Categoria: contemporanei

Recensione di Tra amici di Amos Oz

Ha aspettato a lungo. Gli pareva di sentire dei singhiozzi provenienti dall'ospedale, ma non ne era sicuro. Sedeva immobile e ascoltava.

L'Israele di Tra amici esiste da pochi anni, la terra promessa è ancora segnata tanto dalle tragedie quanto dagli ideali che hanno dato vita a questo straordinario paese, ma al kibbutz Yekhat la vita sembra scorrere tranquilla e, forse, anche serena. Ognuno, qualunque sia l'età e le condizioni, ha le proprie responsabilità, il proprio ruolo che si incastra perfettamente nel meccanismo preciso dal quale questa piccola e perfetta società è governata.

Yekhat è il luogo dove a nessuno è concesso di essere inutile, dove tutti hanno dei doveri verso gli altri in virtù di una simbiotica condivisione di valori, di azioni, di gesti, di decisioni, e persino di pensieri e di opinioni. Perché questa è la legge del kibbutz: nessuno deve agire da solo, nessuno deve bastare a sé stesso, perché è sul lavoro di tutti che si fondano l'economia, il benessere, ma anche la sopravvivenza di questa sorta di pittoresca cooperativa regolata da leggi forse semplici ma sicuramente inderogabili.

O, forse, sarebbe il caso di dire che la vita a Yekhat scorra apparentemente tranquilla. Poiché nel profondo, ognuno nasconde un segreto. Un'angoscia interiore, personale, impossibile da condividere con gli altri, impossibile da risolvere con un'assemblea popolare. Un desiderio, una passione, una fobia, un'illusione, un amore: qualcosa di cui vergognarsi, da rimpiangere, da sognare, ma comunque qualcosa di intimo e proprio.

C'è Ariela che scrive lunghe lettere a Osnat, l'ex moglie di Boaz, l'uomo che ha sedotto e con cui ora lei infelicemente vive, c'è la giovanissima figlia di Nahum che va a vivere con David, il proprio insegnante, marxista convinto e indomabile dongiovanni, c'è Nina, una delle più battagliere innovatrici del kibbutz, che decide di lasciare il marito e chiede aiuto al timido Yoav, il segretario, senza immaginare che da anni egli sia innamorato di lei, c'è il giovane Yotam che vorrebbe lasciare il kibbutz ma senza l'obbligo di laurearsi e poi tornare, c'è Moshe che divide la vita tra la scuola di Yekhat e l'ospedale dove è rinchiuso il padre, c'è il bizzarro Zvi, narratore di sciagure, che sembra avere un feeling con Luna, vedova di un riservista, ma è solo un fraintendimento che sveglierà però in lei un inatteso spirito di avventura, c'è il simpatico Roni che diviene improvvisamente violento quando il figlio scappa dal dormitorio dei bambini a causa della cattiveria dei compagni, c'è il nostalgico Martin, sopravvissuto allo sterminio, che nei suoi ultimi giorni di vita spera ancora di cambiare il mondo eliminando ogni forma di potere, e inizia a dare lezioni di esperanto...

Yekhat è piccolo, gli abitanti sono pochi, i loro destini si incrociano a breve distanza, i loro segreti non riescono a rimanere tali perché la vicinanza e la condivisione forzata li svela, e spesso alle persone meno adatte. Amos Oz rivela il fragile equilibrio del kibbutz, ne mette in luce le ipocrisie, le debolezze, le rivalità, le discriminazioni, i contrasti, ma ne lascia intatto il fascino antico, amplificato da una scenografia impressionante, a volte drammatica, da un'atmosfera vagamente sfumata, quasi come se i pensieri più profondi degli abitanti fossero una presenza viva e percepibile, oltre il paesaggio ancora selvaggio di Israele.

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