Categoria: Bruno Arpaia

Recensione di La cultura si mangia di Bruno Arpaia e Pietro Greco

“La cultura non si mangia”, dichiarò nel 2010 l’allora Ministro dell’Economia Giulio Tremonti, giustificando i suoi radicali tagli all’università, alla scuola di primo e secondo grado, al Fondo unico per lo spettacolo e ad altre istituzioni simili. I tagli alla cultura da allora a oggi sono continuati in maniera inesorabile. Destra e sinistra hanno spesso fatto pomposi proclami sull’importanza della ricerca, dell’innovazione, della cultura in generale ma di fatto poco o nulla è stato compiuto per fare in modo che questo processo degenerativo di depauperamento cambiasse rotta. Eppure è stato detto e scritto più volte l’Italia, il Bel Paese, possiede un’inestimabile ricchezza culturale che può diventare la fonte di una crescita sociale ed economica diffusa.

La cultura è un fattore fondamentale che si basa sul triangolo della conoscenza dove ai vertici ci sono la formazione, lo sviluppo scientifico e tecnologico e quello che erroneamente si chiama industria culturale e che preferibilmente sarebbe più giusto chiamare industria creativa. In tal senso i tre vertici coinvolgono il Patrimonio, i Media, le Industrie culturali, le scuole, le università e la Creazione artistica di un paese che coordinati e impiegati in maniera ottimale ed efficienti diventano una fonte unica e irripetibile di sviluppo economico. Il modello del Museo Guggenheim a Bilbao lo dimostra alla grande. I risultati di come è ridotta la nostra Patria, invece, purtroppo, sono sotto gli occhi di tutti.

Gli esempi che i due autori di La cultura si mangia ironicamente ci propongono sono le imbarazzanti risposte a domande di cultura generale di noti esponenti politici della seconda Repubblica. Per cui la sinagoga è un luogo di culto per le donne musulmane; Gerusalemme è la capitale della Palestina; Netanyahu è un leader iraniano; Shakespeare è un drammaturgo dell’Ottocento. La lista di gaffe, chiamiamole così, potrebbe continuare all’infinito e farci vergognare profondamente di essere rappresentati da politici così colti. Se a questo poi si aggiunge che l’Italia è uno dei paesi con il più alto numero di abbandoni scolastici, il minor numero di laureati e il maggior numero di menti migliori che fuggono all’estero, il quadro negativo e sconsolante è completo. E quindi Arpaia e Greco si chiedono, e noi insieme a loro, come sarà l’Italia fra trent’anni? Da un lato avremo il mondo della conoscenza: con Paesi come la Corea del Sud, il Giappone, la Russia, il Canada in cui tre persone in età da lavoro su cinque avranno una laurea e in cui i principali fattori di sviluppo economico saranno la ricerca e le industrie creative. Altri paesi come gli Stati Uniti, la Cina, il Brasile tenderanno a raggiungere in un modo o nell’altro performance analoghe. Dall’altro lato, invece, paesi come l’Italia con meno mobilità sociale, con più inefficienza, con più disuguaglianza, e soprattutto con meno idee su stessa e su quello che potenzialmente ha ed è, un paese “escluso dalla conoscenza” e conseguentemente con sempre meno servizi, beni, welfare. Insomma un paese senza futuro.

Approfondimento

In La cultura si mangia Bruno Arpaia e Pietro Greco sfatano una serie di miti: non è vero che il nostro Paese può vivere di "patrimonio artistico" e di “bellezze paesaggistiche tout court”. Patrimonio e bellezza vanno tutelati e valorizzati al più presto con un progetto di sviluppo fondato sulla conoscenza. Spunti indispensabili per la classe politica, che ha il compito di guidare fuori dalla crisi un Paese sempre più confuso, ignorante e (quindi) povero…

Il risultato finale di La cultura si mangia è un’analisi reale e spietata di un’Italia, che paragonato con altre nazioni europee, come la Francia, dove la cultura crea introiti e indotto grazie ai supporti governativi, e il patrimonio artistico è oggetto di attente cure e puntuali manutenzioni, e dove la cultura è un affare (e che affare!), che ha sprecato molte occasioni, fanalino di coda in Europa, sempre più povero, un paese non al passo coi tempi amministrato da miopi che non riesce a reagire, ad adattarsi a riconquistare pezzi di futuro.

Bruno Arpaia e Pietro Greco ribadiscono, e fanno bene, ridirlo, riscriverlo ce lo fa ricordare che è proprio nella cultura, intesa come conoscenza, educazione, ma anche bellezza (artistica e paesaggistica) e nella sua tutela e valorizzazione, che risiede la nostra identità di Paese Italia e che caratterizza la nostra storia, il nostro modo di essere.

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Qualcosa là fuori di Bruno Arpaia

Dal 28 aprile in libreria

Da un paio di giorni è in libreria Qualcosa là fuori, il nuovo libro di Bruno Arpaia edito da Guanda. Un romanzo visionario e attualissimo, che ci fa vivere le estreme conseguenze del cambiamento climatico già in atto e realizza quel «ménage à trois» fra scienza, arte e filosofia che, come sosteneva Italo Calvino, costituisce la vocazione profonda della migliore letteratura italiana. Pianure screpolate, argini di fango secco, fiumi aridi, polvere giallastra, case e capannoni abbandonati: in un’Europa prossima ventura, devastata dai mutamenti climatici, decine di migliaia di «migranti ambientali» sono in marcia per raggiungere la Scandinavia, diventata, insieme alle altre nazioni attorno al circolo polare artico, il territorio dal clima più mite e favorevole agli insediamenti umani. Livio Delmastro, anziano professore di neuroscienze, è uno di loro. Ha insegnato a Stanford, ha avuto una magnifica compagna, è diventato padre, ma alla fine è stato costretto a tornare in un’Italia quasi desertificata, sferzata da profondi sconvolgimenti sociali e politici, dalla corruzione, dagli scontri etnici, dalla violenza per le strade. Lì, persi la moglie e il figlio, per sedici anni si è ritrovato solo in un mondo che si sta sfaldando, senza più voglia di vivere, ma anche senza il coraggio di farla finita. Poi, come migliaia di altri, ha pagato guide ed esploratori e ora, tra sete, fame e predoni, cammina in colonna attraverso terre sterili, valli riarse e città in rovina, in un continente stravolto e irriconoscibile… Bruno Arpaia è nato nel 1957 a Ottaviano, in provincia di Napoli. Romanziere, giornalista, consulente editoriale e traduttore di letteratura spagnola e latinoamericana, per Guanda ha pubblicato: Tempo perso (Premio Hammett Italia 1997), L’angelo della storia (Premio Selezione Campiello 2001, Premio Alassio Centolibri – Un autore per l’Europa 2001), Il passato davanti a noi (Premio Napoli e Premio Letterario Giovanni Comisso 2006), Per una sinistra reazionaria, L’energia del vuoto (finalista al Premio Strega 2011 e vincitore del Premio Merck Serono), La cultura si mangia!, con Pietro Greco, L’avventura di scrivere romanzi, con Javier Cercas, Prima della battaglia, Qualcosa, là fuori, oltre a una conversazione con Luis Sepúlveda, Raccontare, resistere. I suoi libri sono tradotti in molte lingue.abc
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