Categoria: biografia chiara giacobelli

Intervista a Chiara Giacobelli

Un disastro chiamato amore, il romanzo d’esordio di Chiara Giacobelli, edito da Leggereditore, è liberamente ispirato a una serie di personaggi realmente conosciuti dall'autrice: da Maria Luisa Spaziani ai figli di Audrey Hepburn, da Marta Marzotto a Rossana Podestà, fino ai grandi registi e sceneggiatori della Commedia all'Italiana, quali Furio Scarpelli, Ettore Scola e Mario Monicelli. Definito da diversi giornalisti e blogger come «il romanzo più divertente dell'estate 2016», tra le pagine fitte di ironia scritte da Chiara Giacobelli non va trascurato il messaggio sociale di speranza che si cela tra le sue righe. Un disastro chiamato amore è infatti il frutto di una terapia del sorriso seguita dall'autrice durante un periodo di malattia, un percorso che l’ha portata non solo a scrivere queste pagine, ma anche alla soddisfazione di vedere il suo romanzo disponibile nella Ludoteca del reparto di Oncologia dell'Ospedale Pediatrico Meyer di Firenze, un'eccellenza a livello europeo, proprio per allietare i pazienti e i genitori attraverso la lettura del sorriso. Un riconoscimento prezioso del lavoro svolto da Chiara insieme a medici, psicologici e terapeuti del sorriso, che senza dubbio con romanzo ha raggiunto il suo obiettivo.

Abbiamo avuto l’enorme piacere di scambiare qualche parola con l’autrice Chiara Giacobelli, che ci ha dato la disponibilità nel rispondere alle nostre curiosità su Un disastro chiamato amore e non solo.

Chiara, dopo numerose pubblicazioni di genere divulgativo, Un disastro chiamato amore è il tuo primo vero e proprio romanzo. Quando hai deciso di cambiare genere? Cosa ti ha spinto a scrivere questo libro?

In realtà scrivo racconti e romanzi sin da quando ero una ragazzina, ma ho sempre avuto una certa ritrosia nel farli leggere e pubblicarli a causa della mia timidezza. Questo libro è nato come una forma di terapia del sorriso durante una lunga malattia e non pensavo proprio che sarebbe diventato il mio romanzo d’esordio, dandomi così tante soddisfazioni. Diciamo che la narrativa è arrivata nel momento in cui mi sono sentita pronta psicologicamente.

Disastro e amore: due parole che accostate non promettono certo un lieto fine… Da dove nasce questa idea? Come descriveresti questa storia ad un lettore che ti chiede di cosa parla il tuo romanzo?

Beh, non è l’amore ad essere un disastro, bensì la protagonista femminile Vivienne, che ne combina una dietro l’altra nel suo essere ironicamente maldestra. Lo descriverei come una commedia per svagarsi, ridere, imparare a prendere la vita con leggerezza e ad affrontare i problemi con il sorriso; in più, non manca una storia d’amore tanto dolce e passionale quanto tormentata, un insieme di misteri da risolvere che dona al libro quella suspense in più e diversi rimandi culturali derivanti dal mio lavoro. In generale guardando all’editoria contemporanea lo definirei un prodotto originale.

Leggendo di Vivienne, la protagonista del romanzo, non passa inosservata la sua folta chioma di capelli rossi… Conoscendoti, Chiara, non si può non pensare alla tua immagine. Quanto c’è di te nel personaggio di Vivienne? Quali caratteristiche invece le invidi e vorresti avere? Altri personaggi di questa storia sono ispirati a persone realmente esistenti?

Vivienne è il mio alter ego letterario: mi assomiglia in tutto e vi assicuro che le figuracce narrate – anche le più improbabili – mi sono accadute realmente. Non sembra, ma sono un personaggio particolare!

Non le invidio nulla a parte Alex Lennyster! A tal proposito, lui è ispirato al figlio maggiore di Audrey Hepburn Sean Ferrer, mentre la madre Elisabetta Grimaldi presenta molte caratteristiche di Audrey, sebbene io le abbia legato anche diversi aneddoti riguardanti importanti figure femminili che ho avuto la fortuna di conoscere, come Maria Luisa Spaziani, Marta Marzotto e Rossana Podestà.

Impossibile non innamorarsi dei luoghi nei quali hai scelto di ambientare Un disastro chiamato amore: la Liguria, le Cinque Terre, il Golfo dei Poeti. Tu conosci molto bene le meraviglie del nostro Paese, perché hai scelto proprio questi luoghi per raccontare questa storia?

Penso che uno scrittore scelga sempre i luoghi in cui ambientare le sue storie in base alle emozioni che questi sono in grado di suscitare. Il Golfo dei Poeti è magico, intimista, ricco di storia e di aneddoti letterari, al di fuori delle tradizionali mete turistiche. Spero che quel poco descritto e raccontato nel romanzo possa stimolare i lettori a visitarlo di persona, poiché ne vale davvero la pena.

Un dettaglio del romanzo mi ha colpito. Da un lato, la diffidenza di Vivienne nei confronti della sua migliore amica Angy quando conosce Alex; dall’altro la rapida amicizia ed il legame sincero nato con Marco “Watson”. Si tratta di una semplice licenza narrativa, o una parte di te pensa che tra donne ci sia sempre troppa competizione per creare amicizie sincere, a differenza di quanto accade con gli uomini?

A dire il vero non ho pensato a questo durante la stesura del romanzo e dando forma al rapporto tra i personaggi: mi interessa cercare di rendere il tutto quanto più verosimile possibile. Una persona come Vivienne è empatica nella sua imbranataggine, quindi le rimane semplice farsi voler bene dalle persone, ma al tempo stesso non si fida pienamente di nessuno, né di Watson né di Angy e tantomeno di Alex. Perciò in tutte le relazioni che instaura c’è sempre quel pizzico di scetticismo autoironico che la rende così diversa dalla massa.

Il tuo stile di scrittura è estremamente immediato, giocoso e “visivo”. Hai mai pensato di scrivere un libro per bambini?

Mi dispiace deluderti ma no, me lo hanno proposto diverse volte tuttavia non lo sento nelle mie corde. Sono eclettica entro certi limiti: non scriverei mai un horror, un giallo o un libro di politica/economia, come pure favole e storie per bambini.

Ringraziamo Chiara per la sua disponibilità, e chiudiamo l’intervista con una bellissima frase di Fiorella Mannoia della canzone In Viaggio, riportata in epigrafe di Un disastro chiamato amore: «Non frenare l’allegria, non tenerla tra le dita, ricorda che l’ironia ti salverà la vita.»

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