Categoria: Cesare pavese

Recensione di Dialoghi con Leucò di Cesare Pavese

I Dialoghi con Leucò furono l’opera più cara a Cesare Pavese. È alle loro pagine che lo scrittore affidò le sue ultime parole, quando, quel maledetto 27 agosto del 1950, decise di porre fine prematuramente alla propria esistenza:

Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi.

Ventisette dialoghi, composti tra il ’45 e il ’47, in cui Pavese riflette e invita a riflettere sul significato dell’esistenza umana. A far da cornice, il mito classico. Perché “ci vogliono miti, universali fantastici, per esprimere a fondo e indimenticabilmente quest’esperienza che è il mio posto nel mondo”, scriveva Pavese. A suo avviso, il mito è incarnazione di quella conoscenza istintuale e più profonda della realtà, che si realizza già durante l’infanzia. Purtroppo, però, l’uomo adulto non ne conserva memoria. Ruolo della poesia e del poeta, allora, è rievocare quella conoscenza primitiva, chiarificarla alla luce della ragione e restituirla intellegibile agli uomini. E i Dialoghi con Leucò sono permeati, dal primo all’ultimo, di questa forza rivelatrice della poesia.

Si tratta di brevi conversazioni a due. A interagire sono dei ed eroi della Grecia classica, che si confrontano sui drammi esistenziali e perenni dell’uomo: l’amore, l’incomunicabilità, la solitudine, il sesso, il destino, la morte... Le loro sono parole dal sapore antico, che però sanno farsi strada sapientemente nelle nostre vite. Qualche lettore si identificherà con la Nube che resta inascoltata, a qualcun altro l'indovino Tiresia aprirà gli occhi con le sue rivelazioni. C’è chi nella complicità tra Achille e Patroclo riscoprirà il valore dell’amicizia e chi, invece, troverà conforto alle proprie pene d’amore nel tormento della poetessa Saffo. Con Orfeo, qualcuno si volterà a guardare Euridice scomparire per sempre. Con Endimione, qualcun altro attenderà la notte per dormire il suo sonno eterno in compagnia della Luna. Ci sono spunti di riflessione molteplici e variegati, nei Dialoghi con Leucò. Ma il filo conduttore è uno: l’attaccamento profondo e disperato alla vita, una vita dolorosa e imperscrutabile ma al tempo stesso incredibilmente bella, così bella da far invidia agli dei eterni e immutabili, bella proprio perché effimera, perché in grado di trasformare ogni giorno in una coraggiosa scoperta, ogni domani in speranza e opportunità.

Circe: L’uomo mortale, Leucò, non ha che questo d’immortale. Il ricordo che porta e il ricordo che lascia.

Ma chi è Leucò? Il titolo è un omaggio a Bianca Garufi, la donna per cui Pavese nutrì un’intensa passione negli anni in cui scrisse i dialoghi. Leucò, infatti, è la traduzione greca di “bianca”. Ma è anche il diminutivo di Leucotea, la divinità marina che guidò Odisseo nella tempesta e che qui sembra voler fare da guida al lettore, in un viaggio attorno all’uomo e attraverso gli intricati enigmi della sua psiche.

Approfondimento

Affronta tematiche di grande rilievo, Pavese. E lo fa con animata passione, in uno stile elegante e sobrio ma dotato di straordinaria potenza semantica, a tratti quasi imperfetto come imperfetta è quell’esistenza umana che si propone di raccontare. Ne risultano ventisette lezioni di saggezza, a tutt’oggi attualissime, dal tono delicato e leggero, come pura poesia.

Pavese definì i suoi Dialoghi con Leucò “un libro che nessuno legge e, naturalmente, è l’unico che valga qualcosa” (Lettere II). Io l’ho letto. E lo ritengo un libro necessario.

Angela Saba

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