Recensione di Tra loro di Richard Ford

Mi volevano; ma non avevano bisogno di me. Insieme – ma forse solo insieme – si completavano pienamente.

In questo modo Richard Ford presenta i veri protagonisti di Tra loro: coloro che gli hanno donato la vita. Racconta, grazie alla forza del ricordo, la loro storia, le loro avventure, i loro viaggi, il loro lavoro e per ultima, la loro morte. Entrambi provenienti da famiglie difficili ognuna con i propri problemi e difficoltà, si sono scelti e amati, esaltando il presente come unica scelta, come unica cosa a cui pensare. Quello che riesce a scrivere è un’attenta descrizione del mondo dei sui genitori prima e dopo il suo arrivo. È evidente, lungo tutto il testo, il suo tentativo di ricordare, comprendere le dinamiche famigliari, le loro decisioni, le loro vite separate e unite solo nei week end. Il padre, infatti, sempre lontano da casa per lavoro, non vede crescere il figlio, il quale sottolinea però, che non fu un problema per la sua crescita personale, per diventare l’uomo che è. La madre invece è dipinta il tutta la sua freschezza, bellezza e nella parte più difficile della sua vita, quando è costretta ad affrontarla senza più l’appoggio, anche se lontano, del marito. Un periodo in cui madre e figlio diventano soci, indipendenti, nonostante continuino a dormire sotto lo stesso tetto.

Tra loro è un libro di ricordi nonostante più volte venga esaltato il presente come luogo dove potersi rifugiare, che non spaventa come il futuro con le sue false promesse e non nasconde al suo interno ricordi difficili del passato.

Una delle cose più interessanti è vedere l’evoluzione dello stile di Ford, diviso in due parti: la prima dedicata alla vita del padre e la seconda a quella della madre. Nonostante sia stata scritta cronologicamente prima quest’ultima, subito dopo la sua morte per ricordarla e cercare di affrontare il peso della sua mancanza. In queste pagine ho sentito la vicinanza dell’autore alla madre, il loro amore: si percepisce l’unicità del loro rapporto reso, forse, ancora più forte dalla morte del padre. Lui viene presentato in un modo completamente diverso, più distaccato, quelle prime pagine, infatti, sono state scritte molto tempo dopo la sua morte prematura. Questa parte si concentra anche sulla descrizione dei primi anni di vita di coppia dei genitori, anni felici, senza preoccupazioni, senza punti fissi, senza dimora. Solo dopo l’arrivo dello scrittore si sono fermati e hanno messo radici.

Lei, descritta con affetto, anche nella sua vita privata.

Lui accennato, narrato grazie ai pochi ricordi e alle poche storie raccontate dalla madre.

Approfondimento

Il padre. Con lui ha un rapporto difficile, si potrebbe dire quasi inesistente. Ciò è particolarmente evidente nel momento della sua morte, dopo la quale non versa neanche una lacrima, nonostante sia stato proprio lui a cercare di riportarlo in vita quando ormai sembravano non esserci più speranze. Ford, infatti, un motivo per piangere non ce l’ha, perché non c’era nessun rapporto che poteva essere spezzato.

Con la madre è invece completamente diverso. Nelle parole che usa si riesce a cogliere la vera essenza della sua persona, il cambio di prospettiva con cui gli avvenimenti vengono narrati con la crescita dell’autore. E come ricorda alla fine lui stesso: L’amore, come sempre, è causa di bellezza. Perché sì, quando c’è amore, c’è serenità, c’è una famiglia, c’è bellezza, ci sono ricordi che devono essere raccontati.

Sara Ghibaudo

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Recensione di #Fiorella basta di Fiorella Loffredo

Fiorella ha sempre avuto un rapporto buono con il proprio corpo. Sin da adolescente ha accumulato quei chili in più che l'hanno fatta sentire e sembrare diversa. Fiorella, però, non ha mai visto il suo corpo burroso come un ostacolo limitante alla vita, anzi lo ha sempre vissuto come una costante e parte della sua vita.

Appassionata di moda e stile, anche con l'abbigliamento non si è mai limitata preferendo dei capi piuttosto ad altri solo perché non era come le sue magre coetanee. Ha sviluppato una personalità su cui ha puntato molto, come dimostrazione che c'è dell'altro oltre la superficie e l'esteriorità.

Fiorella, però, è anche la ragazza dalle diete sbagliate, dagli amori "tossici" in cui si punta tutto sul giudizio che l'altra persona ha di noi, e cambiamo non per noi stessi ma per essere accettati agli occhi dell'altro. Un circolo vizioso fine a sé stesso perché sono meccanismi in cui, una volta terminati, portano al punto da dove si è partiti.

Fiorella è riuscita a dimagrire tanti chili per piacere, e volere, al suo fidanzato dell'epoca, è riuscita a convincersi che quello che lei vedeva su sé stessa fosse sbagliato, senza pensare però alle conseguenze: non era lei.

Tutto ciò che stava facendo non era per lei stessa ma per essere accettata da chi aveva vicino, e infatti, non appena la liaison si conclude, Fiorella riprende peso oltre che restare scottata dalla delusione.

Ha capito che la motivazione per cui ci si muove verso il cambiamento non è per il fidanzato, per i parenti o per gli amici che possono consigliarti, se non spesse volte giudicarti, ma è per sé stessi.

Volersi migliorare e l'amor proprio sono essenziali affinché si tenga viva la fiamma e la giusta motivazione che conduce al non abbandonare il percorso e raggiungere gli obiettivi prefissati.

Con #Fiorella basta, con aneddoti divertenti e ricordi personali, Fiorella Loffredo ci conduce nel suo viaggio verso il suo cambiamento. Salita sulla bilancia e sfiorando i 114 chili, l'autrice ha deciso di porre un freno; si è rivolta a un esperto di nutrizione e ha intrapreso il suo percorso dimagrante. Ad oggi Fiorella ha perso dei chili, si vede più bella, anche se lei si è sempre vista bella quando era in sovrappeso, ma soprattutto ha capito di non essere sola. Ha aperto un blog che in pochissimo tempo ha raggiunto tante visualizzazioni e, anche attraverso i social, è riuscita a tenere alta la motivazione. Soprattutto, è stata inondata di messaggi: donne sconosciute che si sono raccontate, chiedendole consigli e aiuto.

Fiorella, così, ha capito che non è sola ma c'è una comunità silente di donne che vive la sua stessa situazione, e chi per un motivo o chi per un altro cerca quella forza per compiere quel passo verso la felicità.

Approfondimento

#Fiorella basta mi è piaciuto perché sebbene possa sembrare all'apparenza un libro frivolo, in realtà non lo è assolutamente. Il senso di frivolezza può essere dato dal tipo di scrittura che ha Fiorella Loffredo che è fresca, leggera e spontanea tanto che la lettura risulta piacevole e breve (data anche la poca mole di pagine di cui è composto il libro). In verità, attraverso questo stile ironico e giocoso la Loffredo affronta un tema assai delicato che è quello della percezione che le hanno donne di sé.

Attraverso la sua voce l'autrice si fa portavoce di tante donne che vivono nell'ombra e non hanno il coraggio di uscire allo scoperto e mostrarsi per quello che sono.

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Amando Pablo, odiando Escobar di Virginia Vallejo

 

Dal 27 settembre in libreria

Domani arriverà in libreria Amando Pablo, odiando Escobar, l’autobiografia edita da Giunti della donna che fu l’amante del celebre capo del cartello di Medellin: Virginia Vallejo. La conduttrice più famosa della TV colombiana ci racconta la sua storia, quella di una donna intrepida e seducente che ha subìto il fascino perverso del male. Le pagine di Amando Pablo odiando Escobar sono un vero e proprio diario di viaggio nell'abisso, una testimonianza sul denaro, il sesso, il potere, lo sfrenato consumo di cocaina.

2006. Un aereo della DEA trasferisce in tutta segretezza negli USA Virginia Vallejo, testimone chiave di due tra i più importanti processi politici della Colombia: l'omicidio di un candidato alla presidenza e l'attacco al Palazzo di Giustizia condotto dai narcos di Pablo Escobar che ha provocato un centinaio di vittime. E' il culmine di una storia iniziata molti anni prima, quando Virginia, la donna più contesa dai rotocalchi del paese, resta folgorata dal capo del cartello di Medellín: un uomo dal fascino magnetico, politico rampante, corruttore, assassino, amante appassionato che gode della fama di ''Robin Hood'' per le sue iniziative a beneficio dei derelitti delle bidonville. L'incontro con il Re della cocaina avvia il racconto di un amore fatale, di una sfrenata vertigine di ricchezza, violenza, perdizione che tiene avvinghiati due amanti clandestini negli anni di una guerra senza esclusione di colpi tra gli Stati Uniti, lo stato colombiano e i cartelli della cocaina.

Virginia Vallejo ripercorre, alternando humour e lacerante rimpianto, la sua vita a fianco di un criminale perverso e carismatico che la colma di doni e la minaccia, le regala poesie di Pablo Neruda, ne fa la sua regina, esercita su di lei una sottile violenza psicologica, ne fa una complice degli inconfessabili intrecci tra politica e criminalità.

Virginia Vallejo è stata la conduttrice più famosa della TV colombiana. Amante di Pablo Escobar, il capo del cartello di Medellin, ricca, intelligente e sicura del suo fascino ha avuto un’intensa storia d’amore anche con un altro boss dei narcos colombiani. Ha pagato duramente le sue scelte, non ha più lavorato in TV e oggi vive in esilio per aver denunciato le complicità tra alcuni presidenti della Colombia e i grandi cartelli del narcotraffico. Amando Pablo, odiando Escobar è il suo primo libro.

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Recensione di I paesaggi perduti di Joyce Carol Oates

Ricordare l’infanzia e l’adolescenza significa ricordare il senso di incertezza creato dagli adulti che avevano il potere di accrescere o minare la tua autostima; di premiare o punire, di elogiarti o negare l’elogio per chissà quale misterioso motivo.

Joyce Carol Oates è oggi una scrittrice affermata; per capire come è arrivata qui ecco questo romanzo autobiografico, I paesaggi perduti, dove ci prende per mano e ci conduce nei luoghi dove ha vissuto, per raccontarci come è nata la sua passione per la lettura e la conseguente voglia di scrivere.

Nella prima delle tante foto che ci regala, Joyce ha due o tre anni e si trova nella fattoria dove vive con i genitori e i nonni e racconta della sua infanzia felice, circondata dall’affetto dei suoi genitori che hanno sempre appoggiato le sue scelte. Gli episodi narrati sono lo specchio del suo quotidiano di bambina e adolescente e ci fanno scoprire solo ciò che lei ritiene davvero importante perché in qualche modo le ha segnato la vita: l’affetto per Happy, una gallina domestica così affezionata a lei da sembrare addomesticata, l’amore per il fratello più piccolo, il periodo della scuola, i primi successi, il matrimonio. Non troviamo però solo episodi piacevoli: il suicidio della sua migliore amica e l’autismo della sorella minore in un’epoca in cui autismo significava disabilità e pericolo, il dolore per la perdita dei nonni, dei genitori e del marito. Tutti questi episodi hanno contribuito alla formazione di questa sensibile e amata scrittrice.

I paesaggi perduti è un racconto autobiografico, una riflessione della protagonista sulla sua crescita professionale. Scritto in prima persona, colpisce per il coinvolgimento emotivo che traspare leggendolo. In alcuni punti l’ho trovato un po' troppo lungo ma non è facile essere concisi quando si parla di sé stessi. Belle le fotografie piene d’affetto che riescono a far immedesimare il lettore nei luoghi descritti e a farne comprende il forte legame dell’autrice con il suo passato. Il libro ci regala anche uno spaccato storico dell’America a partire dagli anni Quaranta fino ai giorni nostri.

Nonostante abbia fatto un po’ fatica a terminare I paesaggi perduti, leggerlo è stato comunque piacevole ed emozionante; è una bella storia, le fotografie pubblicate la rendono coinvolgente dal punto di vista emotivo. Lo consiglio soprattutto a chi ama leggere romanzi autobiografici.

Approfondimento

Sono arrivata a un’età in cui, se qualcuno ti dà il benvenuto, non ti interroghi sui suoi veri motivi. Non ti interroghi neppure sui tuoi. Ti rallegri, e ringrazi. Sulle nostre ferite costruiamo monumenti di sopravvivenza. Quando sopravviviamo.

Joyce Carol Oates ci regala la vera essenza di se stessa in questo memoir. Pagina dopo pagina traspare la grande voglia che sembrava avere da tempo di raccontarsi intimamente ed in modo sincero. Ti affezioni a lei fino a credere di conoscerla.

Finito di leggere I paesaggi perduti ti viene voglia di recuperare i vecchi album fotografici di famiglia, quelli che ormai noi non teniamo più, e interrogarsi su quale potrebbe essere la storia che si nasconde dietro ai volti dei nostri nonni e genitori. Le fotografie sono il patrimonio delle nostre vite, il ricordo che lasciamo a chi verrà dopo di noi. Io, dopo aver letto questo libro, vado a farne sviluppare un po', non voglio lasciare troppi paesaggi perduti…

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Il segreto di famiglia di Anonima

 

Dal 21 settembre in libreria

Da pochi giorni è in libreria Il segreto di famiglia, il toccante racconto di un’anonima scrittrice edito da Guanda. Si dice spesso che la decisione di scrivere nasca dal bisogno di guarirsi: Il segreto di famiglia ne è la piena dimostrazione e, al tempo stesso, il superamento. Per anni l'autrice è stata combattuta fra l'idea di scrivere questo libro oppure no. Quando ha scelto di farlo, è riuscita nel suo scopo di raccontare la verità. Qui, in queste pagine, la letteratura si sostanzia nella verità, pubblicata perché ritenuta dagli editori, in tutto e per tutto, una vera opera d'arte.

«Una delle più franche e catartiche storie di abuso mai scritte.» - Publishers Weekly

La violenza di un genitore contro il figlio è forse quella sentita collettivamente come la più incomprensibile e la più indicibile. L’anonima autrice di questo libro, vittima fin dai tre anni delle molestie del padre, ha trovato le parole per raccontarla. Dopo i decenni di silenzio sotto cui il segreto è rimasto sepolto in famiglia, dopo i pochi e frustrati tentativi di spezzarlo con una madre impegnata a imbrigliare nell’apatia i propri fantasmi e un fratello troppo piccolo e poi troppo coinvolto per offrire un sostegno, la voce della vittima erompe in tutta la sua crudezza. Quadro dopo quadro, assistiamo alla trasformazione della bambina violata in una donna indipendente, capace di nuove storie e nuove avventure. Ma un ambiguo e indissolubile legame di dolore e desiderio ha plasmato e domina la sua psiche, la sua personalità, il corpo stesso, che «ricorda ogni cosa».

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Recensione di Il combattente di Karim Franceschi

«Ha ammazzato uno dei nostri» mi ha poi rivelato Azad Kirkuk, appena Hardem si è allontanato. Lì per lì non sapevo se credergli, perché ad Azad piace raccontare storie. Però stavolta sembrava serio. «Ha sparato per sbaglio a un generale Ypg» ha insistito.

È una terra meravigliosa, la Siria, e nonostante stia attraversando un momento tremendo, stretta tra il regime di Assad all’interno, l’altrettanto dittatoriale Erdogan da un lato e l’Isis dall’altro, noi occidentali non dovremmo lasciarla a se stessa. Questo è il pensiero di Karim Franceschi, mezzo italiano e mezzo marocchino, autore de Il combattente, mentre decide di arruolarsi come volontario nell’YPG (la principale milizia curda) per contribuire in qualche modo al ritiro dell’Isis dalla penisola siriana. I successivi tre mesi trascorsi tra i campi di addestramento e il fronte, nella temuta Kobane e in altri luoghi meno noti, saranno colmi di nuove amicizie, imboscate, morti sventate per un soffio, fango e pioggia, eccitazione e noia… Karim scoprirà che gli eroi più riveriti possono nascondere macchie orribili nel loro passato e le persone più anonime possono assurgere al rango di martiri dopo sacrifici dei quali nessuno li avrebbe ritenuti capaci.

Sul punto di mollare tutto dopo alcune amare delusioni, Karim trova nuova linfa vitale e nuove motivazioni dopo un colloquio inaspettato, e prosegue la sua esperienza di foreign fighter come cecchino per l’YGP. In questa nuova veste trova più libertà e introspezione, ma sa bene che è un carico psicologicamente molto più difficile da sopportare. Riuscirà a farlo senza crollare emotivamente?

Se volete qualcosa di più personale e dettagliato di un servizio da telegiornale sull’attuale situazione in Siria, allora questo è il libro che fa per voi!

Approfondimento

Sarà un caso, ma ho iniziato a collaborare con Leggere a colori grazie a Kobane Calling, un fumetto del giornalista romano Zerocalcare sulla guerra in Siria, e dopo alcuni mesi di inattività il primo testo che mi si è presentato tratta nuovamente della resistenza dei curdi siriani contro lo Stato Islamico. Fatto sta che in ambedue i casi ho avuto l’opportunità di rendermi conto di quante poche informazioni riceviamo su ciò che sta davvero accadendo in Medio Oriente e di quanto queste stesse informazioni siano sempre, in qualche modo, filtrate e ovattate dai nostri mezzi di informazione.

L’utilità di primi piani, esperienze personali, racconti dei reduci risiede proprio nel presentare la questione dei conflitti sul confine turco siriano in maniera, anche qui, non del tutto obiettiva, ma molto più dettagliata e da un punto di vista completamente differente dai resoconti giornalistici e dalle osservazioni via satellite.

Seppur povero di contenuti di valore politico, Il combattente di Karim Franceschi è comunque un testo validissimo per tutti coloro che vogliono avvicinarsi alla scottante tematica dei conflitti mediorientali mosso da pura passione e spirito umanitario. E chissà che non ce ne sia qualcuno che, ispirato dalle memorie di Karim, non sia lì a scrivere nel giorno in cui la pace tornerà in quelle bellissime terre.

In silenzio Leila ha sopportato la mia lontananza. Nelle nostre brevi conversazioni al telefono, in questi tre mesi, non mi ha mai chiesto di tornare in Italia prima del tempo; solo ora capisco veramente quanto sia stato difficile per lei, e quanto sia stata forte. Giro il foglio. In un angolo, Leila mi ha lasciato un messaggio. «A primavera amore mio, a te che sei stato la mia.»

Andrea Margutti

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Recensione di Il fratello tedesco di Chico Buarque

Il giovane Francisco trova per caso una lettera scritta in tedesco tra le pagine di uno dei libri di suo padre, lo scrittore Sergio De Hollanda. Da quel momento inizia un’indagine, spesso condotta in modo strampalato e casuale, per scoprire qualche notizia su un presunto fratellastro nato in Germania.

Chico scopre che mentre viveva in Germania agli inizi degli anni ‘30 lavorando come corrispondente di un giornale, il brasiliano Sergio Buarque de Hollanda aveva avuto una relazione con una giovane tedesca, Anne Ernst; lei era rimasta incinta ma non aveva potuto seguire Sergio quando era stato richiamato in Brasile dal giornale, e tra i due si erano persi i contatti. Il bambino era poi stato dato in adozione e mai conosciuto dal padre naturale.

La vicenda si svolge sullo sfondo di San Paolo del Brasile negli anni ‘60, un periodo di guerriglia urbana a avversari del regime fatti sparire dalla polizia: infatti sia il fratello di Francisco, Domingos, che l’amico d’infanzia, Ariosto, scompaiono e le loro madri finiranno la vita nella disperata ricerca dei figli perduti nei meandri della giustizia brasiliana, mentre il padre Sergio muore subito dopo la scomparsa del figlio, non reggendo la terribile tensione.

L’ultima parte de Il fratello tedesco si svolge ai nostri giorni, quando Francisco riesce a recarsi in Germania per chiudere finalmente i conti con il suo passato e suo “fratello tedesco”.

A mio parere questa ultima parte aveva le potenzialità per essere la più interessante e importante, dato che per tutto il romanzo il lettore aspetta questo momento, invece mi è sembrata troppo frettolosa e povera di dettagli. Ho notato che anche in altri momenti particolarmente significativi per la storia, come la morte del padre o la scomparsa del fratello brasiliano, Chico Buarque preferisce fornire descrizioni scarne e nebulose, e sorvolare sull’accaduto, tanto che diverse volte mi è capitato di non avere neppure capito cosa era successo e ho dovuto rileggere alcune pagine.

Al contrario Buarque sottolinea maggiormente la parti che narrano, ad esempio, le scorribande notturne dei personaggi principali, furti di auto, bevute, avventure amorose, dedicando loro descrizioni lunghe e accurate.

Approfondimento

Il fratello tedesco, libro in parte autobiografico, in parte romanzo di formazione, è stato scritto da un cantautore molto conosciuto in Brasile, quindi immagino che per i lettori brasiliani ci sia un valore aggiunto che purtroppo in Italia viene perduto; inoltre non conoscendo la storia brasiliana degli anni ‘60, ho trovato difficile ritrovarmi negli episodi e nelle vicende realmente accadute che l’autore racconta.

Un’altra difficoltà che ho riscontrato durante la lettura è stato seguire lo stile fin troppo frizzante e alternativo: spesso Buarque passa dalla narrazioni dei fatti a quella di sogni, o avvenimenti immaginari, per poi tornare alla realtà, in un continuum a cui è difficile dare un ordine, anche perché ci sono lunghissimi periodi scritti tutti al tempo condizionale. Riconosco però che questo potrebbe essere un tratto interessante per altri lettori.

Un lato positivo de Il fratello tedesco è invece indubbiamente la descrizione del padre di Chico e della sua casa: il giornalista e storico vive immerso nei libri e nella letteratura sia in senso metaforico che letterale, e la sua immensa cultura investe e plasma la vita di tutta la sua famiglia. Sono tantissime le citazioni di scrittori e romanzi da tutti i paesi del mondo, e esemplare è la dedizione amorevole della moglie verso questo originale scrittore.

Molto divertente è invece la lunga processione di donne giovani e belle a cui si applica con passione il fratello di Chico; ma tutto ciò non impedirà la sua fine misteriosa, anche questa forse dovuta alla relazione con una ragazza.

In definitiva, anche se io non l’ho apprezzato particolarmente, posso consigliare questo libro agli appassionati di cultura sudamericana e a chi è in cerca di uno stile letterario originale e onirico.

Elena Naldi

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Recensione di Il mestiere dello scrittore di Murakami Haruki

Murakami in Il mestiere dello scrittore invita i lettori ad entrare nel suo studio, a mettersi comodi e ad ascoltare il racconto della sua vita di scrittore, essenzialmente, di romanzi lunghi. Come ha iniziato, dove ha attinto i suoi personaggi, il rapporto con gli editori, l’attenzione per i lettori, le strategie adottate per scrivere romanzi.

Sornionamente, afferma che tutti possono scrivere un libro, un racconto, se hanno un po’ di talento e di fortuna. Si viene anche accolti con simpatia dall’entourage degli scrittori che sanno benissimo quanto sia impegnativo resistere su quello che lui chiama il ring. Tutti vi possono salire.

Molti hanno successo con il primo romanzo. Un po’ meno con il secondo. Poi scompaiono anche dalle librerie. Oltre alla fortuna, è necessario il talento vero per resistere e sopravvivere come romanzieri.

Scrivere un romanzo è un atto lento e faticoso: Murakami impiega quattro o cinque mesi, dieci fogli da quattrocento caratteri al giorno. Poi corregge e taglia le parti che non lo convincono. Poi i ritocchi. Pausa di qualche settimana.

Rilettura, ricontrollo e riverifica.

A questo punto, affida il giudizio al suo lettore privilegiato, la moglie, che quasi sempre critica alcuni pezzi, segnala parti che non le piacciono. Lui rivede quei pezzi e li riscrive. Rilegge dall’inizio tutto il romanzo, per l’ultimo controllo. Finalmente è pronto per l’editore.

Per fare tutto questo ci vuole perseveranza, forza anche fisica, necessaria a restare seduti ore davanti allo schermo, concentratissimi. È indispensabile mantenersi forti e vigorosi nel corpo, fare attività per almeno un’ora al giorno: il numero di neuroni diminuisce o aumenta in ragione del movimento che si fa. La diminuzione influenza la capacità di imparare e di ricordare. Murakami corre tutti i giorni per un’ora, da trentacinque anni.

In che modo esercitarsi per diventare scrittori? Leggere da piccoli, osservare con scrupolo tutto quello che accade e rifletterci sopra. Memorizzare scene, persone, fatti. Collezionare dettagli soprattutto. L’immaginazione equivale alla memoria.

Per uno scrittore il tempo è importante: non solo il tempo della scrittura e del controllo, come già detto, ma soprattutto il tempo del silenzio, necessario per riflettere su cosa scrivere. E qui lo scrittore giapponese ci spiega che cosa significa essere un romanziere: significa scendere al fondo della propria coscienza, scavare nelle tenebre sotterranee, trovare ciò di cui si ha bisogno e riportarlo alla luce. Ne Il porto sepolto Ungaretti dice che il poeta è come un palombaro che si inabissa nelle profondità del mare per riportare alla luce i reperti trovati: le parole. La poesia è stata scritta nel 1916, esattamente cento anni fa.

Approfondimento

Nella postfazione a Il mestiere dello scrittore, Murakami scrive che il libro è una raccolta di idee nelle quali ci sono anche delle ripetizioni.

A dir la verità molte parti, lette da me in Vento e Flipper, le ho ritrovate ripetute pari pari in alcuni paragrafi di questo libro: l’illuminazione improvvisa che ha riguardo al suo futuro di scrittore; gli inizi, come proprietario del bar, oberato dai debiti; il libro, registrato sul floppy, scomparso dal computer, ma poi subdolamente ricomparso. Oltre alla reiterata affermazione : “scrivo da trentacinque anni.”

Non amo le ripetizioni e mi meraviglio che Murakami le abbia mantenute volutamente.

È stato un alunno annoiato. La scuola negli anni ’50 era, non solo in Giappone, selettiva, attenta alle discipline, ai voti e allo studio. Non c’era spazio per altro, né per tutti.

Auspica una scuola che realizzi uno spazio di rinascita individuale, fatto su misura per il bambino che non si adatta alla scuola attuale, che non ha interesse per quello che studia, ma che realizzi a pieno la propria personalità.

Le digressioni autobiografiche impediscono all’autore di regalare ulteriori specifici suggerimenti agli aspiranti scrittori: come si fa ad essere originali, ad avere uno stile proprio, a migliorarlo e a farlo diventare classico. A restare sul ring nel tempo.

Il mestiere dello scrittore è un libro interessante. Ancor di più se fosse stato di più un saggio e di meno un’autobiografia.

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Noi, i salvati di Georgia Hunter

 

Dal 14 settembre in libreria

È appena arrivato in libreria Noi, i salvati di Georgia Hunter, edito da Nord, l'emozionante odissea di una famiglia divisa dalla guerra e unita dalla speranza, in fuga dall'orrore dell’Olocausto. Ispirato alla vera storia della famiglia dell’autrice, Noi, i salvati ci conduce dai jazz club di Parigi alle prigioni di Cracovia, dalle spiagge di Casablanca ai gulag siberiani, mostrandoci come pure nei momenti più bui della Storia c'è sempre una luce che brilla e che ci dà la forza di superare ogni avversità.

«Un romanzo eccezionale che supera in confini letterari, anche perché l’autrice si è ispirata alla storia vera della sua famiglia.» - Newsweek

Per quanto tempo si può continuare a fare progetti per il futuro, se la guerra incombe? I fratelli Kurc hanno cercato di resistere fino all'ultimo: Addy aggrappandosi alla musica, Mila occupandosi della figlia appena nata, Genek concentrandosi sul lavoro, Jakob rifugiandosi nei sogni e Halina nascondendo la paura dietro la ribellione. Tuttavia, nel settembre del 1939, devono arrendersi all'evidenza: la Polonia non è più sicura per una famiglia di ebrei. Così, per sfuggire al nazismo, sono costretti a dividersi: chi prova a imbarcarsi per il Brasile, chi scappa in Russia, chi si nasconde in piena vista con una falsa identità ariana. Armati solo del proprio coraggio e della forza della disperazione, i fratelli Kurc dovranno adattarsi a questa nuova esistenza di clandestini, affrontando la fame e il freddo, la solitudine e le persecuzioni, senza sapere se il prossimo passo li farà cadere tra le mani del nemico o li porterà più vicini a un porto sicuro. E sarà proprio grazie alla loro determinazione che, alla fine della guerra, si ritroveranno intorno a un tavolo e brinderanno a loro, i salvati…

«Georgia Hunter è un’autrice coraggiosa come i suoi protagonisti. Grazie al suo romanzo non li dimenticheremo mai.» - Harper's Bazaar

«Da leggere assolutamente.» - New York Post

«Un romanzo straordinario e commovente, che rivela tutta la complessità e l’ambiguità della vita.» - Publishers Weekly

«Un romanzo sulla forza dei legami familiari che ci aiutano a superare anche i periodi più bui.» - Glamour

«Ciò che non mi avevano mai raccontato da bambina è che mio nonno, che per quanto ne sapevo io era statunitense dalla testa ai piedi, era nato in Polonia, in una città, Radom, in cui un tempo abitavano più di trentamila ebrei, e che il suo nome originario non era Eddy Courts, ma Adolf Kurc, e infatti in gioventù tutti lo chiamavano Addy. Inoltre ignoravo che fosse il terzo di cinque fratelli, e che avesse passato quasi un decennio senza sapere se i suoi parenti fossero scampati alla guerra oppure morti nei campi di sterminio, o giustiziati nei ghetti polacchi com’era capitato ad altre migliaia di persone.

Ho saputo poi che mio nonno aveva avuto la fortuna di trovarsi in Francia durante l’invasione nazista della Polonia, nel 1939, e che era l’unico membro della sua famiglia a essere riuscito a fuggire dall’Europa all’inizio della guerra. Mi ha detto che a un certo punto si era fidanzato con una ceca conosciuta a bordo dell’Alsina, una nave, ma poi, a una festa a Ipanema, l’ha accalappiato mia nonna. Infatti la loro prima figlia, Kathleen, è nata a Rio de Janeiro, pochi giorni prima che lui si ricongiungesse alla famiglia: genitori, fratelli e sorelle, zii e cugini dei quali non aveva notizie da quasi dieci anni. Chissà come, erano miracolosamente sopravvissuti a una guerra che aveva cancellato dalla faccia della terra più del novanta per cento degli ebrei polacchi. Solo in seguito ho scoperto che dei trentamila ebrei di Radom erano scampati più o meno trecento.

Nell’estate del 2000, poche settimane dopo la mia laurea, mia madre ha proposto un raduno dei Kurc a casa nostra, a Martha’s Vineyard. I cugini hanno accettato: non si vedevano granché spesso, e molti dei loro figli non si erano mai conosciuti di persona. Era ora di una rimpatriata. Ascoltavo le storie raccontate dai cugini di mia madre, così ho scoperto che, durante la guerra, Genek e sua moglie Herta erano stati internati in un gulag siberiano. Mi è venuta la pelle d’oca quando Józef ci ha raccontato di essere nato là, nei dormitori, in pieno inverno. Lassù faceva un freddo tale che ogni notte il ghiaccio gli incollava le palpebre e al mattino sua madre doveva massaggiargliele col proprio latte per riaprirgliele.

Ho scoperto la storia di Halina, che ha attraversato a piedi le Alpi mentre era incinta; e poi di un matrimonio proibito in una casa oscurata; documento falsi e un disperato tentativo di dissimulare una circoncisione; una rocambolesca evasione da un ghetto; una tormentosa fuga da una fucilazione di massa. Il mio primo pensiero è stato: Com’è che vengo a sapere queste cose soltanto adesso? Ma poi mi sono detta: qualcuno deve fissarle su carta. All’epoca non immaginavo che quel qualcuno sarei stata io. Sopraffatta dalla smania di capire esattamente in che modo i miei parenti fossero riusciti a farla in barba alla sorte, non ho potuto fare altro che cominciare a cercare risposte. Noi, i salvati è la storia della sopravvivenza della mia famiglia.» - Georgia Hunter

Georgia Hunter è nata nel 1978 a Plainville, negli Stati Uniti. Ha scoperto di essere figlia di un sopravvissuto dell’Olocausto solo nel 2000 e da allora ha deciso di raccontare la storia della sua famiglia. Armata di registratore e di taccuino Moleskine, ha seguito per ben dieci anni le tracce degli zii, dispersi per il mondo. Le loro storie di coraggio, perseveranza e speranza sono diventate la scintilla da cui è scaturito il romanzo Noi, i salvati.

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Recensione di L’animale che è in noi di Charles Foster

Siamo creature così prive d’attenzione e sensibilità che per noi non fa alcuno differenza.Abbiamo mani estremamente sensibili, eppure maneggiamo i mondo con spessi guanti e poi, annoiati, ci lamentiamo defletto che è amorfo.

Un giorno come un altro si decide che si vuole sapere cosa significa essere un animale, cosa vuol dire essere predatori o essere una preda, cosa vuol dire vivere come una volpe di Londra o un tasso del Galles. Questo è lo scopo di L'animale che è in noi, conoscere il mondo naturale per riscoprire il vero significato di essere uomo, per poterci sentire parte del mondo e comportarci non come padroni assoluti di esso ma come uno dei tanti coinquilini di questa enorme casa, che ci accoglie tutti e come tale ne dobbiamo rispettare le regole. Charles Foster ha provato a fare questo, ma non basta osservare l’animale dalla nostra altezza, quello che l’autore fa è abbassarsi all’altezza del tasso, dormire nel bosco, assaggiare i vermi, nuotare come una lontra; e questo per poter esplorare il mondo percepito in molti modi diversi, ogni animale vede il bosco in un modo unico e andarlo ad esplorare diventa una avventura che l’autore trova stimolante e quasi divertente. Scoprire questo libro significa scoprire un mondo che si allontana dalla solita visione antropocentrica, cercare di umanizzare l’animale per avvicinarlo al nostro modo di essere, qui il viaggio lo si fa al contrario, si cerca di avvicinare l’uomo all’animale, di riscoprire l’aspetto selvaggio che è in noi.

L'animale che è in noi è un libro che fin dalle prime pagine appare “strano”, questa è la sensazione che ho avuto fin dalle prime righe, non riuscivo a comprendere il motivo secondo il quale un uomo decide di mangiare vermi o di seguire i rondoni attraverso l’Europa, ma poi pagina dopo pagina cominciavo a capire, l’autore ammette di aver fallito nel suo tentativo, non riusciamo a capire fino in fondo questo libro, che a volte appare pieno di parole senza un filo logico, di perle di saggezza sull’essere uomo di fronte al mondo e alla natura, perché fondamentalmente, nuotare nel fiume non lo ha reso una lontra. Questo è ciò che ho capito, ma quello che rimane è anche la sensazione che compiere un viaggio simile sia molto più elettrizzante di quanto possiamo immaginare.

Approfondimento

Sicuramente qui non si parla del solito documentario sugli animali, dove ci identifichiamo del leone che caccia o nella gazzella che scappa a seconda del protagonista del film che stiamo vedendo, il modo alternativo con cui l’autore affronta l’argomento è senz’altro interessante, non è sicuramente un libro facile da seguire e a volte ci si può perdere tra le tante riflessioni o a volte scappa un sorriso pensando a un uomo che dorme in una buca imitando un tasso. Ma senza dubbio vale la pena la sua lettura per la sua portata educativa e per la narrazione così distante da una semplice ricerca scientifica che rende la storia ancora più interessante anche se a volte si rimane increduli sulla sua veridicità.

Non serve a nulla poter ridiscendere a livello neuronale l’albero evolutivo (…) se si è troppo schizzinosi per lasciare i rami più alti.

Chi di noi avrebbe il coraggio di fare un’esperienza simile? Ma domanda più giusta sarebbe: chi di noi sarebbe veramente interessato nel farlo?

Gioffrè Giulia

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