Categoria: L’arte della guerra zombi

Recensione di L’arte della guerra zombi di Aleksandar Hemon

Se i morti viventi potessero tornare, come ricorderebbero quello che è accaduto nel loro passato di non morti?

Joshua Levin incarna lo stereotipo dell'inconcludenza: ha già passato da un po' la trentina, ma ancora le sue aspirazioni professionali come sceneggiatore non hanno trovato sbocchi; il suo secondo impiego come insegnante di lingua per stranieri è appena sufficiente per pagare l'affitto e concedersi qualche bevuta; i rapporti coi suoi familiari sono una confusa accozzaglia di affetti repressi e incomprensioni mai risolte; la relazione con Kimiko, la sua fidanzata pienamente realizzata come psicoterapeuta infantile, procede fra momenti di intensa complicità sessuale e timori di non essere all'altezza di una storia seria.

Al workshop che sta frequentando, Joshua propone la bozza di una sceneggiatura intitolata “Guerre zombi” e una sua idea viene finalmente apprezzata. Anzi sembra proprio l'evento in grado di innescare un inaspettato circolo virtuoso: il padre Bernie, anche se un po' pateticamente, si confida per la prima volta con lui, Kimmy appare sempre più intenzionata a consolidare il loro rapporto, al corso per stranieri Ana, procace donna bosniaca, non gli toglie gli occhi di dosso e pare più che ben disposta a concedersi. Ma ogni conquista ha un prezzo: come Stagger, il suo padrone di casa, reduce della Guerra del Golfo, con insane passioni per l'hard rock, la katana e la sua biancheria intima; o come la nevrotica sorella Janet, sempre pronta a porsi come inarrivabile pietra di paragone; o come Esko – il mastodontico marito di Ana – che Joshua un mattino trova nella cucina di Kimmy, perché Joshua non ha resistito alle avances di Ana ed Esko vuole mettere in chiaro le cose a modo suo. Gli eventi della storia prendono così una piega del tutto diversa da quella che Joshua aveva immaginato: tocca a lui a questo punto, “aiutato” da Stagger e dalla stessa Ana, rimettere tutto a posto, impresa non facile per uno che non ha mai portato nulla a compimento. Intanto però la stesura di “Guerre zombi” va avanti e forse sarà proprio questo il salvagente da usare per tirarsi fuori dai guai.

L'arte della guerra zombi è un testo poliedrico, diretto, con una sprezzante vena comica che sconfina spesso e volentieri nel grottesco, condita di inserti filosofici apposti con sagacia allo scopo di amplificare il carattere paradossale della storia.

Aleksandar Hemon, anche se in alcuni frangenti con malcelato autocompiacimento, compone con sapienza il mosaico di personaggi e situazioni che animano il romanzo, ponendo in definitiva un marcato accento sull'incapacità quasi fisiologica, da parte di un'intera generazione di americani, di rapportarsi compiutamente alla realtà e di costruire architetture relazionali stabili.

Joshua Levin non è che uno dei tanti trentenni ancora alla ricerca di una propria dimensione, che non sa trarre alcun concreto insegnamento dall'esperienza e non riesce di conseguenza a proiettarsi nel futuro. Le linee di demarcazione delle sue azioni non si spingono oltre la prossima idea per una sceneggiatura, la prossima prestazione erotica, la prossima cena di famiglia, in un'interpretazione bislaccamente spiccia della regola dell'ubi maior minor cessat. E, forse, proprio il rifugiarsi nella finzione delle sue idee per il cinema, rivela nella maniera più sfacciata la difficoltà di gestire la complessità della vita reale, delle interazioni con gli altri, dell'assunzione di responsabilità.

Approfondimento

Lo sviluppo, parallelo alla narrazione e indicato solo da una diversa impostazione grafica del testo, della sceneggiatura di “Guerre zombi” è un inusuale filo rosso accompagna le vicissitudini di Joshua e degli altri personaggi. L'indomita tenacia del maggiore Klopstock, uno dei pochi sopravvissuti al devastante contagio che ha popolato la terra di famelici morti viventi e forse l'unico a poterne fermare la funesta avanzata, è un espediente efficacissimo per ironizzare sulla pochezza di certe produzioni hollywoodiane e insieme costruire un alter ego finalmente vincente al povero Joshua. E la sorpresa dei due capitoli finali ci lascia addirittura col dubbio (o la speranza?) che la finzione sia migliore della realtà.

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L’arte della guerra zombi di Aleksandar Hemon

Dal 29 marzo in libreria

È atteso a giorni nelle librerie L'arte della guerra zombi, il nuovo romanzo di Aleksandar Hemon edito da Einaudi. L’autore per la prima volta si sgancia dal topos dello scrittore bosniaco espatriato di ogni sua opera precedente per calare la vicenda saldamente nel fallimento del sogno americano, con una vena comica potentissima in un romanzo adrenalico, spietato e irriverente. Un divertentissimo ottovolante di sesso e violenza, un'imprevedibile commedia agrodolce... tragicamente meno assurda di quel che appare.

L'imprevedibile autore del Libro delle mie vite e di Amore e ostacoli l'aveva promesso: "Il mio prossimo romanzo sarà un ottovolante di sesso e violenza". L'arte della guerra zombi mantiene la promessa garantendo uno spasso che dà assuefazione e una trama che sembra una sfida lanciata ai fratelli Coen. Joshua Levin, aspirante sceneggiatore sulla trentina, è il prototipo dell'uomo qualunque americano contemporaneo: nevrotico, egoista, pigro eppure ambizioso, indeciso, dedito al consumo, ossessionato dal sesso. E proverbialmente inconcludente. Tra le sue tante sceneggiature che non vanno da nessuna parte, Joshua decide che ce n'è una vincente: s'intitola Guerre zombi e racconta le avventure del maggiore Klopstock e il suo tentativo di salvare il mondo dall'invasione dei famelici mangiacervelli. Ma a partire da quest'idea ogni scelta di Joshua sarà piú disastrosa della precedente conducendolo rapidamente e inesorabilmente verso la débâcle. E sempre piú evidenti diventeranno i paralleli fra i non-morti della sua fantasia e quelli che popolano un Paese-zombi, l'America, che si ciba dell'altro senza misura e, come Desert Storm ben dimostra, senza considerazione per le conseguenze. Per la prima volta Aleksandar Hemon si sgancia dal topos dello scrittore bosniaco espatriato di ogni sua opera precedente per calare la vicenda saldamente nel fallimento del sogno americano, e con un meraviglioso e inaspettato colpo di reni, scoperchia una vena comica potentissima in un romanzo adrenalico e spietato con i suoi personaggi, divertente come una comica di Buster Keaton, il genio dalla faccia triste che non ride mai.

«Un'opera potente e magistrale da uno dei nostri scrittori piú significativi, insieme folle e meditativa, esilarante e devastante». National Post

Aleksandar Hemon è nato a Sarajevo nel 1964 e dal 1992 vive negli Stati Uniti, dove è rimasto bloccato dallo scoppio della guerra in Bosnia poco tempo dopo il suo arrivo. Appena tre anni più tardi ha cominciato a scrivere in inglese, riscuotendo gli elogi della critica anche per la ricchezza del suo stile, al punto da aggiudicarsi nel 2004 la prestigiosa «genius grant» della MacArthur Foundation, ed è oggi unanimemente considerato uno tra gli autori più raffinati e interessanti in circolazione. Presso Einaudi ha pubblicato Spie di Dio nel 2000 (da cui è tratto il racconto Blind Josef Pronek & Dead Souls, uscito nella collana digitale dei Quanti nel 2013) e Nowhere Man nel 2004. Il progetto Lazarus (Einaudi 2010), risultato finalista al National Book Award 2008, vive, oltre che nel romanzo di Hemon, nelle fotografie di Velibor Bozovic che l'accompagnano, e in un sito internet che ne è l'ideale rimando multimediale. Nel 2013, sempre per Einaudi, è uscito Il libro delle mie vite; nel 2014, Amore e ostacoli.

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