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Da una fessura a “I custodi di Slade House”: intervista a David Mitchell

Sabato scorso ho avuto la possibilità di prendere un te' con David Mitchell nel centro di Mantova e fare due chiacchiere con lui sul suo ultimo libro Slade House, pubblicato in Italia come I custodi di Slade House da Frassinelli. È stato un pomeriggio molto caldo, David ha ospitato i giornalisti e i blogger della ventesima edizione del Festivaletteratura dopo aver incontrato in mattinata i suoi lettori con il firmacopie di rito. Irene Pinamonti ha seguito per noi l'incontro moderato da Tullio Avoledo e ho deciso di introdurre la mia intervista proprio con estratto del racconto di questo incontro perché affronta una tematica che affascina i lettori di Mitchell (trovate l'intero intervento condensato molto bene in questo articolo):

Dopo aver rotto il ghiaccio chiacchierando con il devoto Avoledo sul suo nuovo lavoro, il dialogo con Mitchell diventa un’analisi della sua magistrale, unica capacità di intrecciare trame, epoche ed universi in un caleidoscopio stratificarsi di livelli narrati senza mai avere cali di ritmo e di stile. La sensazione è quella di essere in un “non luogo” nel quale ci si sposta saltando tra gli ingranaggi di un numero infinito di orologi le cui lancette ruotano non solo avanti e indietro, ma anche su altri assi, in un’infinita girandola di possibilità. Non a caso è proprio il tempo il tema principe della chiacchierata con l’autore. Mitchell ha piena consapevolezza del tempo, ma in tutto il suo candore, ammette di bloccarsi nel tentativo di darne una definizione: “Sono come S. Agostino” - afferma l’autore - “Capisco cosa è il tempo, ma solo fino a quando qualcuno non mi chiede cosa è”.

david mitchellDavid Mitchell sorseggia il suo te' caldo a dispetto dei trentun gradi da buon inglese (sono quasi le cinque!), io il mio te' freddo. Lo guardo. Un viso gentile, modi pacati, l'impressione è che sia un uomo semplice. Non puoi far a meno di chiederti come abbia potuto costruire storie così complesse e "multistrato" come Slade House. E come sia stato capace poi di smontarla, di svelarla in poche pagine. Inchiodarti e poi spiazzarti, così, con disinvoltura. Con Mitchell parlano tutti del significato del tempo, giustissimo e anche prevedibilissimo, così come prima domanda decido di azzardare, decido di puntare dritto ai sentimenti dell'autore:

Oltre ad averla portata in questo bel posto, qui a Mantova, dove ha portato l’anima di Mitchell “I custodi di Slade House”? Mi spiego meglio: cosa sta provando oggi David Mitchell grazie a questo nuovo libro/viaggio?

Parlando di sensazioni: paura, alienazione, amore, desiderio di sopravvivere e ingannare la morte e anche evitare la morte. Questi in realtà sono i luoghi di questo viaggio. E poi alla fine c'è un'altra sensazione di cui non ho il nome ma che risponde in realtà alla sua domanda: a sense of beginning at the end. Un senso d'inizio.

Partita come una storia di fantasmi, adattata a puntate sul suo account Twitter ufficiale, poi rinforzata attraverso una struttura logica portante suddivisa in cinque parti. Insolito direi. Quali altri mutamenti che non conosciamo ha subito questa storia e quanto è importante la flessibilità -la capacità di cambiare in corsa il modo di raccontare- per chi scrive storie?

Oh, i cambiamenti sono durati cinque volte la prima stesura! Sono tantissimi, se parliamo di sfumature, di virgole. Se penso ai social media, una cosa che non esisteva prima, e al fatto che siano un nuovo veicolo per raccontare storie, beh questa è una cosa che mi entusiasma. Se penso però a una storia completa, nel senso di un romanzo, non ritengo che questo sia il modo migliore per garantirne l'integrità. Non potrei pensare di proporre un romanzo di 235 pagine su un social media, per questo c'è stato questo passaggio: per mantenere e garantire l'integrità della storia. Per raccontarla meglio. Non è solo flessibilità (ride) ma sa, devo anche dare da mangiare ai miei figli...

Lei in altre interviste ha ammesso di prendere il buono di più generi letterari, mischiarlo per fare qualcosa di nuovo. In effetti anche in cucina con gli stessi ingredienti si possono creare sempre nuove pietanze. Mi sembra che la sua ricetta funzioni. E credo che far rientrare in un genere specifico, come si cerca sempre di fare, questa storia sarebbe sminuire questo grande lavoro di assemblaggio che lei ha compiuto. Cosa ne pensa?

Intanto grazie. Secondo te a quale genere potrebbe appartenere?

Questa volta rido io, ho l'impressione che David mi voglia incastrare. Resto risoluto e rispondo: "per me sarebbe limitare il lavoro che ha fatto, per questo non lo vorrei fare".

Credo anch'io di non essere un grande fan delle "etichette" perché forse alla fine fanno più danno che altro. È proprio come quando si guarda e si cerca di delineare a tutti i costi ciò che si vede. Questo è ciò che immagino.

Bella metafora.

È il mio lavoro, grazie.

img_3565Le domande e la ricerca delle risposte fanno parte del processo che la porta a scrivere, come spesso accade. Cosa diventano le domande a cui non trova risposta? Possono essere anch’esse elementi preziosi per la narrazione al pari delle risposte? 

Penso che l'ambiguità sia un regalo immenso del genere umano alla realtà della narrazione.

Le avevo promesso che saremmo tornati all’inizio: l’intuizione che l’ha spinta a esplorare la paura e l’orrore nascosti nello spazio fra Slade Alley e Cranbury Avenue.

Un giorno stavo camminando proprio in quella strada e ho pensato che fosse una delle strade meno caratteristiche possibili dal punto di vista narrativo. Avevo in mente una successione di storie e questo era uno dei posti al mondo che meno si prestava alla narrazione. Così ho pensato di aprire qualcosa, una fessura, per andare andare oltre la quotidiana normalità di una strada inglese qualsiasi. È stata una sfida e l'ho accettata.

A big challenge. Thanks, David.

Ci stringiamo la mano poi lui firma la mia copia di I custodi di Slade House. A proposito di tempo, quale che sia la visione di Mitchell, il tempo è tiranno. Fuori dai libri non fa sconti e infatti dobbiamo lasciarci. Lascio David al suo te' e mentre torno all'ufficio stampa del Festival in cerca di un poco di fresco non posso fare a meno di pensare che questo è un libro che conquisterà molti lettori, che raccontare storie è una cosa bellissima e che anche prendersi un te' con chi racconta storie può essere una storia da raccontare. Un regalo del tempo.

abc

David Mitchell: tra tempo, musica e alberi…

Quando stai per trovarti  davanti un autore come David Mitchell ti aspetti, oltre ad un certo aplomb tipicamente inglese, un personaggio che sta un po’ sulle sue nel raccontare cosa sta dietro alle sue opere. D’altra parte si sta parlando di uno scrittore che con ben tre romanzi è stato finalista al Booker Pritze e che, con un capolavoro come Cloud Atlas, non solo è riuscito a venderne i diritti per farne un film, ma ne ha fatto ricavare un vero e proprio blockbuster riuscendo a non stravolgere – come troppo spesso accade -  la sontuosità del libro.

Beh, l’incontro con David Mitchell non poteva essere più lontano da ogni pregiudizio che ci si aspettava solo leggendone la sua biografia. Il dialogo dell’autore con Tullio Avoledo e con il pubblico è sembrata più una piacevole e rilassata chiacchierata al bar che non un incontro letterario. Una chiacchierata al bar molto filosofica, ma nella quale non sono mancati siparietti che, grazie anche alla bravura di Avoledo, hanno fatto emergere tutta la genuinità e simpatia dell’autore inglese. Non ci si stupisce così che la (prevedibile) lunga coda per il firma copie a fine incontro sia diventata chilometrica, forse una delle più lunghe di tutto il Festival.

Dopo aver rotto il ghiaccio chiacchierando con il devoto Avoledo sul suo nuovo lavoro, il dialogo con Mitchell diventa un’analisi della sua magistrale, unica capacità di intrecciare trame, epoche ed universi in un caleidoscopico stratificarsi di livelli narrati senza mai avere cali di ritmo e di stile. La sensazione è quella di essere in un “non luogo” nel quale ci si sposta saltando tra gli ingranaggi di un numero infinito di orologi le cui lancette ruotano non solo avanti e indietro, ma anche su altri assi, in un’infinita girandola di possibilità. Non a caso è proprio il tempo il tema principe della chiacchierata con l’autore. Mitchell ha piena consapevolezza del tempo, ma in tutto il suo candore, ammette di bloccarsi nel tentativo di darne una definizione: “Sono come S. Agostino” - afferma l’autore - “Capisco cosa è il tempo, ma solo fino a quando qualcuno non mi chiede cosa è”. Perché il tempo è tutto e niente. Il tempo è ovunque ed è multidimensionale. Il tempo è ogni metafora che si può utilizzare per descriverlo. Un fiume che scorre, una freccia, un Uroboro che si morde la coda. Ad una delle domande più difficili del pubblico Mitchell ammette che, se è vero che il tempo è un elemento essenziale dell’universo, afferma che ci sia una qualche componente della persona umana che è a-temporale. Non sa dire quale parte di noi lo sia - anima, cuore, mente… - ma è certo che c’è una parte dell’uomo che supera le leggi del tempo e attinge all’infinito.

Un altro elemento che spicca della scrittura di David Mitchell, strettamente connesso al tempo, è la musica. “Una delle cose per le quali vale la pena vivere”, a detta dello stesso autore, un ingrediente fondamentale dei suoi libri - indimenticabile il “mistico” componimento titolato “Il Sestetto dell’Atlante delle nuvole” presente nella trasposizione cinematografica di Cloud Altlas – ma, soprattutto, presente nella sua narrazione. Perché la musicalità è un tratto caratteristico dello stile di Mitchell, nella sua abilità di alternare ritmi incalzanti con ritmi più lievi, permettendo alle storie di fluire con una naturalezza che è più affine ad una sinfonia che alle pagine di un libro. A meno che quelle pagine non siano scritte da David Mitchell.

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Affascinante e profonda, ma raccontata con ilarità grazie all’efficace mediazione di Avoledo, è la presentazione del Future Library Project. Il progetto, ideato da un artista scozzese, prevede di piantare una foresta di alberi fuori Oslo, in Norvegia, e, da qui fino al 2114, chiedere ogni anno a uno scrittore di consegnare un manoscritto che sarà pubblicato solo dopo il 2115, stampato con la carta ricavata da quegli stessi alberi. Anche Mitchell ha avuto il privilegio di essere chiamato a partecipare a questo progetto e ha consegnato a maggio il suo contributo, un romanzo inedito depositato in un caveau presso la Biblioteca Nazionale norvegese e che rimarrà sigillato in attesa del 2115. Si tratta di un progetto che, a detta dello stesso autore, rappresenta un attestato di fiducia nei confronti del mondo e delle generazioni future dato che, inevitabilmente, lui non potrà essere lì a godere dei frutti della sua opera. Per questo è stato in parte liberatorio, per lui, scrivere tale manoscritto, senza che questo sollievo oscuri l’impatto simbolico di un gesto che rappresenta un iniezione di speranza in questi tempi troppo spesso funesti; anche solo per il fatto che “tutto ciò significa che, ancora, nel 2115 ancora si stamperanno e si leggeranno libri”.

Infine, tra tanta filosofia e metafisica, una nota di colore. Alla domanda del pubblico su quali siano le sue letture preferite nel tempo libero, Mitchell ha simpaticamente ammesso che, accanto ai libri che legge per il suo lavoro di ricerca e a quelli che si ripromette di leggere per puro diletto, anche lui ha – come noi comuni mortali! – la sua  “pila della vergogna”, ovverosia quella colonna di libri che tutti conserviamo e dove i libri che fingiamo di aver letto, pur non avendolo fatto, e che piano piano cerchiamo di far assottigliare prima di essere colti in castagna sulle nostre mancanze.

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