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Recensione di L’invenzione emotiva di Benito Ruggiero

L'invenzione emotiva di Benito Ruggiero inizia dalla fine o, meglio, dalla "quasi fine" della sua voce narrante. In fuga dalle luci e dai rumori della festa in paese, il protagonista vaga senza meta, sicuro di non avere più nulla da vivere e neppure da sperare. Scalzo, perché le scarpe le ha dimenticate chissà dove, cammina sulla sabbia finché non sembra comparire dal nulla, il bar, là dove non l'aveva visto. E' indeciso: entrare e comportarsi come un qualunque uomo da bar, sedersi al bancone e fingere di conoscere i nomi di quei liquori sconosciuti o continuare per la propria strada a rincorrere la fine? E' incerto, ma entra. Nel bar non c'è nessuno tranne un uomo dal viso sapiente, un pescatore-barista, che rimette in ordine il locale. Non c'è dubbio, è lui: il Saggio, colui che fino a questo momento è stato solo nella sua testa e che non ha mai visto in viso. Il Saggio versa il whisky ma nessuno dei due lo berrà: preferiranno uscire, camminare l'uno dietro l'altro su una strada costeggiata da ulivi e arrivare lassù, alla casa del Saggio. Il protagonista non ha nulla da perdere, il Saggio neppure, e stanno tornando a casa. Il verbo tornare è quello più adatto poiché, nonostante la voce narrante non abbia mai messo piede in casa, ne riconosce le pareti, l'odore di marsiglia delle lenzuola, le finestre. Com'è possibile riconoscere ciò che non si è mai conosciuto per davvero? Il mattino dopo, certo di ritrovare il Saggio nella sua casa, il protagonista vaga tra le stanze e, inaspettatamente, la casa si rivela vuota ai suoi occhi. Ha inizio, così, la ricerca del Saggio attraverso la conoscenza del Pazzo e del Bambino, tra i vagoni di treni presi per errore e biciclette sdraiate sull'erba. Un viaggio che è una scoperta di sé, del potere delle parole, di tutti gli inizi che aspettano dietro la parola "fine".

Di questo romanzo - che romanzo non è - mi hanno colpito moltissimi aspetti e spero di non dimenticarne nessuno. Non è un romanzo, dicevo, nonostante sia travestito da tale: è teatro. Non a caso, l'autore ha tratto uno spettacolo teatrale proprio da queste pagine. Teatro dell'assurdo, in particolare, tra Samuel Beckett e Tom Stoppard, con dialoghi serrati che contengono in sé non soltanto le parole ma anche il perché delle parole, la ricerca linguistica, l'interesse per il segreto profondo del comunicare umano. Al lettore non viene presentata una "storia" intesa come narrazione ma piuttosto una storia che è viaggio, esplorazione del proprio io, treno lanciato a rincorrere nuovi inizi. In alcuni passi, mi è parso di riconoscere gli slanci del Faulkner di L'urlo e il furore. Quando il protagonista, nell'ipotizzare una serata al bar, immagina che potrebbe sentirsi a disagio e desiderare d'andar via, pensa: "Lascerei che il posto mi accomodasse fuori". Niente di più faulkneriano di un oggetto fisico o astratto che compie l'azione sull'uomo, oggetto contro soggetto apparente.

Prescindendo dallo stile - particolarissimo e scorrevole - il romanzo si distingue soprattutto per la profondità prospettica dei personaggi che altro non sono, in realtà, se non le diverse sfaccettature di un solo uomo. Non a caso, i personaggi non hanno nome ma vengono chiamati dal loro modo di essere: il Saggio, il Pazzo, il Bambino. Sono dei fuoritempo nel tempo, hanno vissuto guerre delle quali il protagonista non ha memoria, hanno attraversato una storia che trascende la Storia stessa. E' come se ciascuno di loro fosse stato l'altro in un altro tempo, come se il Bambino fosse diventato Pazzo prima di essere Saggio o, meglio, come se non esistesse nessuna precedenza temporale e i tre personaggi fossero sempre esistiti tutti e tre contemporaneamente. E, nel mezzo, il protagonista. Lui che voleva finire perché non riusciva a ricordare che dopo la fine c'è sempre qualcos'altro. Lui che non voleva comprare un nuovo paio di scarpe (perché non voleva più camminare). Splendida, a questo proposito, la riflessione che l'autore compie sulle stagioni, su come non sia l'inverno la fine ma piuttosto l'autunno. L'inverno, in sé per sé, è già l'inizio di un inizio.

Le pagine più delicate e poetiche sono, a mio parere, quelle in cui appare lei. Lei è il fruscio di una lunga gonna verde, gli occhi a scomparsa tra i capelli e il taccuino che ha raccolto il giorno in cui lui l'ha perso. Lei non c'è mai stata eppure c'è, è il tratto di penna sulla carta che domani tornerà bianca, e appare e scompare senza mai restare per davvero. Il Bambino l'aspetta e vorrebbe fosse una sirena ma "sono sicuro che per lui sarà comunque la sirena; sia che avrà gambe o pinne: come sarà l'amerà". Il valore dell'attesa, delle collane di conchiglie create per lei, per quando passerà. E in tutto questo, cos'è che esiste davvero? Esistono il Saggio, il Bambino, la donna dalla lunga gonna verde? O esistono soltanto il protagonista, lui che aveva perso la fede nella vita, e l'invenzione emotiva? Perché "le cose acerbe hanno colori freddi, e pungono. Le cose mature hanno colori caldi e avvolgono. Credo che tu stia semplicemente cambiando colore". Ed è quello che accade al protagonista: cambiare colore. Cambiar pelle. Comprare un nuovo paio di scarpe proprio quando si pensava di non dover più camminare, e riconquistare la strada verso il mare.

Benito Ruggiero, nato nel '34 tra la Penisola Amalfitana e Sorrentina, ha viaggiato molto e, in ogni viaggio, ha portato con sé la passione per gli studi letterari. Maestro e contemporaneamente allievo di se stesso, ha intrapreso il percorso di scrittura che ancora oggi continua e che l'ha condotto alla realizzazione di un'opera - L'invenzione emotiva - profondamente originale e interessante. Ritengo questo libro un ottimo lavoro di ricerca interiore, stilistica, emozionale. Merita di essere letto con attenzione, compreso, interiorizzato. Ognuno di noi è Saggio, Pazzo, Bambino, in una sorta di pagana trinità della coscienza. Ognuno di noi è chiamato a compiere il suo viaggio e a scoprire, proprio come il protagonista di questo romanzo, tutte le parole che credevamo di aver perso e che invece sono lì, in attesa, un attimo dopo la parola "fine".

Giovedì 12 Dicembre 2013 alle 16:30 siete tutti inviati al Teatro Tasso di Sorrento, la compagnia teatrale "I murattori" porta in scena il romanzo, per saperne di piú aderisci all´evento su Facebook) e sabato 14 si replica a Positano, Museo del Viaggio. Ingresso libero.

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Recensione di Aili destini intrecciati di Ilaria Marsilli

Le storie di amori impossibili hanno, da sempre, affascinato un vastissimo pubblico e, con l’avvento del genere fantasy, gli appassionati non sono rimasti di certo delusi. Da Romeo e Giulietta, classico del genere romantico che invita a combattere i pregiudizi attraverso l’amore, c’è stata un’evidente evoluzione: ci sono umani che amano creature mitologiche, coppie che si amano in ogni loro vita e non possono farne a meno, ma questo li porta sempre a distruggersi a vicenda. Poi c’è Aili destini intrecciati che parla di Aili e Deam, una principessa e un principe di due regni in conflitto che si trovano legati per sempre da un´antica magia e un antico potere: un sortilegio di uno stregone cattivo e l’amore più puro e sincero.

Durante la guerra tra i due regni rivali le due regine sono rifugiate in incognito nella stessa locanca. Quando la regina del Regno del Sud partorisce una bambina bellissima ma senza vita, Aili, nella stanza è presente anche uno stregone, la regina del Regno del Nord e il piccolo principe del regno del Nord, che ha sette anni. Lo stregone propone un incantesimo per riportare in vita la bambina, ma l’incantesimo ha un caro prezzo: qualcuno con il cuore piccolo, da bambino, ne deve donare metà e questo darà diciassette anni di vita ad Aili. Al termine di questi diciassette anni la ragazza dovrà cedere il cuore al legittimo proprietario e morire, altrimenti il donatore morirà al suo posto. La regina del Nord prova a dissuadere il figlio, ma il principino non desiste e compie il maturo e generoso atto, vincolando così la propria vita a quella di Aili per diciassette anni.

CopertinaAili2479.340x340-75La guerra finisce e i due regni si uniscono sotto una dittatura che li fa piombare nella decadenza e nello scontento. Dopo diciassette anni Aili, alla quale la balia dopo la morte della madre ha raccontato tutto, parte alla ricerca del principe che le ha donato il cuore per rendergli ciò che gli appartiene. Durante un’imboscata i due si incontrano e, ignari l’una dell’identità dell’altro, finiscono per innamorarsi. Quando però arriva il momento di compiere il sortilegio per rendere finalmente la metà del cuore di Aili al legittimo proprietario e la situazione diventa chiara, tutto viene ribaltato da una forza che era stata sottovalutata: l’amore. L’amore ha modificato l’incantesimo, legando Aili e Deam non solo per diciassette anni, ma lper la vita intera. I due giovani, attraverso varie avventure, scoprono che non possono morire finché il loro legame persiste. Purtroppo, però, la magia continua ad essere usata nel modo sbagliato e la loro incolumità, insieme al loro amore, vengono minacciati costantemente.

Una storia di amore, di dolore, piena di colpi di scena. Una battaglia che cattura pagina dopo pagina, capitolo dopo capitolo, facendo trattenere il fiato, commuovere e battere il cuore. Scritta in modo semplice e per niente criticabile, la storia elogia l’amore puro, forte, che combatte tutto: persino la morte. Da una trama ben strutturata e intrecciata, resa in modo semplice e non troppo ingarbugliato, fa sognare i lettori e incanta alternando le pene e il sapore dolce-amaro di un amore difficile alle emozioni della magia, condimento perfetto per una storia indimenticabile.

Benedetta Talluto

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Enough. Una parola di confine. Tu in che stato sei?

Amo la lingua italiana. Cosí tanto che farei l´alunno in perpetuo, se potessi, tra cancellini righe e avverbi. Se parliamo di suoni peró ci son lingue che ci superano, alcune parole in spagnolo, in inglese, in francese solo per fare un esempio hanno un suono che é tutto di quella parola. Come tutto un programma, come un corso d´acqua, un corso Garibaldi che trascina tutti i significati allo stesso posto, come un suo destino. Finisci che te le ripeti cosí tanto, che la lingua si diverte cosí, a danzare sul palato e atterrare sulle labbra per un attimo, che quella parola sembra fatta apposta per te, su misura per la tua vita e il significato ti appartenga incatenato al cuore, calcificato nelle ossa. La canti, la ripeti e in fondo la suoni piú a te stesso che agli altri.

Enough. Una parola che ha senso in qualsiasi lingua. Il senso di chi mette ordine, di chi fai conti, di chi fa progetti, di chi vuole avere un controllo su qualcosa di piccolo o grande. Abbastanza. Mi piace come suona l´Abbastanza inglese. Una parola che finisce che sembra con un accento, che finisce come una finestra, aperta. La pronuncia sembra quasi un " e no?"  un " e perché no"? La fantasia fa giochi strani. Forse é davvero un invito. A non accontentarsi, a risparmiare emozioni per giocarsele quando serve sulla ruota di ora. Enough é una parola sul confine tra quello che basta, la sufficienza il minimo sindacale e l´abbastanza di quel che ti ha riempito, ti ha dato in maniera completa e non chiedi di piú. Dipende tutto da te.

Lei si guarda allo specchio e non si trova abbastanza. Lui ha studiato forse abbastanza, loro hanno capito abbastanza di se stessi. Stiamo bene abbastanza, siamo buoni abbastanza, abbastanza in ritardo, ne abbiamo abbastanza. Dove non c´é completezza, infinito, c´é abbastanza. Ce lo portiamo dietro da anni e in genere lo ignoriamo, non ascoltiamo preferiamo continuare a oltranza. Finché enough, dai tanti significati e con la sua bella pronuncia ci spacca a metá. Allora abbastanza non basta piú. Prendi un sognatore, prendi uno che non si accontenta piú. Un bacio, una promessa, un lavoro, un´amicizia, un posto, un carattere, un modo, un problema possono correre sul filo dell´abbastanza in equilibrio per una vita ma poi il coraggio li colloca al posto giusto, li ridimensiona o li accende. Siamo cosí, tra l´abbastanza poco e l´abbastanza che basta, a provare a equilibrare le due cose, se manca uno aggiungiamo dell´altro anche se non funziona davvero cosí  e certe cose hanno un posto che niente e nessuno puó prendere.

Succede all´improvviso. La macchina non parte piú, una persona non risponde piú, la banca non concede piú prestiti, la famiglia é diventata un ring, lei ti sente ma non ti ascolta piú, gli esami son troppi, il tuo amico racconta bugie, a lavoro arrotondano per difetto. Un attimo e non puoi piú sopportarlo. Vivere abbastanza ti pesa, ti cambia, ti imprigiona, ti viviseziona. E vuoi di piú. Succede che scappiamo, e scappando dalle persone e dalle situazioni scappiamo in scala 1:10000 da noi stessi. Scappiamo per varcare quel confine di enough dalla parte di quello che basta davvero, anzi é anche troppo. Vogliamo sentirci considerati, amati, ricchi, realizzati il tanto che basta. Fermarci, arrivare. Solo i piú coraggiosi, i pazzi sono sempre in viaggio alla ricerca di qualcosa, nulla é abbastanza per loro e qualsiasi cosa non é che uno scalino verso qualcosa di piú. Loro non vogliono nulla se non vivere dentro al loro sogno e questo é giá tutto.

E poi ci siamo io e te, io e te da qualche parte. Ci aggrappiamo forte ai nostri abbastanza e siamo abbastanza poco rispetto a quello che vorremmo. Vorrei poter ridere e dire "in un´altra vita". La veritá é che il filo dell´abbastanza brucia e non ci si puó stare in equilibrio. Sei di quelli che si accontentano? Di quelli che dev´essere necessariamente "in questa vita"? Voglio solo sapere da che parte stai. E se sei divisa voglio sapere cosa ti divide. Abbiamo cosí poco tempo in questa vita che le scelte che facciamo possono essere piú importanti di quello che crediamo. Le cose che cambiamo, quello che cerchiamo di migliorare, di ordinare e incastrare nel senso, beh tutte quelle cose ci rendono persone migliori, grandi persone agli occhi di chi sa cercare, belle persone agli occhi di chi sa guardare. Noi siamo di chi ci vuole scoprire. Siamo di chi sconfina per venirci a prendere. Di chi abbastanza non é mai troppo e tentare é obbligatorio.

Forse io e te siamo polvere e sogni. Io so che i sogni son destinati ad incontrarsi e non c´é abbastanza poco che tenga. Potrei scrivere pagine. Ma so che a te basta un "vieni dalla mia parte".

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