Categoria: Caterina Bonvicini

Recensione di Fancy red di Caterina Bonvicini

“Mi piace guardarli, i diamanti, non possederli: quando ho infranto questo patto con loro, è cominciata la mia fine.”

La struttura di Fancy red di Caterina Bonvicini1 è quella di un ottaedro: le otto facce triangolari del diamante trasformate in otto capitoli di tre paragrafi ciascuno. Ma l’essenza del romanzo si riconosce ancora di più in quel colore rosso così vivo e veemente da evocare, quasi paradossalmente, il sangue e la morte.

Ed è proprio in presenza di un corpo senza vita che si apre questa storia. Il corpo di Ludò, una giovane donna assassinata mentre trascorreva un periodo di vacanza in Grecia. Chi è stato a toglierle la vita con un paio di forbici, in modo brutale e spietato? In quella stessa stanza, a pochi centimetri dal suo corpo, ci sono suo marito Filippo e una ragazza sconosciuta. Lui non ricorda niente, come se la sua mente avesse cancellato ogni dettaglio delle ultime ore. Lei lo accusa: “Sei stato tu”. Insieme a loro, c’è un oggetto d’inestimabile valore: il Fancy Vivid Red, rarissimo diamante rosso che Ludò portava al naso montato come un piercing. Filippo lo ritrova stretto nel palmo della mano della misteriosa ragazza. Ma non ha tempo di pensarci. Potrebbe aver ucciso sua moglie. Senza neanche saperlo, potrebbe essere diventato un mostro. Ora però vuole solo far sparire il corpo della donna che ha amato. Buttarlo in mare e allontanare da lui quella vicenda. Racconterà che è stato un incidente, che Ludò, ubriaca e incosciente, ha deciso di fare una nuotata nel cuore della notte.

Dieci mesi dopo, il diamante ricompare. Come è possibile sia finito nelle mani di un ricettatore? Ludò non lo toglieva mai. Se fosse veramente annegata accidentalmente, il diamante sarebbe affondato con lei. Per suo padre questo vuol dire rimettere tutto in gioco: far riaprire le indagini alla ricerca di una verità autentica. Per Filippo, invece, ritrovare il Fancy Red equivale a riaccendere paure e timori mai sopiti. È davvero stato lui ad uccidere sua moglie? Ma perché avrebbe dovuto farlo? Ritrovare il diamante per lui, gemmologo di professione, vuol dire però anche riallacciare un rapporto d’amore mai interrotto. Una passione incontrollabile che lo lega al Fancy Red in modo totale.

Nella vita di Filippo, riappare ora anche la ragazza che l’aveva aiutato a far sparire il corpo di sua moglie. Perché è tornata? Qual è il suo ruolo all’interno di una vicenda in cui niente è realmente come appare? Non solo, infatti, sulla morte di Ludò continua a ergersi un velo di mistero ma anche intorno alla sua vita iniziano ad emergere sempre più ombre. Ed è inseguendole che Filippo si accorge di come dietro quella voglia incontenibile di rincorrere qualsiasi tipo di desiderio, per quanto malsano potesse sembrare, si nascondeva semplicemente il bisogno che Ludò aveva di affermare il suo essere viva. Nonostante tutto. Ma quali e quanti erano i fantasmi che portava con sé e chi poteva voler interrompere per sempre la sua forsennata e disperata ricerca di un qualcosa cui aggrapparsi?

Fancy red è un romanzo sfaccettato, in costante movimento e trasformazione. Una storia che ci guida tra la Grecia, Milano, Lisbona, Cuba, le Fiandre, l’Argentina e Sarajevo. Un itinerario alla ricerca di una verità che continua a sfuggire. Con ricorrenti flash-back che ci aiutano a ricostruire le tappe di un cammino accidentato. Come la vita di Ludò: già conclusa all’inizio del romanzo ma desiderosa di lasciarsi scoprire e capire. Perché anche Ludò, come il diamante che porta al naso, è attraversata da sfumature diverse che necessitano di tempo per essere afferrate e accettate.

E poi ci sono loro, protagonisti silenziosi ma imprescindibili di questo romanzo: i diamanti. “Condannati a guardare da vicino la miseria estrema e la ricchezza estrema. Solo loro conoscono intimamente questi due opposti che non si toccano mai. Solo loro conoscono davvero il mondo. E non lo possono nemmeno raccontare.” Due opposti che si susseguono costantemente lungo le pagine di Caterina Bonvicini. Certo, senza mai sfiorarsi ma ricordandoci quanto la distanza tra di loro possa anche essere effimera e passeggera. Quasi evanescente.

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Ti racconto una donna al Letterature Festival Internazionale di Roma

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Giunto ormai alla sua XV edizione, il Letterature Festival Internazionale di Roma per un intero mese celebra la letteratura e i suoi valori ponendo il testo e la parola al centro di diverse serate che vedranno protagonisti alcuni tra i più interessanti autori della scena letteraria italiana e internazionale.

Proprio all’interno di questa rassegna

Lunedì 4 luglio 2016, alle ore 21

avrà luogo l’evento

Ti racconto una donna

Caterina Bonvicini, Teresa Ciabatti, Valeria Parrella, Simona Vinci, Concita De Gregorio e Clara Sánchez leggono alcuni racconti della grande scrittrice americana Lucia Berlin (Bollati Boringhieri).

La donna che scriveva racconti

"Ho sempre creduto che tutti i migliori scrittori sarebbero arrivati – presto o tardi - là in cima, emergendo come panna sull'apice di una torta; diventando noti, amati, citati, insegnati, antologizzati, riconosciuti e trasposti dal cinema, dal teatro dalla musica in altre narrazioni". Non era ancora accaduto al lavoro di Lucia Berlin, che ora la critica accosta a Raymond Carver, Grace Paley, Alice Munro, William Carlos Williams e Don Delillo...  Questo augurio di Lydia Davis è diventato realtà grazie a La donna che scriveva racconti, questa raccolta di 43 racconti che ne celebra infine il talento, e che ripropone più della metà di tutta la sua produzione.

Lucia Berlin basò molti dei suoi racconti su fatti reali della sua vita. "Mia madre scrisse sempre storie vere, anche se non necessariamente autobiografiche", dichiarò uno dei suoi figli, alla sua morte. Interprete d'eccezione di un genere spesso definito "auto-fiction" o self-fiction", ha continuamente rimodellato e reinventato la sua storia personale e famigliare dentro il suo universo narrativo. Lei stessa definisce la sua narrativa "una trasformazione, non una distorsione della realtà". Una delle sue voci narranti afferma "Ingigantisco le cose, e mescolo realtà e finzione, ma non mento mai", frase che illumina la natura del suo racconto e può essere accolta come una dichiarazione implicita di poetica. La sua vita è stata ricca e piena di avvenimenti e il materiale che vi ha attinto per i suoi racconti estremamente variegato, potente, drammatico. Una donna molto bella che ha avuto una vita difficile e la racconta in tanti piccoli, o meno piccoli, «quadri». Una donna con quattro figli da allevare da sola, che scrive della quotidianità difficile dei lavori che deve fare per mantenerli: la donna delle pulizie, l'infermiera, l'impiegata in ospedale, l'insegnante precaria. Ha vissuto così tante esistenze Lucia Berlin nei suoi 68 anni di vita e ha attraversato così tante esperienze da incarnare una realtà umana familiare a tutti noi. Una vita più che difficile, tormentata dalla scoliosi e dalle sue conseguenze, da matrimoni sfortunati, dalla povertà, e dai lavori tipici degli americani senza radici: ma le esperienze di centralinista, domestica, insegnante precaria o infermiera, e di madre single, forniscono all'autrice un materiale prezioso e vastissimo, che usa per raccontare se stessa con eccentrico, personalissimo talento. E per raccontare il mondo del lavoro nel "sottobosco" degli impieghi umili, malpagati, socialmente invisibili, manifestando un'acuta sensibilità nei confronti della stratificazione sociale e delle sue discriminazioni. I suoi racconti sfiorano temi come quello della brutalità da parte di alcune forze di polizia, del razzismo, delle pastoie del sistema sanitario americano che ancora oggi attirano l'attenzione dell'informazione e dell'opinione pubblica. Ma la sua narrativa, mai "di denuncia" e scevra da ogni sentimentalismo, si dispiega nel registro sommesso di un intima confessione e la sua lingua è stilisticamente così "compressa" da poter essere definita "Flash Fiction".

lucia berlinProtagonista la narratrice onnisciente, e vari personaggi, secondari ma non poi tanto, diversissimi tra loro: un vecchio indiano americano incontrato in una lavanderia; una ragazza giovanissima che scappa da una clinica messicana di aborti per ricche americane; la suora di una scuola cattolica, mai dimenticata; un'insegnante che lascia un segno positivo nell'evoluzione di una ragazzina. Ma soprattutto, una domestica che tratteggia, lapidaria ma benevola, le «signore» (e anche qualche «signore») per cui lavora. Tanti personaggi di Berlin ricorrono in diversi racconti e vengono ritratti da diverse angolazioni e in diversi ruoli, dando alla raccolta un'evidente coerenza e unità tematica, tutti diversissimi, variegati per sesso, razza, colore e censo; scrive anche dell'America Latina dove ha vissuto e, sottotraccia, delle "interferenze" della politica americana in quella regione nella metà del '900. Ma di certo il tratto pittorico dell'autrice – reso in uno stile essenziale, minimalista - contribuisce a fissarli nella mente, insieme a una scrittura ingannevolmente semplice, chiara, essenziale, imprevedibile come la musica jazz e altrettanto ipnotica. Il setting ordinario delle sue storie (una lavanderia, uno studio dentistico, un ospedale...) le servono come scenario e "reagente" alla rivelazione della natura e del cuore umano e l'hanno fatta accostare a Raymond Carver, a Bobby Ann Mason e più in generale all'estetica del "Dirty Realism" degni anni '80.

Le pubblicazioni delle sue raccolte di racconti rimasero a lungo confinate nel mondo della piccola e media editoria (Turtle Island e Poltroon), anche se con il volume di racconti "Homesick" vinse l'American Book Award nel 1991 e il valore del suo lavoro venne riconosciuto e sostenuto da scrittori come Lydia Davis e Saul Bellow, che ospitò nella sua rivista The Noble Savage il suo racconto d'esordio. Nonostante questi importanti riconoscimenti non raggiunse mai in vita presso la critica e il grande pubblico la notorietà e il successo che avrebbe meritato. Fu Paul Metcalf a definire la scrittura della Berlin - in una recensione alla sua raccolta di racconti "Safe and Sound" - "il segreto meglio custodito d'America". Oggi viene considerata una protagonista indiscussa della narrativa americana del '900, non più un outsider ma una voce centrale nel panorama letterario, crocevia nel variegato mondo della più prestigiosa literary influence.

Lucia Berlin nacque in Alaska nel 1936. Il padre lavorava nel settore minerario, così Lucia trascorse i suoi primi anni di vita tra cittadine e insediamenti minerari in Idaho, Montana e Washington. Nel 1941 il padre andò in guerra, e la madre portò Lucia e la sorella minore a El Paso, dove il nonno era un dentista eminente ma alcolizzato. Poco dopo la guerra, il padre trasferì la famiglia a Santiago, in Cile, e Lucia inaugurò quelli che sarebbero stati venticinque anni di vita piuttosto fastosi. A Santiago partecipò a balli e serate di gala, si fece accendere la prima sigaretta dal principe Ali Khan, terminò la scuola, e vestì i panni della padrona di casa agli eventi mondani del padre. Quasi ogni sera, la madre si ritirava presto con una bottiglia. A dieci anni le fu diagnosticata la scoliosi, una dolorosa condizione della colonna vertebrale che l'avrebbe accompagnata per tutta la vita, rendendo spesso necessario un busto d'acciaio. Nel 1955 si iscrisse alla University of New Mexico. Parlando ormai correntemente lo spagnolo, studiò con il romanziere Ramón Sender. In breve tempo si sposò ed ebbe due fi gli maschi. Alla nascita del secondo, il marito scultore se n'era già andato. Lucia conseguì la laurea e, sempre ad Albuquerque, conobbe il poeta Edward Dorn, una figura chiave nella sua vita. Conobbe anche un docente di Dorn al Black Mountain College, lo scrittore Robert Creeley, e due suoi compagni di Harvard, i musicisti jazz Race Newton e Buddy Berlin. E cominciò a scrivere. Sposò Newton, un pianista, nel 1958. (I suoi primi racconti erano firmati Lucia Newton.) L'anno successivo si trasferirono insieme ai fi gli a New York, in una mansarda. Race lavorava sodo, e la coppia fece amicizia con i vicini, Denise Levertov e Mitchell Goodman, e con altri poeti e artisti tra cui John Altoon, Diane di Prima e Amiri Baraka (all'epoca LeRoi Jones). Nel 1960, Lucia e i fi gli lasciarono Newton e New York e raggiunsero il Messico insieme all'amico Buddy Berlin, che diventò il suo terzo marito. Buddy era carismatico e benestante, ma si rivelò anche un tossicomane. Tra il 1961 e il 1968 nacquero altri due figli. Nel 1968 i Berlin erano già divorziati e Lucia stava seguendo un corso di specializzazione alla University of New Mexico. Lavorava anche come supplente. Non si risposò mai. Trascorse il periodo tra il 1971 e il 1994 a Berkeley e Oakland, in California. Lavorò come insegnante di liceo, donna delle pulizie, centralinista, assistente di un medico e infermiera, al contempo scrivendo, crescendo i quattro figli, bevendo e sconfiggendo infine l'alcolismo. Passò gran parte del 1991 e del 1992 a Città del Messico, dove la sorella stava morendo di cancro. La madre era morta nel 1986, probabilmente suicida. Nel 1994 Edward Dorn la portò alla University of Colorado, e Lucia trascorse i sei anni successivi a Boulder come scrittrice ospite e poi come professoressa associata. Diventò un'insegnante decisamente popolare e amata, e già al secondo anno vinse il premio riservato ai migliori docenti dell'università. Lucia trascorse anni fiorenti a Boulder, in una comunità ristretta che comprendeva Dorn e la moglie Jennie, Anselm Hollo, e la vecchia amica Bobbie Louise Hawkins. Anche il poeta Kenward Elmslie e il prosatore Stephen Emerson diventarono suoi grandi amici. I problemi di salute (la scoliosi aveva causato la perforazione di un polmone, e a metà degli anni Novanta non poteva più stare senza una bombola di ossigeno) la costrinsero a ritirarsi nel 2000, e l'anno seguente si trasferì a Los Angeles su insistenza dei figli, molti dei quali vivevano lì. Combatté e sconfisse il cancro, ma morì nel 2004 a Marina del Rey.

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Recensione di Il sorriso lento di Caterina Bonvicini

Ne Il sorriso lento di Caterina Bonvicini, Clara, la protagonista, racconta della sua vita di giovane donna, vissuta con intensità e incoscienza e la storia di Lisa, la sua amica speciale, che si ammalerà di tumore a 33 anni e la lascerà sola. Lascerà solo anche Alberto, il marito, e il figlio, che riesce ad avere poco prima di morire e che chiamava “mirtillo” perché i suoi piedini odoravano di mirtillo. Clara e Lisa avevano condiviso sempre tutto, esperienze e vestiti. Avevano anche pensato di essere lesbiche e una sera, nella Cinquecento di Lisa, si erano baciate per un'ora, prima di capire che in quei baci non c'era niente di erotico e che potevano ritenersi normali. La malattia di Lisa aveva messo con le spalle al muro tutti, parenti e amici. Clara e gli altri del gruppo non sapevano come affrontare la malattia, come comportarsi, anche se Lisa si sforzava di reagire ed era la più forte di tutti e riusciva anche a sorridere, con quel sorriso lento che si ha quando si è vicini alla fine. Anche all'hospice di Bentivoglio, dove era ricoverata, negli ultimi giorni faceva ogni sforzo per non essere di peso agli altri con la sua tristezza. È proprio qui che Clara conosce Ben, un direttore di orchestra londinese ultrasessantenne, che frequenta l'hospice perché vi è ricoverata Anna, la sua giovane moglie. Anna è una cantante lirica molto dotata, costretta ad abbandonare la sua professione perché le mancano le forze, a causa dello stesso male che ha colpito Lisa. Le chiacchierate di Clara e Ben, negli intervalli fra le terapie e le visite dei medici, li aiutano a superare i momenti peggiori. Quando anche Anna muore, Ben se ne torna a Londra ed invita Clara ad andarlo a trovare, quando ne avrà l'occasione. Clara ha bisogno di allontanarsi da quel dolore troppo crudele, le cose con Tommaso non vanno bene e così decide di partire per Londra e fare una sorpresa a Ben. Ma Ben non si rivela particolarmente entusiasta della visita, era stato un invito così, tanto per dire. Quando Clara capisce che Ben è diverso da come credeva che fosse, riempie la valigia e se ne torna a Bologna. Quasi un anno dopo la morte di Lisa, Clara decide di fare visita al marito di lei, Alberto, e a suo figlio e scopre che è davvero bravo nel suo ruolo di padre e, un po', anche di madre.

Poi, la nostalgia la porta a cercare anche la mamma di Lisa e insieme si lasciano andare ai tanti ricordi. Accetta dei vestiti di Lisa, quelli che le piacevano di più anche prima della sua scomparsa. Alcuni non sono neanche lavati e le sembra che Lisa è là, insieme a loro. Al cimitero, dove ancora non aveva avuto il coraggio di andare, accarezza la tomba, delimitata da piccoli sassi e ne allontana qualcuno, allargandone il perimetro.

Approfondimento

Il sorriso lento è una storia triste, anzi sono due storie tristi con lo stesso epilogo, la morte di due giovani donne. In alcuni passaggi si percepisce il tentativo di tutti di farsi forza per superare l'imponderabile, l'imprevisto, cercando di vivere, nonostante tutto, ma l'angoscia profonda per la malattia che non dà scampo, il dolore e la consapevolezza della fine hanno il sopravvento, in quelli che rimangono più che in quelli che se ne vanno. Si tira un po' il respiro leggendo di Ben, egoista, cinico, opportunista, egocentrico, calcolatore, così tanto incapace di amare veramente qualcuno. Lui è molto pratico, non si commuove facilmente. Lui cerca la felicità. La sua, prima di tutto. Finché è in tempo e anche oltre.

Punto Fermo

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