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Recensione di Memorie di un cacciatore di draghi di Carol Birch

I filosofi tedeschi chiamano Weltanschauung la visione del mondo diretta dalla nostra volontà. Nessuno può imporci un modo “pre-impostato” di guardare le cose, perché è solo l’esperienza vissuta dal proprio “Io” che ci rende consapevoli di cosa significhi vivere. Ma è inutile negare che il primo rischio che si corre nel rivolgere uno sguardo consapevole alla realtà, è quello di rimanere intrappolati in una gabbia di angosce, in cui la convivenza con il mondo è dettata da un andamento tutt’altro che lineare.

Quella di Jaffy Brown, ragazzo londinese che decide di partire per catturare un drago dietro la ricompensa di un ricco signore, è una storia che può essere letta come metafora di ciò che la vita ci propone: una dura realtà che possiamo scegliere di subire o a cui possiamo reagire con le forze del nostro essere più profondo. Tutto in questo romanzo sembra, infatti, suggerire l’idea di un passaggio obbligatorio nella vita di ognuno che comporta una rivalutazione delle vecchie credenze e che apre la via a un nuovo modo di concepire l’esistenza. In Memorie di un cacciatore di draghi (Jamrach’s Menagerie) ho letto una riflessione sull’esperienza della crescita. La lotta per la sopravvivenza, i sacrifici al di sopra di ogni umana sopportazione, il disorientamento causato dall’immensa distesa del mare, non sono altro che caratteri amplificati di ciò che l’esperienza comporta per ogni individuo. Jaffy sarà condotto fino in fondo alla crudeltà degli eventi, uscendone più maturo e soprattutto con una personalità più definita. Ho trovato interessante il cambiamento subito da Jaffy nel corso della storia; da ragazzino ammaliato dall’idea di catturare una creatura misteriosa, a uomo che non rimette più se stesso nelle vuota ricerca di qualcosa di raro per dare senso alla propria vita. Bella la descrizione della tempesta che si abbatte sulla Lysander, (la nave in cui Jaffy e i suoi compagni si sono imbarcati), perché crea il senso di impotenza che sovrasta un uomo di fronte la maestosa forza di una natura che deve seguire il proprio corso. E in fondo cos’è l’esperienza, se non la tempesta che ci travolge per portarci nei migliori dei casi ad arricchire il nostro stato di coscienza?

Non è un caso che la storia abbia due tipi di ambientazione: Londra e il mare. Se la città dà un senso di sicurezza nonostante i pericoli che immancabilmente riserva, il mare rappresenta uno “spazio” che sfugge al dominio umano. Il drago in questa storia più che costituire il vero fine della stessa, sembrerebbe essere il pretesto che porta Jaffy a lasciare la sicurezza della propria città in favore di un “luogo” i cui i confini sono molto poco definiti. Sono questi i motivi che mi spingono a vedere in questo romanzo l’iter della formazione personale di Jaffy Brown. Ciò non deve condurre a vedere nel titolo italiano un controsenso: il drago, infatti, come sopradetto, è una figura funzionale a partire dalla quale Jaffy si sgancia dalla propria condizione rassicurante, alla volta di ciò che gli è completamente sconosciuto.

Memorie di un cacciatore di draghi è un libro che consiglio di leggere senza l’aspettativa di una storia fantastica, ma come racconto di un viaggio durante il quale prende forma una nuova personalità.

Elisabetta Rizzo

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