

Angelo Martinelli non gioca con le parole, gioca con il pensiero, una scelta ardua e raffinata. Attendo con piacere di leggere la prossima sfida per il giudice Angeli. Immagino che sarà un piacere stargli dietro.

abc
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