Categoria: L’uomo che vendeva diamanti

Recensione di L’uomo che vendeva diamanti di Esther Kreitman Singer

Chi crede che col denaro si possa far di tutto è indubbiamente pronto a far di tutto per il denaro.

Così Beauchesne descriveva il bisogno spasmodico di ricchezza e agio materiale concretizzato nel “Dio Denaro”. Ed è proprio il denaro, con il potere fascinatore che alberga in esso, il motore scatenante delle vicende del racconto di Esther Kreitman Singer. Anversa, primi anni del 1900: è questo il contesto in cui si diramano le vicissitudini e i drammi dei coniugi Berman e dei loro tre figli.

Gedaliah Berman, ricco commerciante di diamanti e fonte di benessere della microeconomia familiare, incarna l’ebreo di umili origini arricchitosi grazie a una tenace forza di volontà e voglia di rivalsa sociale. Il patrimonio ottenuto negli anni rappresenta per lui la fonte massima di soddisfazione e di orgoglio che lo rende cieco di fronte alle reali esigenze dei suoi cari. Difatti, pur distaccandosi dalla mera visione dell’avaro senza scrupoli, Berman riversa ogni affetto per moglie e figli negli affari, convinto com’è che solo il benessere economico sia capace di donare felicità sociale alla famiglia. Della sua concezione di vita ossessiva e asfissiante è vittima Rochl, la remissiva e sommessa moglie.

Tollerante, attenta, ansiosa, debole di cuore e costantemente foriera di nefasti presagi, Rochl seppur nel suo “dis-equilibrio”, riesce a equilibrare la famiglia. Inizialmente legata al marito da un genuino e sincero amore, col passare degli anni, quanto più la presenza di Berman si rivela ingombrante e claustrofobica, tanto più l’affetto originario diventa un ricordo sfumato. Presenza imponente e pressante che subisce anche il figlio maggiore Dovid.

Svogliato, inerme, sentimentale e cerebrale, Dovid è l’esatto opposto di Berman: se il padre è la figura imponente, sicura, l’uomo che “si è costruito da sé”, il figlio è l’emblema della crisi generazionale. Assolutamente restio a seguire le orme paterne, egli cerca costantemente di ri-trovarsi, di fissare degli obiettivi, di capire cosa fare della propria esistenza. Ma questa ricerca forsennata è solo mentale, non si tramuta mai in azione concreta, preda di un connaturato nichilismo. L’unico momento di azione, spinto da un amore che si rivelerà insano, lo porterà alla deriva, in una situazione analoga a quella di Jeannette, l’allegra e gioviale sorella. Quest’ultima, nel momento in cui si dimostrerà “pro-attiva”, andrà contro i dettami paterni e il “decoro” familiare, compromettendo così per sempre la sua esistenza.

In questo contesto di personaggi immobili, ancorati alle loro convinzioni, stili di vita, atteggiamenti, erge la figura di Jacques. Figlio minore, egli, anche se meno presente rispetto agli altri membri familiari, è “L’Azione”: è lui che, nei momenti di panico, prende in mano la situazione e si adopera immediatamente per tentare di risolverla, ed è sempre lui che riesce a trovare il lato buffo della guerra.

Se nella prima parte de L'uomo che vendeva diamanti, infatti, l’autrice pone le basi della narrazione, introduce i personaggi con le loro storie e ci immerge nel contesto della vita ebraica, con i suoi colori e profumi, nella seconda parte del romanzo vi è una frattura radicale: l’avvento della prima guerra mondiale.

Ed è anche la guerra, con i suoi orrori, una delle grandi figure del romanzo. Una guerra osservata dal punto di vista ben poco privilegiato dei fuggiaschi, ebrei e cittadini di tutte le etnie, costretti a espatriare. E sarà la guerra “dei quattro giorni” frenetica, fulminea, che tutto modifica, a portare a compimento i destini individuali.

 
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Approfondimento

La scrittura agile e ironica di Esther Kreitman Singer rende la narrazione altamente scorrevole e godibile. Scrittura che si rivela quanto mai strumento essenziale alla storia, da un lato per meglio penetrare nel contesto di una multiculturale Anversa fatta di shtiblekh, di controversie tra ebrei galiziani ed ebrei russi, di rituali collettivi e di kugel mangiati al tavolo comune, dall’altro per descrivere la condizione traumatizzante della guerra, che però viene sempre presentata con la leggerezza e con quell’amaro sorriso che consente di superare certe orrifiche visoni.

La lettura delle ben oltre 300 pagine de L'uomo che vendeva diamanti è aiutata anche dalla presenza di un glossario d’appendice per la comprensione dei termini yiddish e l’immedesimazione nel loro microcosmo culturale. Se si è appassionati di saghe familiari, se si vuole vedere la guerra da una diversa angolatura o se si vogliono conoscere dall’interno le varie sfumature della comunità ebraica, il romanzo delle Singer è caldamente consigliato.

Gabriella Esposito

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