Categoria: bompiani

Recensione di La pallina assassina di Christina Olséni e Micke Hansen

Falsterbo, Svezia. È una giornata meravigliosa di primavera quella in cui Egon, Ragnar, Elisabeth e Marta, quattro amici ultra ottantenni, decidono di dedicarsi, di buon’ora, al loro passatempo preferito: il golf. La cittadina, benché piccola e anche alquanto monotona, offre ai quattro e a tutti gli amanti di questo sport, un magnifico campo da golf. Durante la partita però i giocatori trovano in un bunker il cadavere di Sven Silfverstolfe, ricco imprenditore e proprietario del campo. Il gruppetto rimane esterrefatto nel notare che il cadavere ha sulla tempia un livido causa quasi certa del decesso dell’uomo. Questo livido subito li convince che a ucciderlo siano stati proprio loro con un potente swing che aveva fatto finire la pallina nel bunker accanto al corpo senza vita di Sven. Spaventati dalle conseguenze che tutto ciò potrebbe avere sulle loro vite, invece di seguire il consiglio di Frederik, il nipote di Egon, che gli aveva suggerito di cancellare le tracce e lasciare tutto inalterato, Egon ha una brillante idea: sviare le indagini e inscenare il suicidio del magnate, mettendosi così in un mare di guai.

La pallina assassina è un giallo dalle tinte colorate, ricco di ironia e leggerezza. Non è facile trovare un libro in cui i protagonisti siamo degli arzilli vecchietti e penso sia proprio questo uno dei maggiori punti di forza della narrazione.

Non si può mai sapere dove si va a finire. In fondo è questo il bello della vita.

Questo è anche il bello del libro: non sapere dove si va a finire e come se la caveranno i protagonisti con le loro mille idee stravaganti e la loro ingenuità. È bello riscoprire, attraverso le righe di una narrazione scorrevole e coinvolgente, la naturalezza degli anziani, il loro ritornare bambini, la loro tenerezza e la voglia di amare ed essere amati che non età. “I vecchi amori non arrugginiscono mai”.

Quelle di La pallina assassina credo siamo pagine anche riflessive e profonde benché il lessico sia molto semplice e comprensibile. Un finale non scontato certo ma neanche con il fantomatico colpo di scena. Un semplice finale lineare come del resto l’intero romanzo.

Approfondimento

Ci tengo a sottolineare ulteriormente quelli che trovo siano i pregi dell’opera in questione, vale a dire l’ironia e la visione che dà delle persone anziane. Ritengo che tale visione sia un ottimo spunto di riflessione personale per tutti ma soprattutto per i giovani che sempre più spesso vedono gli anziani come modelli d’auto ormai superati e dunque da rottamare. La pallina assassina, invece, ci mostra quattro figure controcorrente alla tendenza dell’anziano rinunciatario, pigro e ormai stanco della vita. Egon, Ragnar, Elisabeth e Marta sprizzano gioia di vivere in ogni battuta, non si lasciano influenzare dall’età. Non posso nascondere che molto spesso mi sembrava di leggere di quattro adolescenti e non di persone anziane.

Ammetto inoltre di aver sorriso molto durante la lettura di questo libro e tutto ciò che fa nascere un sorriso nella vita, per me, val la pena di essere vissuto.

Sinceramente, un po’ per gusto personale, un po’ per la semplicità della trama, non mi sento di elogiare oltre questo romanzo. Dunque, oltre ironia e simpatia per i quattro protagonisti, non ho trovato questo romanzo molto coinvolgente ma ritengo possa essere una buona lettura non impegnativa.

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Recensione di Hollywood trema di James Ellroy

Il suo dolore era stato maggiore del mio. Quel dolore delinea il confine che ci separa. La sua morte mi ha insegnato a guardarmi dentro e a mantenermi distante. Quel dono di consapevolezza mi ha salvato la vita.

Un editore col gusto per l'allitterazione e per i pruriginosi retroscena dello star system rievoca, ormai condannato dall'AIDS, l'epoca d'oro del suo giornale e la sua abilità nello sfornare scandali, muovendosi impunemente in bilico fra i luoghi frequentati dalle celebrità e il sottobosco popolato di questuanti, vecchie volpi e anime frivole, sempre pronte a cogliere l'occasione propizia per guadagnarsi un favore, un accordo, una stilla di notorietà. Una rêverie sugli anni della propria (de)formazione, la scoperta di un modo del tutto originale di vedere la città in cui si è cresciuti e da cui, forse, non ci si è mai voluti separare, filtrati attraverso il dialogo con il regista che sta trasponendo tutto questo sul grande schermo. Il ritorno (senza ritorno) di un noto personaggio dello spettacolo dei primi anni '50, in un gioco senza dubbio più grande di lui, destinato a intricarsi ogni qualvolta si tenta di dipanarlo.

Il drammatico viaggio all'interno del caso che ha originato tutto e che ha reso quasi inevitabili le successive scelte di vita: l'assassinio della propria madre, omicidio rimasto irrisolto ma forse in grado di dare risposte ad altri interrogativi. Le disamine di casi mediatici e una profonda quanto amara riflessione sul sistema della giustizia americana, dalle modalità di indagine alle fasi del processo fino all'emissione del verdetto e all'esecuzione della sentenza.

E' questo il panorama che ci offre la lettura di Hollywood trema, nuova raccolta di scritti dell'acclamato autore noir James Ellroy. Un mosaico di spunti biografici, considerazioni a margine di testi pubblicati in precedenza, metodiche ricostruzioni di fatti criminosi sulla scorta della documentazione fornita dalla polizia di Los Angeles o da investigatori in congedo, a contorno della fiction in quanto tale. Lo scenario, come detto, è quello della Città degli Angeli, ma non certo quello dei suoi quartieri più conosciuti e mondani: ci si muove nella periferia, tra case basse, negozi e locali di mediocre livello, lunghe arterie stradali. E ben si confà tale contesto alla qualità del libro, che, per quanto la prosa di Ellroy sia accattivante, cruda, mai scontata, resta un ammasso non ben definito di ritagli, appunti, pensieri, propedeutici alla riuscita dei suoi romanzi. Non si può arrivare a dire che sia impossibile trovare un filo conduttore, una traccia che guidi il lettore lungo le pagine: il senso di una città dalle molteplici facce, in grado di cambiare in modo irreversibile le persone, spingendole spesso ben oltre i limiti e le intenzioni - "Arrivi spregiudicato, riparti pregiudicato" è il motto-citazione che caratterizza Hollywood trema -, così come la consapevolezza che dietro la facciata sfavillante dei divi del cinema, delle ville lussuose, dei locali più trendy si nascondano storie sporche, grette, tragicamente cupe proprio perché difficilmente accostabili al mondo dei lustrini e degli orpelli, sospese in modo surreale tra realtà e finzione.

E mai momento, nel pieno di un caso come quello di Harvey Weinstein con l'incredibile ordalia mediatica che da questo è scaturita, risulta più appropriato per sublimare questa visione. Ma c'è anche di più, ossia l'idea che a partire dagli eventi più traumatici e disturbanti, come può essere quello vissuto in prima persona dell'autore, si possa costruire, salvo poi doverci fare i conti presto o tardi che sia, una qualche sorta di talento, di vocazione, addirittura di carriera; che l'indagine e l'esame di un caso, tanto quella reale quanto quella narrata, siano sempre una forma legittima di conoscenza, uno squarcio in cui infilare la testa e osservare i fatti per ciò che sono, talvolta anche a costo di venire a patti con i propri dubbi, le proprie angosce, tanto da modificare drasticamente il proprio modo di intendere le cose.

Malgrado tutto questo però in Hollywood trema non si racconta una vera e propria storia e questo resta l'enorme limite del libro, che in definitiva va a rimpinguare il già florido contenitore degli ibridi tra narrativa e documentario scritto: una soluzione poco classificabile, poco giudicabile e dunque poco interessante, a maggior ragione se si mette sul piatto il fatto che molto del materiale fosse già stato pubblicato in precedenza. Giocarsi il nome di James Ellroy come attrezzo di scasso per una posizione comoda in libreria può essere comprensibile per un editore, non per un lettore. Se noir deve essere, che noir sia: ma che sia una vera e propria trama, un racconto delimitato da saldi confini, non certo un guazzabuglio un po' troppo fine a sé stesso, fatto di tracce, bozze e storie, magari già sentite e solamente impastate con qualche nuovo ingrediente. Ovviamente non si tratta di un invito a non leggere Hollywood trema, ma chi si aspetta suspense, azione e colpi di scena difficilmente terminerà l'ultima pagina soddisfatto.

Approfondimento

Tra i meriti (purtroppo pochi) di Hollywood trema va sicuramente annoverato il gusto descrittivo con cui Ellroy tratteggia e disvela al lettore le tecniche investigative usate dal LAPD e dai detectives con cui si trova a collaborare per costruire le proprie trame. Una sorta di piccolo compendio del buon poliziotto, fatto di rigore metodologico come di allenamento all'intuizione, di analisi delle prove e dei contesti come di recupero delle informazioni e delle testimonianze, che è al tempo stesso utile e interessante conoscere: utile perché permette di comprendere con una certa brutalità quanto una singola vicenda criminosa - contrariamente a ciò che nell'immaginario comune si tende a recepire - non è sufficiente a riempire, se non a saturare, l'attività delle strutture a tutela dell'ordine impegnate nella sua soluzione, poiché i fatti e gli individui che in quella vicenda sono coinvolti non si possono incastrare macchinalmente fra loro come in un puzzle; interessante perché mostra con chiarezza che a distinguere il bravo investigatore da quello incapace è un delicato equilibrio di profondità morale, acume deduttivo, empatia con la vittima e coi suoi cari, e non solo la capacità di usare un'arma o la vocazione all'autorità.

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Recensione di Solo amore di Ludina Barzini

Lucrezia è una donna ormai affermata, con un lavoro che la fa sentire realizzata come donna, un rapporto stabile e rassicurante con il marito e una figlia che ama. Ma per raggiungere la sua felicità Lucrezia ha attraversato luce e buio di un sentimento che le ha fatto scoprire l’amore in ogni sua sfaccettatura, dal romanticismo alla passione, dal tradimento alle verità non dette, sino al lato oscuro di un uomo con cui pensava di poter costruire il suo futuro e che invece l’ha lasciata emotivamente sola.

«Scoprivo che i sentimenti si nutrono di segreti e di silenzi. Di ombre. Di timidezza. E che non tutte le domande possono trovare una risposta.»

Dopo trent’anni quel sentimento del passato rientra nella sua vita. Quando le viene recapitata una foto di una donna nuda senza volto ne riconosce subito il mittente. Sa che dovrà rivedere Gianni, l’uomo che per primo le ha fatto battere il cuore, e assieme a lui ricordare la loro storia.

La Lucrezia ventenne era molto diversa dalla donna di oggi. Timida, romantica e sognatrice; una famiglia alle spalle divisa, con una madre inquieta e indipendente incapace di offrire amore senza giudizio, un padre assente, fratelli che sono fuggiti da quell’ambiente non volendone più fare parte dimenticandosi anche di lei. Lucrezia era una ragazza a cui non era permesso fare scelte per sé. Un malore della madre durante un viaggio le fa ritrovare in un ospedale di Palermo, città totalmente diversa dalla moderna Milano. Quella Palermo caotica fatta di profumi e sapori non porta solo Lucrezia a conoscere un modo di vivere diverso, ma le permette di incontrare Gianni, dottore affascinante e dai modi gentili che con le sue galanterie e le sue attenzioni riesce a risvegliare in lei un sentimento mai provato. Con lui inizia una nuova vita, scopre l’indipendenza, la possibilità di fare scelte, i primi baci, l’amore adulto.

Tutto sembra perfetto, il futuro dorato, ma il giorno delle nozze un presagio sembra gettare un’ombra su questa felicità. Da quel momento una serie di avvenimenti trasformano Gianni, mostrandone un lato oscuro che catapulta Lucrezia in un vortice di paura e solitudine. Solo lo spirito di sopravvivenza e la forza che la contraddistinguono permettono alla protagonista di allontanarsi e trasformare la sua vita.

Ludina Barzini racconta in Solo amore di una storia d’amore tra due persone completamente diverse che arrivano da luoghi anch’essi dalla cultura opposta: una Milano in cui le famiglie bene seguono rigidi comportamenti, e una Palermo dalla mentalità più chiusa ma vivace e in grado di affascinare.

Non “solo amore” in questo libro, ma anche argomenti come l’alcolismo e la violenza, la depressione e la morte. Narrando questa storia Ludina Barzini sembra voler mostrare i due lati dell’amore, portandoli all’estrema espressione. Il lungo flashback raccontato attraverso la voce della protagonista permette al lettore di comprenderne alcuni passaggi emotivi e pensieri. Quello di cui si sente la mancanza è piuttosto la “voce” del protagonista, di cui non si conosce nulla se non le sue azioni, ignorandone motivazioni e parte emotiva che lo portano a trasformarsi da uomo affascinante e carismatico, in persona fragile e dipendente dall’alcol.

Poi Lucrezia si ritrova di nuovo al presente e a conoscere quella verità, per il lettore comunque intuibile, che aveva trasformato un amore da favola in un labirinto da cui cercare di fuggire. Il cerchio si chiude, la vita prosegue.

Approfondimento

La storia che mi sono trovata a leggere in Solo amore è riuscita a trasportarmi in una Sicilia degli anni Sessanta molto realistica, così come i suoi protagonisti e gli avvenimenti totalmente immersi nelle usanze e convinzioni dell’epoca. La sensazione che ne ho avuto è stata quella di assistere a un racconto di fatti realmente accaduti.

Ciò che ho trovato meno riuscita è la narrazione; sebbene l’autrice sia stata in grado di tenere ben distinti gli spazi temporali permettendomi di non confondere presente e passato, il ritmo è lento e monotono. Nonostante la scelta di Ludina Barzini di utilizzare il punto di vista della protagonista, si ha la sensazione di un suo distacco dai fatti narrati, come se si stesse leggendo una cronaca di esperienze che però non arriva a trasmetterne appieno la parte emotiva.

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Recensione di Tira la bomba di Pino Roveredo

Giuliano, Mirko e Stefano, tre ragazzi persi nei loro giochi, accomunati da vite semplici vissute nel perimetro del rione San Servolo, scoprono una bomba rimasta inesplosa nel corso della Seconda guerra mondiale. È pericolosa ma anche molto affascinante, un segreto che li unisce: la bomba diventa il loro scudo, l'oggetto magico a cui ricorrere tutte le volte che si sentono insicuri o in difficoltà.

Sono ragazzi che provengono da situazioni familiari delicate e che nell'amicizia incondizionata cercano la via di fuga da una vita che troppo presto ha presentato loro il conto.

Stefano, il benzinaio comunista e anche un po’ razzista che vive separato dalla moglie e dal figlio, un sognatore idealista che purtroppo un male incurabile si è portato via.

Mirko, dipendente comunale che prima della maturità era considerato un bravo ragazzo e che poi in seguito alla classica goliardata giovanile vede la sua famiglia andare in pezzi; si sposa per convenzione e quell’amore affrettato finirà presto e gli lascerà addosso un bagaglio di cattiveria che neppure gli amici di una vita riusciranno ad attenuare.

E poi c’è Giuliano, idraulico a tempo perso che dalla sua vita non ottiene nulla di interessante se non il rapporto morboso che ha con i suoi amici; ciò lo porta a tenersi dentro segreti vergognosi e inconfessabili e pur annegandoli nell’alcol la sua mente e la sua coscienza ottengono solo un oblio temporaneo.

Dopo la morte dei suoi due unici amici la vita di Giuliano comincia una spirale discendente per cui perde la sua officina, gli viene ritirata la patente e lui affonda in uno stato di morte apparente finché dopo sette giorni di “non vita” decide di compiere un gesto estremo.

I tre uomini hanno voglia di rivalsa, tutti e tre provengono da famiglie umili, con vite molto semplici e infanzie dure e difficili. Il loro tentativo di rivincita però non andrà a buon fine e la loro amicizia servirà anche a proteggerli dai fallimenti delle loro vite, di questo si accorgeranno quando ne rimane uno solo e lì il dubbio sorgerà veloce e obbligherà l’unico sopravvissuto a domandarsi se sia stata o meno vera amicizia oppure solo un’abitudine, un modo per stare insieme esclusivamente per sentirsi meno soli.

Approfondimento

La scrittura è diretta, semplice con una sensibilità profonda e schietta senza preamboli che a volte spiazza ma ti fa sentire più compreso.

Tira la bomba racconta quanto è diversa e sacra l’amicizia, con la A maiuscola, dalla conoscenza e abitudine di frequentarsi.

Manuela Delfino

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Girl in snow di Danya Kukafka

 

Dal 2 novembre in libreria

Disponibile per Bompiani da inizio mese Girl in snow, romanzo di esordio di Danya Kukafka, un thriller dal passo classico, serrato e sconvolgente che esplora i segreti di una piccola città.

«Una tragedia ha colpito il nord del Colorado questa mattina, dove il corpo di una quindicenne è stato trovato nel parco giochi di una scuola elementare.  La vittima è Lucinda Hayes, una studentessa del primo anno alla Jefferson High School.»

Chi ha ucciso Lucinda Hayes? Perché uccidere la ragazza perfetta? Perché farla ritrovare su una giostrina, al parco, sotto la neve? Lucinda Hayes era bella, popolare, amatissima: nella cittadina del Colorado in cui viveva non c'è una persona che non sia profondamente toccata dalla sua scomparsa. Soprattutto i tre che sapevano o si accingono a sapere tutto di lei: Cameron, il ragazzo disturbato per cui Lucinda era diventata un'incantevole ossessione; Jade, la coetanea a cui Lucinda forse senza nemmeno saperlo ha portato via tutto; e Russ, l'investigatore che indaga sul caso e che è legato a Cameron in un modo che forse non lo rende così obiettivo. Tre punti di vista per ricostruire la vita breve di un'adolescente che aveva il mondo in pugno, una soluzione da giocare tra chi guarda e chi spia, tra chi ama e chi perseguita, tra chi cerca con onestà e chi ha la vista offuscata dai ricordi.

Danya Kukafka dopo essersi laureata alla New York University's Gallatin School of Individualized Study, lavora come assistente editoriale da Riverbed Books. Girl in Snow è il suo romanzo d'esordio.

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Recensione di Piccolo paese di Gaël Faye

La voce narrante di Piccolo paese è quella di Gabriel, Gaby per tutti, figlio di un francese, titolare di un’impresa edile che costruisce ponti e strade, e di una ruandese, nostalgica del suo paese ma desiderosa di andarsene a Parigi con la famiglia. La coppia vive in Burundi, a Bujumbura, a cinquanta chilometri dal confine ruandese, insieme ai figli Gabriel, dieci anni, e Ana, sei anni.

La vita agiata in una casa benestante con cuoca, servitù, autista e aiutanti vari, procede serena: dopo la scuola Gaby trascorre il tempo con Armand, figlio di un ambasciatore, Gino, amico del cuore, e due gemelli. Lunghi pomeriggi avventurosi a rubare manghi, a rivenderli, a rifugiarsi sugli alberi, a bighellonare nel vicolo del quartiere dove conoscono un po’ tutti.

I genitori di Gaby e Ana si separano: la mamma non accetta di restare in Burundi e va via , tra la sua gente, in Ruanda. È un duro colpo per i due bambini , che restano con il padre e sognano che la madre torni a casa.

A seguito di libere elezioni, nel 1993, il partito che aveva sfidato il potere, vince. Inizia un periodo di instabilità politica con colpi di stato, uccisioni di Presidenti, lotte fratricide. Tutti sono più insicuri, soprattutto perché emergono gli odi tra le etnie presenti: gli hutu, più forti in Ruanda, e i tutsi più numerosi e forti in Burundi.

All’improvviso, si smette di essere se stessi e si viene indicati e riconosciuti come prede, perché appartenenti a una delle etnie nemiche. Le strade vengono presidiate da bande di scalmanati, feroci militanti protagonisti di scontri sanguinari e cruenti.

Per qualche tempo le famiglie benestanti come quella di Gabriel e dei suoi amici non subiscono ritorsioni: le ambasciate e i funzionari consentono loro di lavorare e circolare liberamente. La guerra infuria nelle campagne: villaggi devastati, incendiati, le scuole attaccate, gli alunni bruciati vivi all’interno. Tutti fuggono verso la Tanzania, lo Zaire, ma soprattutto verso il vicino Ruanda. L’ondata migratoria spaventa le etnie locali e inizia la caccia ai tutsi . I cuginetti di Gabriel vengono uccisi e lasciati a marcire in casa. Uno zio militare viene fucilato, la famiglia barbaramente uccisa. L’odio in libera uscita.

La notizia dei massacri dei tutsi in Ruanda si diffonde rapidamente. Iniziano rappresaglie ed imboscate anche in tutto il Burundi. A pagare sono gli hutu, dapprima i servitori, le categorie più umili, quelli che non godono della protezione di nessun potente. Poi il padre di Armand, l’ambasciatore, viene trovato massacrato e la paura si diffonde tra i ragazzi che decidono di dare una mano, di agire per evitare improvvisi e imprevisti attacchi. Si armano, si riuniscono in bande, presidiano le strade, i ponti e danno la caccia agli hutu . Uccidono senza pietà.

La guerra chiede a ognuno di trovarsi un nemico. Non si può restare neutrali.

Approfondimento

Il racconto in diretta è molto efficace. Il lettore viene catturato dalla capacità di Gaël Faye di farlo sentire accanto ai personaggi , testimone di una guerra fratricida, di un genocidio che, come una marea nera, annega ed avvelena tutti.

I dialoghi, arricchiti da dettagli, consentono di immergersi nelle situazioni evocate e di viverle insieme ai protagonisti che si presentano a noi non per i tratti salienti ridotti all’essenziale, ma per quello che dicono.

Gli elementi autobiografici invadono il romanzo. Inizialmente il lettore identifica Gabriel con Faye. Poi però, man mano che il racconto procede, il protagonista cresce autonomamente e si scrolla di dosso il fardello autobiografico. Non resterà mai solo.

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Recensione di La bambina selvaggia di Rumer Godden

Diddakoi. Zingara. Zinghi-zingarella, ti tiriamo le budella.

Figlia di uno zingaro e di una ragazza irlandese, Kizzy vive con la nonna in un carrozzone. È un’esistenza strana la sua. Da un lato allevata dalla nonna secondo le sue tradizioni, dall’altro lato attratta dal sistema verso la scuola, le regole della cosiddetta civiltà. Vive sì in un carrozzone come hanno fatto da secoli gli avi del padre, ma il mezzo è parcheggiato dentro un frutteto grazie alla benevolenza che l’Ammiraglio ha verso la nonna.

Più selvatica che selvaggia si adatta con fatica agli abitanti del paese. Derisa dalle bambine, che la temono, la invidiano e di nascosto la ammirano. Attraente ed esotica per i maschietti che la proteggono e cercano di farsela amica. Infine gli adulti che si dividono tra chi la vorrebbe “redimere” e portare alla civiltà e chi invece intuisce e rispetta il suo essere particolare.

Quando la nonna muore le cose si complicano con l’arrivo dei parenti zingari che vogliono dire la loro. Chi la vuole nomade, chi la vuole stanziale, chi le vuole rivestire di abiti “decorosi”, chi la vuole ricoperta di colori e gioielli vistosi. Con delicatezza Rumer Godden ci prende per mano e ci porta attraverso queste schermaglie. Senza mai cadere nella banalità ci invita ad accodarci ai compaesani di Kizzy e con loro a scartare il grande regalo che la bambina gli ha fatto. Quello di vedere al di là delle apparenze, dove non ci sono solo zingari o solo stanziali, ma persone con sentimenti e idee diverse dalle nostre.

La bambina selvaggia è una favola. Solo nelle favole, purtroppo, possiamo trovare i finali migliori. Quelli, forse poco credibili, ma che ci rasserenano e ci lasciano completamente soddisfatti. Credo sia questo il modo migliore per affrontare e apprezzare questo testo. Inutile affannarsi a cercarci dentro significati nascosti o lezioni di morale. Con questo non voglio dire che questo romanzo sia qualcosa di leggero e privo di significati. Di spunti di riflessione in realtà ne offre parecchi. Ma perché, avendo l’occasione di trovarsi tra le mani un bel testo scritto in modo scorrevole e leggero non abbandonarsi al puro piacere della lettura? Perché non apprezzare a fondo i numerosi personaggi, a volte quasi delle macchiette, che con abilità la Godder ha sparpagliato all’interno del libro? Perché non fare il pieno di ideali, buoni sentimenti e generosità prima di tornare al mondo reale?

Probabilmente La bambina selvaggia verrà interpretato in modi diversi a seconda della fascia di età. Ma credo che questo sia sempre un lato positivo. Non imporsi sul lettore ma lasciare che ognuno nella lettura metta qualcosa di personale.

Approfondimento

Kizzy è l’energia. Lo è in senso positivo e negativo. I suoi entusiasmi sono genuini e incontrollati. I suoi dolori sono immensi, cupi e inconsolabili. Il personaggio principale è quello delineato con maggiore forza e con più particolari. Ma quelli che le fanno da contorno sono altrettanto interessanti ed originali. L’ammiraglio e il suo assistente per esempio. Terrorizzati dalle donne alle quali impediscono persino l’accesso in casa, ma in fondo desiderosi di averle attorno. L’insegnate all’apparenza mite e rispettosa delle regole. In realtà quanto di più rivoluzionario e si possa trovare e non solo per la sua epoca. Di contorno tutto il paese, se vogliamo considerarlo come un’entità unica, è un attore di primo piano all’apparenza chiuso e sospettoso, in realtà con un cuore enorme e vedute molto più ampie di quelle che vorrebbe ammettere.

Sonia Fascendini

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Recensione di Paracadute e baci di Erica Jong

E non è forse la paura semplicemente l’altra faccia dell’amore, il rovescio del desiderio?

Isadora Wing ha trentanove anni, secondogenita di tre sorelle, ed è il riflesso dei sogni dei genitori. Ama l'arte, grazie an­che alla passione del nonno, mentore e guida nella sua vita, appena scomparso. E adora il sesso. Quello appagante e crudo. Ed è questo connubio che la porta a diventare una scrittrice.

Grazie al suo ultimo romanzo, la sua fama è alle stelle, a differenza di quella del marito Josh, che non riesce a sbancare con i suoi scritti. In questo periodo così florido per lei, Josh, forse anche per invidia, decide di lasciarla da sola con la figlia, la piccola Amanda. Per Isadora è un brutto colpo, e per esorcizzare la perdita e liberarsi dal senso di colpa che la attanaglia, si abbandona alla voglia carnale libera e selvaggia. La più bella che abbia mai praticato. Vecchi amici, conoscenze, figli di amiche. Amante, amica e consigliera di ogni suo uomo. Ma niente riesce a farle scordare l'ex marito, né tantomeno la notizia dei suoi svariati tradimenti du­rante il matrimonio e i suoi possibili errori.

Quando però Isadora incontra, lungo la sua vita ormai allo sbando, un giovane attore venticinquenne, biondo, occhi blu, una bellezza fresca e un suo grandissimo fan. Bean le farà capire come la presenza di un amore sincero e viscerale, accomunato dalla stessa voglia di sesso pieno di sentimento, naturale e a tratti rude, pos­sa essere una delle più potenti medicine della vita.

Paracadute e baci, manuale scandalo e inno al desiderio sessuale femminile, grazie al suo accentuato umorismo ebraico, lo rende moralmente scorretto, dissacrante e specchio di una società che solo ora esce allo scoperto, rivelando desideri e perversioni sane che ognuno di noi, probabilmente tiene nascoste.

Isadora è l'incarnazione della donna emancipata e libera di scegliere cosa è più giusto per lei, senza dare conto a nessuno se non al proprio istinto. Ed è an­che il simbolo di chi, arrivato all'età della nostalgia, si rimette in gioco nella vita come nell'amore. Perché non esiste età in cui smettere di amare.

Approfondimento

Terzo libro sulla vita di Isadora Wing (sequel di Paura di volare e Come salvarsi la vita), nonché saga semi-autobiografi­ca della scrittrice stessa, Erica Jong, che, come evidente, tra i suoi argomenti preferiti adora narrare di sesso, di se stes­sa e delle sue esperienze celate nei suoi scritti. La narrazione, lenta e dettagliata è aiutata da un'ironia pungente e pon­derata che rende il racconto fluido e vivace.

Isadora è una madre, ma soprattutto una donna di quarant'anni, che a causa del divorzio si ritrova a riaffrontare una vita che ormai aveva dimenticato. Possiede una voglia di scoprirsi e riconoscersi, di provare a scoperchiare desideri e voglie tenute nascoste. Paracadute e baci è una lode ai quarantenni che non devono perdere la voglia di vivere ed essere libe­ri. Liberi di innamorarsi, di perdersi e ritrovarsi. Di cambiare marcia e rendersi eternamente e amorevolmente infanti­li.

“Perché maledizione?” “Perché l’innamoramento è il primo passo verso la sofferenza che ti spezza il cuore.” “Giuro che non ti spezzerò mai il cuore,” disse Bean. “Sono qui per guarirlo.” “Dicono tutti così, all’inizio.”

Denise Dina

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Recensione di Solo per desiderio di Richard Flanagan

E in quel momento capì che l'amava. Non poteva più disciplinare il suo cuore indisciplinato. E lui, un uomo che aveva trascorso la vita nella convinzione che cedere al desiderio era un atto da selvaggi, si rese conto che il suo desiderio non poteva più essere negato.

Una bambina aborigena, in abito rosso di seta e piedi scalzi, si mette in posa per un ritratto. È Mathinna: adottata dal Governatore dell'isola, sir John Franklin, e da sua moglie, Lady Jane. La piccola è un esperimento della coppia per dimostrare che anche i selvaggi possono essere civilizzati, ma l'esperimento è destinato a ribaltare la loro tesi, perché in realtà dietro la persona più civile può nascondersi il più selvaggio degli uomini.

Il suo destino sarà segnato tragicamente: Mathinna finirà vittima innocente di un desiderio primitivo e poi allontanata come marchio della vergogna.

1854: nella Londra vittoriana Charles Dickens, all’apice del successo ma con un matrimonio infelice alle spalle, viene contattato da Lady Jane per riabilitare la memoria del marito, la cui fatale spedizione tra i ghiacci polari alla ricerca del mitico passaggio a Nord – Ovest è macchiata dal sospetto di cannibalismo. Chi era veramente quell'esploratore? Chi è veramente Charles Dickens?

Personalmente conosco poco Richard Flanagan: nato in Tasmania nel 1961 da una famiglia di origine irlandese, è un autore che cerca di conservare memoria del suo popolo. Le sue parole e i suoi racconti non si allontanano dalla sua terra e da una popolazione schiavizzata.

Flanagan in Solo per desiderio riesce con abilità a far muovere nel racconto personaggi storici come Dickens trattando tematiche forti. Racconta in parallelo due storie: da un lato quella di un colonialista colpevole di uno dei peggiori crimini al mondo, dall’altro quella di uno scrittore sposato e in crisi che cercava di resistere all’attrazione per una giovanissima attrice.

Incuriosita ho letto la trama di un’altra sua opera, La strada stretta verso il profondo nord, e l’ho aggiunta nella mia lista delle prossime letture. I libri di Flannagan sono ispirati da storie personali dove persone/personaggi si sentono qualcuno solo quando colpiscono i più deboli o riescono a prevalere.

Approfondimento

Mathinna è un piccolo “folletto della foresta” con tanta vitalità. Incanta quando danza a piedi nudi con l’abitino rosso che le hanno regalato e come Sir John, anche il lettore ne rimane affascinato. Personaggio variegato e intrigante come può esserlo quello di una bambina di sette anni.

Con la bambina aborigena sentiva di essere se stesso.

Flanagan non lascia trapelare nulla su cosa accade con esattezza a Mathinna, lascia al lettore capirlo e trarne le sue conclusioni.

Mathinna subisce due allontanamenti: il primo quando viene porta via dalla propria terra e dalla propria gente, il secondo quando quella che lei considerava famiglia la lascia sola in orfanotrofio con il pretesto che i Franklin devono tornare in Inghilterra e lei sarebbe stata una disadattata laggiù.

Quando tutti i bambini della sua età pensavano ancora a giocare e a divertirsi come soltanto la spensieratezza e l’innocenza di un bambino può fare, un evento crudele e violento, invece, segna questa piccola anima, la cui infanzia è stata strappata via velocemente ed è dovuta crescere troppo in fretta.

L’esperimento dei due improvvisati precettori è fallito. Perché i selvaggi resteranno tali? Perché c’è un istinto selvaggio in ogni uomo che non si può negare?

Orfana, spirito inquieto costretto a piegarsi alla farsa della civilizzazione salvo essere abbandonata quando non la si vede che come oggetto di potere maligno.

VeryCam

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Recensione di Chi è senza peccato di Jane Harper

Una prolungata siccità, una cittadina dove tutti sanno in fretta tutto quello che succede, e molti pregiudizi.

Queste sono le caratteristiche dell’australiana Kiewarra, dove, da adolescente, Aaron Falk viveva con i suoi coetanei, ma una tragedia lo fece allontanare dal paese e da suo padre che non riuscì mai ad accettare quello che successe.

Nel frattempo Falk diventa un poliziotto federale, e viene richiamato nel suo paese natale per commemorare la morte del suo amico d’infanzia Luke e, molto peggiore, anche di sua moglie e di suo figlio. Un’indagine non ufficiale, ma necessaria per la sua giustizia morale, e per il forte legame che li univa, se non fosse per ciò che lo ha spinto ad andarsene da adolescente.

Chi è senza peccato racconta storie di personaggi che all’apparenza sembrano normali abitanti di un piccolo paese, normali come lo sono i fatti che portano all’uccisione della famiglia di Luke, il vecchio amico di Falk, il protagonista.

Ma ciò che accade in superficie spesso nasconde ciò che succede dentro all’animo di una persona. In Chi è senza peccato, infatti, risaltano i tratti più bui dell’essere umano, dall’egoismo, alla paura, dalla diffidenza, ai pregiudizi. Ma tutti mostrano una facciata, e per l’agente Falk sarà faticoso risalire alla verità e condannare il colpevole, se di uno si può parlare.

Scoprire e scavare a fondo di una piccola comunità, i cui rapporti sono basati sulla paura e sul timore dei giudizi che l’uno ha verso l’altro, non fa che prolungare le indagini per il nostro protagonista, ma in ognuno di essi esiste una sfumatura del nostro agente, che si ritrova a riesumare ricordi che teneva ben celati dentro di sé.

Affrontarli non sarà semplice, non lo è per nessuno, ma bisogna farlo, per essere più forti e per continuare a vivere senza rimorsi, senza pesi sulla coscienza che possono rovinare il nostro vivere.

Approfondimento

Il mestiere dell’agente federale può essere molto difficile: capire le persone, come mentono, affrontarle nella maniera corretta per raggiungere la verità. Non solo, ma se ci aggiungiamo il fatto che l’indagine è personale allora non si può seguire la procedura, non si può rimanere estranei alla vicenda senza influenzarla.

Confrontarsi con chi mente, o con ogni possibile colpevole, conoscendolo da molti anni, può sviare le indagini. Spesso, magari inconsapevolmente, ci ritroviamo a proteggere le persone che ci stanno accanto, per qualcosa che hanno fatto, deviando dai nostri princìpi, ma mantenere la nostra integrità e la nostra dignità ci afferma nel mondo, chi siamo e da dove veniamo.

Il testo di Chi è senza peccato è variegato da fasi narrative e da dialoghi che, conducono il lettore verso una conclusione ovvia, ma Jane Harper non fa altro che farci riflettere sui nostri lati negativi, i pregiudizi verso alcuni personaggi saranno netti, quindi ci si ritrova nei panni di Falk, che inseguendo il colpevole può cadere vittima delle prime impressioni, magari negative o positive.

Assistiamo a molti flashback, che spiegano in modo chiaro il passato del protagonista e dei suoi concittadini, necessari per far fluire la storia, e per stare a fianco del nostro e delle sue vicende.

Valentino

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