Autore: Elisa

Recensione di Legionario di Tony Sloane

Iniziò per primo, io invece mi avviai un paio di minuti dopo. I cavi oscillavano da una parte all'altra: nella notte calda e limpida riuscivo a distinguere le rocce sottostanti e le lettere bianche della "Voix de l'Incoscient"...

In un giorno d'estate il diciottenne Tony Sloane parte da Norwich verso la Francia, alla ricerca di un lavoro estivo. Porta con sé poche cose: è abituato a vivere senza fissa dimora, lavora e dorme dove capita, non ha un luogo dove ritornare. Di passaggio a Marsiglia con un amico per raggiungere la Costa Azzurra, incontra uno strano personaggio che, come in una fiaba, incanta i due ragazzi raccontando le proprie avventure. E' un legionario in licenza, e Tony, affascinato dalla sua storia, saluta il compagno di viaggio e si presenta ad Aubagne per arruolarsi nella celebre Légion Etrangère. Sorprendentemente, supera tutte le selezioni, e firma il contratto per la ferma di 5 anni che stravolgerà la sua vita.

Qui occorre fare una premessa. Sulla Legione Straniera sappiamo ben poco, ci appare come un mondo leggendario e misterioso, accessibile a pochi, inavvicinabile dagli altri: un'entità affascinante e spaventosa, chiusa in uno surreale che ricorda Il deserto dei Tartari di Buzzati. In realtà, si tratta di uno dei corpi militari meglio addestrati del mondo, che spesso interviene a risolvere conflitti particolarmente intricati, in condizioni estreme di difficoltà e di rischio. Ma Tony Sloane, nel momento in cui firma, ancora non lo sa.

Non essendo un romanziere, egli racconta con semplicità le esperienze vissute, trasmettendo un alternarsi di rabbia, di incanto, di entusiasmo e di orgoglio. Quattro mesi di addestramento spietato per ottenere un fisico d'acciaio, ma soprattutto per imparare a sottostare ad una disciplina ferrea, a non fare domande, a dimenticare il passato, a fare a meno di tutto, perché la Legione deve essere l'unica famiglia, l'unica patria e l'unica ragione di vita e di morte. Al termine della prova finale di 120 chilometri di marcia, Tony Sloane è un legionario a tutti gli effetti, e questo è solo l'inizio: il suo percorso evolutivo, sempre ai limiti estremi della resistenza, prosegue prima in Corsica, poi in Etiopia, nel Gibuti, nel deserto del Sahara: cinque durissimi anni nei quali il ragazzo vagabondo e sognatore si è inevitabilmente trasformato.

Approfondimento

Ora, viene da chiedersi: ma in cosa si è trasformato? Perché è questa, a mio avviso, la nota stridente della storia di Tony Sloane: quella di far emergere, e di ostentare, la parte peggiore di sé. Il suo racconto è bello, da leggersi trattenendo il respiro: le scene d'azione sono drammatiche, e intense, i paesaggi africani, le scogliere della Corsica, l'immensità rovente del deserto sono ritratti con un'emozionante ricchezza di particolari, e i grandi valori acquisiti nei cinque anni, la lealtà, l'onore, il coraggio, talvolta traspaiono dalle sue parole.

Ma sembra che in lui, nonostante tutto, abbiano il sopravvento gli istinti peggiori, la trasgressione a tutti i costi, il sesso estremo e spesso sadico, la violenza immotivata. Certo, si potrebbe pensare che la situazione difficile, l'ambiente geografico a volte ostile, la fatica incessante delle prove da superare, l'isolamento sociale, l'addestramento rigoroso, siano gli elementi scatenanti del comportamento da teppista metropolitano di Sloane.

Ma, poiché l'autore, in epilogo, dichiara di avere raggiunto, a distanza di anni, il proprio equilibrio, a noi piace pensare che, forse, la vita da legionario abbia, sì, in parte provocato i suoi eccessi, ma soprattutto gli abbia offerta la possibilità di superarli e di trarne esperienza. E il suo libro ne è la prova: sicuramente esaltato ma, nonostante tutto, spettacolare.

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Riprendiamoci la vita. Lettera ai nipoti di Alfredo Reichlin

Sento l’assillo di aiutare la nascita di una nuova generazione la quale ricominci a pensare la politica come storia in atto. E così pensi all’Italia. Si misuri cioè con il fatto che l’Italia è arrivata veramente a un appuntamento con la sua storia, nel senso abbastanza preciso che siamo a un passaggio tra un “prima” e un “dopo”.

BodyPart-2Nella sua lettera ai nipoti Alfredo Reichlin, partigiano e militante politico, si pone il compito di riflettere sul futuro del Paese, in particolare sul crocevia della sopravvivenza e della trasformazione della democrazia in una dimensione europea, e incoraggiare le nuove generazioni a ricercare «idee nuove e soprattutto strumenti nuovi» per affrontare le nuove sfide di questo particolare momento storico. Un monito dunque alle nuove classi dirigenti del Partito Democratico e della società italiana più in generale, affinché riacquistino fiducia  nelle proprie capacità e riescano finalmente a esprimere «quell'immenso potenziale di capacità, bisogni, idee, diritti, sogni che sta nel mondo», perché cambiare si deve e si può.

Il 9 dicembre alle ore 17 si terrà la prima presentazione del libro presso la Sala Zuccari del Senato della Repubblica (via della Dogana Vecchia 29, Roma). Con l’autore interverranno i deputati Pd Franco Cassano, professore ordinario di sociologia e Gianni Cuperlo, la senatrice Pd Emma Fattorini, lo storico Ernesto Galli della Loggia, e Luigi Zanda, capogruppo del Pd al Senato, moderati dal giornalista Claudio Sardo.

Alfredo Reichlin (Barletta, 1925) è stato partigiano, militante politico, scrittore e giornalista. Direttore de l'Unità, parlamentare dal 1968 al 1994, dirigente nazionale del PCI, ha lavorato a stretto contatto con Enrico Berlinguer e ha in seguito svolto ruoli di direzione anche nel PDS e nei DS. Ha contribuito a redigere il Manifesto dei valori del Partito Democratico, ed è uno dei protagonisti più ascoltati nel dibattito politico-culturale italiano. Tra i suoi libri: Il silenzio dei comunisti (con Miriam Mafai e Vittorio Foa. Einaudi 2002); Riformismo e capitalismo globale (con Giorgio Ruffolo. Passigli 2003); Il midollo del leone (Laterza 2010). Riprendiamoci la vita. Lettera ai nipoti, pubblicato da Editori Internazionali Riuniti, è disponibile in libreria dal 10 dicembre al prezzo di Euro 12.00.

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Fernando Pessoa. Una quasi autobiografia di José Paulo Cavalcanti Filho

Lo scrittore brasiliano José Paulo Cavalcanti Filho racconta, con la passione di un romanziere, la storia di Fernando Pessoa, e delle sue molteplici identità letterarie.

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Il libro di José Paulo Cavalcanti Filho dedicato a Fernando Pessoa differisce da tutte le altre biografie uscite sul grande poeta lusitano per intenzioni, ricerca e creatività. L’autore ci rende, in definitiva, un Pessoa opera di sé stesso, una volta abbattute, se non annullate, le frontiere tra la vita del poeta (e dei suoi personaggi) e l’opera.

L’opera è l’uomo e l’uomo è l’opera, ma nella prospettiva molto personale dell’autore di questa “quasi autobiografia”. L’edizione brasiliana, uscita meno di un anno fa e già alla sesta ristampa con oltre 30mila copie vendute, si accompagna all’edizione portoghese, uscita in giugno, e già alla terza ristampa. Un successo di lettori che non accenna a diminuire, viste le uscite del libro anche negli USA, Cina e Israele. Un’esclusiva italiana di Edizioni Anordest.

Con Pessoa una quasi autobiografia l'autore contribuisce in maniera determinante alla conoscenza definitiva del percorso esistenziale di Pessoa e di coloro che gli furono vicini, oltre a sondare i tanti personaggi che hanno affollato la fantasia dell’autore portoghese: quegli eteronimi che trovano ora una loro salda sistemazione nel percorso umano del poeta di Lisbona.

José Paulo Cavalcanti Filho, brasiliano, 65 anni, ex ministro della Giustizia, avvocato a Recife, Consulente dell’Unesco e della Banca Mondial, membro della Comissao Nacional da Verdade tra il 1946 e il 1988 (che appura le violazioni dei diritti umani in Brasile), membro dell’Accademia Pernambucana de Letras. Presso l’editore Record ha pubblicato Informacao e Poder e O mel e o fel. Fernando Pessoa. Una quasi autobiografia, pubblicato da Edizioni Anordest, è disponibile in libreria al prezzo di Euro 15,90.

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Un’ombra più bianca del pallido di Michele Giocondi

Arriva nelle librerie online, pubblicato da goWare, il giallo d'esordio di Michele Giocondi, una storia che si dirama tra le ombre più oscure del nostro paese. 

ombraUna storia complessa e misteriosa che dalle vie di Firenze, ritratta in tutta la sua straordinaria bellezza, si allarga fino ai meandri oscuri del nostro paese. Protagonista è il commissario Ristori, titolare del commissariato di piazza del Duomo, che si trova a fronteggiare una forza terribile, nascosta dentro la storia oscura d'Italia, che emerge quando si sente minacciata, eliminando chi tenti di avvicinarsi alla verità.

Il commissario Ristori se ne rende conto quando un giornalista del principale quotidiano fiorentino scompare senza lasciare traccia. Le ricerche non hanno risultato finché, durante le indagini, viene assassinato anche il suo vice, Tommaso Di Salvo. Il commissario si getta anima e corpo nel caso, anche per rendere giustizia all’amico, ma non accade niente di concreto. Forse è più saggio arrendersi e mollare, come gli suggerisce qualcuno che ne sa più di lui, tanto non si giungerà mai alla scoperta del colpevole. Ma il commissario Ristori non si arrende e, per assicurare alla giustizia il responsabile dei delitti, farà luce su uno degli aspetti più inquietanti della storia d’Italia, fino a stanare quell’ombra inafferrabile e impercettibile che si cela nelle pieghe più torbide dello Stato.

Michele Giocondi è nato a Firenze nel 1951. Si è laureato in letteratura italiana ed ha insegnato per 40 anni italiano e storia alle superiori. Si è sempre occupato di letteratura di successo editoriale dell’Ottocento e del Novecento, scrivendo saggi e collaborando a riviste specialistiche. Ha curato numerosi manuali scolastici, pubblicati dalle più prestigiose case editrici, e un dizionario dei sinonimi e contrari più volte riedito. Un’ombra più bianca del pallido, il suo romanzo d’esordio, è disponibile in versione digitale in tutte le librerie online e in edizione a stampa su Amazon.

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Dio ha molti nomi di John Hick

Il teologo inglese John Hick percorre un viaggio spirituale tra le varie religioni alla ricerca di un punto di incontro per la pacifica convivenza dei popoli. 

dioTra le conseguenze della globalizzazione, una delle rivoluzioni a cui stiamo assistendo negli ultimi decenni è quella religiosa: a causa dei flussi migratori, che spostano intere comunità da una parte all'altra del pianeta, per la prima volta tradizioni spirituali profondamente diverse stanno entrando in contatto.

Oggi, nelle periferie delle metropoli d'Occidente, cristiani, musulmani ed ebrei, ma anche buddhisti, indù e sikh abitano fianco a fianco e percorrono le stesse strade. Culture e sensibilità religiose che per secoli hanno saputo poco o nulla le une delle altre, immaginandole in maniera distorta e ostile, si trovano d'improvviso a dover convivere.

Secondo John Hick, teologo e libero pensatore, si può fare molto di più che semplicemente tollerare il diverso. Lontano dalla new age e profetico nelle sue intuizioni, Hick è il primo a sostenere, in questo libro che attirò l'anatema del cardinale Ratzinger, che tutte le religioni potrebbero venerare la stessa divinità, rivelatasi a ciascun ramo dell'albero umano in modo diverso, usando linguaggi diversi in base alle caratteristiche dei differenti popoli.

È possibile, in altre parole, che Dio si sia presentato molte volte, e con nomi diversi. Ma perché si instauri un vero dialogo, aperto e sincero, ogni religione deve rompere la crosta di dogmi che si è ispessita sopra il contatto col divino che aveva in origine.

Deve chiedersi, in altre parole, quali sono le verità che considera fondamentali e quali sono solo sovrastruttura e possono essere messe in discussione. A partire, per i cristiani, dalla questione della natura umana o divina di Gesù.

John Hick (1922 – 2012), filosofo e storico inglese, si convertì all’Evangelismo dedicandosi agli studi teologici e filosofici. Ha avuto una ricchissima carriera accademica, ha insegnato a Oxford, Cambridge, Princeton e Cornell. Fautore del pluralismo religioso e ammiratore della filosofia kantiana, ha scritto più di venti libri tradotti in moltissimi paesi.

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Recensione di Il quinto esilio di Boris Biancheri

"Questo giovane è un mio amico" disse il signor Foligno. " E' una persona di riguardo, uno straniero che si trova temporaneamente nel nostro paese. E' disposto a vendere un gioiello insolito, un gioiello di famiglia, se gli viene offerto un prezzo ragionevole".

Nello scorrere dei decenni, lo scenario storico de Il quinto esilio si evolve, i paesaggi mutano d'aspetto e di colore, le generazioni si succedono le une alle altre, ma la dinastia dei Grabhau continua a portarsi dietro l'ombra dell'esilio, quasi come fosse una maledizione, una condanna, o forse, paradossalmente, un'esortazione a non fermarsi, a cercare sempre nuovi orizzonti.

Dal capostipite Konrad, che riuscirà ad ottenere il titolo onorifico e il conseguente privilegio e diritto a firmarsi Von Grabhau, il destino si trasmetterà anno dopo anno ad ogni discendente, fino all'ultimo, Eduard, personaggio avvolto da un romanticismo malinconico e rassegnato, destinato a perdere inevitabilmente ogni affetto incontrato nella vita, e a migrare ininterrottamente per il mondo, dalla Russia, a Roma, agli Stati Uniti.

Iniziata con l'avvento dello Zar, che ottenuta la vittoria sulla Svezia costringe Andreas Von Grabhau ad abbandonare la residenza di famiglia, la catena dell'esilio, sullo sfondo nebbioso, surreale e solitario dei paesaggi baltici, arriverà fino alle mani del giovane Eduard, dapprima attraverso campi e percorsi di battaglia sovietici dominati dalla confusione e dall'incertezza, poi in una Roma incolore, monotona e fin troppo tranquilla, e infine in America, dove Eduard si rifugia dopo la morte della moglie.

Ed è in America dove, molti anni più tardi, l'ultimo esilio, questa volta volontario, sarà subito, o forse è meglio dire compiuto, dalla figlia di Eduard, incarcerata per la sua sovversione politica, quando sceglierà consapevolmente, di fronte ad un padre divenuto ormai assente e distaccato dalla realtà, di rimanere rinchiusa in cella, rinunciando all'alternativa di essere libera, ma negare al contempo le proprie idee, il proprio passato, e quindi sè stessa.

Una narrazione armoniosa, ricca di dettagli storici, spesso nostalgica, a volte quasi struggente. Presentato nel maggio 2006 al Salone del Libro di Torino con un magnifico dialogo tra l'autore, Boris Biancheri, italiano dalle origini sovietiche, e un altro scrittore d'eccezione come Alain Elkann, è uno di quei pochi romanzi, in questo periodo di parole in offerta speciale, difficile da evitare e impossibile a dimenticarsi. Da non perdere.

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Recensione di La storia di San Michele di Axel Munte

Per riuscire a comprendere questo affascinante libro, che non è un romanzo storico, non è un memoire, non è un trattato di archeologia, ma è tutto questo e anche molto di più, occorre avvicinarsi all'altrettanto affascinante figura del medico svedese Axel Munthe, un personaggio divenuto leggendario tanto nel mondo della medicina quanto della letteratura. Nato nel 1857, laureatosi a Parigi e allievo di Charcot, la sua personalità trasmette ai pazienti un eccezionale carisma, ed il suo carattere lo porta ad offrire il proprio aiuto a chiunque, senza distinzioni, dai reali di Svezia agli artisti scandinavi di passaggio in Francia.

Giunto ad Anacapri in seguito alle epidemie che sconvolgono la regione di Napoli, vi si stabilisce definitivamente come medico condotto, e viene immediatamente attratto dalle rovine della cappella medievale di San Michele, attorniata da un vasto vigneto. L'antica cappella e il giardino, con l'emozionante sfondo del mare che circonda Capri, diverrà la dimora dell'anima di Axel Munthe, per tutta la sua vita.

Innamorato dell'arte, della bellezza e della natura, rispettoso di tutto quanto riguarda l'ambiente e la vita umana, Axel Munthe trascorrerà molti anni della sua vita costruendo, sulle rovine della cappella di San Michele, la villa che avrebbe dovuto dar forma ai suoi sogni. E scoprendo, nel corso dei lavori, che il luogo nasconde gli antichi resti di una magnifica dimora romana.

Giorno dopo giorno, egli segue personalmente il progredire della costruzione, ma non riuscirà mai a vederla completata, a causa di una malattia che lo porterà alla perdita della vista e ad essere costretto infine a ritornare a Stoccolma. Ma la villa, che alla sua morte lascerà in dono allo stato svedese, resterà per sempre là, dove egli ha voluto che sorgesse.

Axel Munthe, morto all'età di 92 anni, decide di scrivere La storia di San Michele dietro suggerimento dell'amico Henry James, per vincere l'angoscia della malattia, delle tenebre incombenti e della solitudine, racchiudendo tra le mura di questa villa sospesa tra l'azzurro del mare e del cielo, tutta la sua storia, i suoi sentimenti, quelle emozionanti rivelazioni a cui il progetto di San Michele diede vita.

La sua opera letteraria è anche la storia di un'epoca dura, sofferta e contrastata, della rovina e della rinascita portate dalla guerra in tutta l'Europa, raccontata in un libro che diviene, pagina dopo pagina, un continuo e poetico intrecciarsi di esistenze e di eventi, rivissuti in quel rifugio "aperto al sole, al vento e alla luce del mare".

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Blood & Breakfast di Riccardo De Torrebruna

Riccardo de Torrebruna, attore, autore teatrale e sceneggiatore, incanta i lettori con un thriller dove si fondono la suspense del cinema al pathos della grande letteratura.

Copertina B&B

La casa editrice Ensemble presenta l’ultimo romanzo di Riccardo de Torrebruna: Blood & Breakfast,  un thriller avvincente e ricco di tensione. L’autore si spinge nelle zone più oscure dell’animo umano, esplorando il senso di non appartenenza che spinge Carl, il protagonista, un giovane studente fuori corso di medicina, alla ricerca di un’identità che lo assolva dal male di vivere e plachi la sua incontrollabile pulsione alla vendetta.

Giocata su una falsariga che allude al cinema horror, la storia di Carl se ne discosta profondamente, tracciando il quadro di un potenziale serial killer segnato dal dubbio di essere l’autore dei delitti che avvengono nel Bed&Breakfast che ha avviato, “Avec les Temps ”.

Come la vecchia canzone di Leo Ferré, il romanzo è un viaggio a tappe negli squarci del passato, nelle associazioni improprie che fanno risorgere nella mente di Carl le figure tormentate della sua infanzia. Un impresario di cantanti di terza fila si sovrappone alla figura di suo padre. Un bambino affetto da sonnambulismo lo riporta ai disagi del suo rapporto con la madre, scatenando reazioni che lo inducono alla violenza, fino alla piena consapevolezza di sé, della propria identità di assassino e dell’incontrollabile voglia di uccidere.

Nel degrado urbano in cui è ambientato, sotto i gironi infernali di una sopraelevata, tra la fregola consumista dei centri commerciali e una costa adriatica ormai cementificata, Blood&Breakfast ha la progressione di un’operazione chirurgica votata a sviscerare la radice di un male di vivere che non offre scampo, la fenomenologia di un serial killer dal volto umano, confuso, come ognuno di noi, tra la gente.

Riccardo de Torrebruna con questa opera mette in luce ancora una volta le sue qualità di scrittore. Direttore artistico presso lo Studio Acting Itaka, a Roma, attore, autore teatrale di successo e sceneggiatore, il suo testo Zoo Paradiso è stato prodotto e messo in scena all’Actors Studio di New York e ha vinto il Premio E. Maria Salerno per la drammaturgia. Blood & Breakfast pubblicato da Edizioni Ensemble, verrà presentato il 5 dicembre a Roma in occasione della fiera Più Libri Più Liberi in presenza del regista Marco Risi.

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Recensione di La roccia viva di Matteo Sartori

E’ la roccia era viva. Il letto della terra in continua trasformazione, come i mari e le foreste.

Se Matteo Sartori voleva complicare la vita dei lettori, incatenandoli a 300 pagine di emozioni laceranti e sentimenti conflittuali, ce l’ha fatta. La roccia viva non è un romanzo di facile lettura. Non è la storia romantica e avventurosa di uomini e donne belli e impossibili, come in alcune pagine potrebbe quasi sembrare. Anche se l’amore e l’avventura non mancano.

Giovani degli anni Ottanta, Chiara e amici hanno vissuto tra università, musica rock, marjuana, viaggi a Londra ed escursioni sulle Alpi, forti di un’estrazione sociale che, forse, vorrebbero inferiore per idealismo, ma della quale godono pienamente gli agi. Una vita apparentemente randagia, ma in realtà privilegio di pochi.

Privilegio e fortuna, come la carriera di Chiara che, tanto sensuale quanto brillante d’intelletto, in pochi anni diviene partner di un prestigioso studio legale di Milano, toccando i vertici più alti di donna e di avvocato. Tanto da esserle affidato un caso difficile e toccante: difendere superstiti e parenti di un grave incidente sul lavoro, avvenuto nell’azienda brianzola del padre dello skyrunner e sportivo estremo Michele, totalmente avverso, ma inevitabilmente succube, della sottile tirannia industriale di famiglia.

Contemporaneamente alla causa, sempre con le Alpi a dominare lo sfondo, ecco che nella vita di Chiara irrompe Rudi, artista maledetto dell’alta borghesia milanese, ribelle sfrontato contro la famiglia, la società e il mondo, eccessivo fino a sfiorare il nichilismo ma dotato di un estro creativo vulcanico e di un irresistibile fascino selvaggio. Inevitabilmente, tra i due scoppia una passione inarrestabile, in cui si alternano il romanticismo estremo di Rudi, che travolge Chiara, e la dolcezza logica di lei, che a volte sembra portare luce nella tenebrosa anima dell’artista.

A questo punto, tra i successi professionali di Chiara e la sua storia di amore fatta di viaggi, arte, vela e montagna, tutto sembra perfetto e indistruttibile. Ma quando, sul cruento splendore del Cervino, sotto un’imprevista tempesta di neve, i destini di Rudi e Chiara incroceranno casualmente quello di Michele, allora cade il colpo da maestro di Matteo Sartori, stravolgendo completamente la storia, frantumando la bellezza e distruggendo la perfezione. E rivelando, in fondo, la vera natura dei protagonisti.

Approfondimento

La roccia viva è una storia d’amore profondo, d’arte, di montagna e di amore per la montagna e per l'arte, di bellezza e di passione, una storia che rivela la fragile essenza della vita, l’impossibilità di evitare i lati oscuri del destino, le debolezze che legano e dividono gli esseri umani, i loro dubbi, i loro rimorsi, le loro sciocche prevaricazioni. E’ un romanzo che, dipingendo scenari ora magnifici ora angoscianti, ci fa riflettere, aiutandoci a capire come, nel momento in cui ci crediamo padroni del mondo, una frana e una tempesta di neve possano far crollare in un istante tutto il nostro inutile regno.

Ed è un romanzo dove non esiste, all'ultima pagina, un finale ben preciso. Forse perché la vita può sorprenderci in ogni istante, e ogni istante divertirsi a cambiare i nostri inutili piani.

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Recensione di Fiaba il Mago di Emiliano Billai

Nessun Dio si è pentito delle stragi fatte in suo nome

Ma chi è, in realtà, questo mago tenebroso e affascinante? Questo ragazzo che cammina sui tetti, sale per scale invisibili, passa attraverso porte che disegna e cancella a suo piacimento? Che lascia ovnunque segni d’inchiostro e da questi segni prendono vita oggetti, paesaggi, città, popoli,  montagne, e persino la morte? Chi è questo poeta maledetto che si indigna di fronte a chi si ostina a vedere il blu nel cielo nero inchiostro delle notti senza luna?

Forse è Dio, forse è Satana, forse entrambe le cose, perché non esiste perfezione al mondo, anzi, al contrario, la bellezza sta nell’imperfetto, nel dispari, in ciò che la pubblica opinione condanna, ignora o rinchiude. Con la forza dell’imperfezione, con la legge spietata dell’amore puro e la sensibilità estrema di chi rispetta la vita perché conosce il valore della morte, Fiaba il Mago è un dio creatore, un giustiziere, un rivoluzionario, un artista anarchico e ribelle, i cui eccessi toccano gli estremi della dolcezza e dell’ira. Un angelo fuggito dal cielo, e ugualmente capace di un amore sterminato come di un odio sterminatore.

Pochi lo vedono, pochi lo percepiscono, pochissimi riescono a comprenderlo. Nella sua lotta per una giustizia che si rivolge ai più emarginati, tra uomini e animali, alle vittime di discriminazioni nate dall’ipocrisia, dal perbenismo, dalla brama di potere, egli incontra quei personaggi “imperfetti”, esclusi da chi si ritiene “normale”, esseri viventi che vivono contro ogni logica, e che il mondo rifiuta.

La storia di Fiaba il Mago è un racconto dark, una favola oscura e abbagliante al contempo il cui stile di scrittura stesso oltrepassa e ignora le norme letterarie, dove gli eventi e i dialoghi si susseguono senza una regola precisa, stravolgendo ogni schema predefinito. Ai lettori non resta altro da fare se non lasciarsi trascinare dall’opera splendida e spaventosa che il giovane mago crea pagina dopo pagina, ai suoi disegni che trascendono dalla realtà o forse, più probabilmente, ne rivelano l'essenza più profonda. Emiliano Billai, autore e illustratore, ci ha regalato un libro affascinante proprio come il protagonista, colmo di sentimenti spesso contrastanti ma sempre elevati alla massima potenza, di mistero e di emozioni sospese in equilibrio tra l’ignoto e il fantastico.

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