Autore: Martola

Recensione di Farfalle sullo stomaco di Rossella Calabrò

Si apre con un pezzetto de Il piccolo principe Farfalle sullo stomaco, questo breve, ma allo stesso tempo immenso, libro di Rossella Calabrò.

“Devo pur sopportare due o tre bruchi, se voglio conoscere le farfalle. Pare che siano bellissime. Per una persona come Irene, che soffre di disturbi alimentari, una frase come questa significa mille e più cose, perché sono mille e più le sfumature che nasconde.

Le farfalle. Quei piccoli esemplari di rara bellezza, dai colori e dagli accostamenti capaci di levare il fiato a chiunque sia dotato di un briciolo di sensibilità.

Quegli insetti da sempre sinonimo di leggerezza e libertà, ma con un'unica imperfezione: la fragilità. Fin da piccoli ci insegnano che possiamo correre all'infinito dietro una farfalla, ma dobbiamo stare attenti a non toccarle le ali, perché sono cosparse di una fantomatica polverina che, una volta a contatto con le nostre mani, si perde, privando la farfalla della capacità di volare, e quindi della sua stessa libertà.

È Irene che parla di farfalle. Irene che nasce un sabato sera, all'ora dell'aperitivo, col cordone ombelicale attorcigliato intorno al collo. Irene che di tutto ciò, durante il resto dei suoi anni, sembrerà non riuscire a liberarsi. Il collo, attraverso il quale farà passare smisurate quantità di cibo senza controllo e litri su litri di latte, per far scendere tutto in quel tubo morbido e scivoloso (come quel luogo dove si trovava poco prima di nascere, e dal quale non sarebbe mai voluta andar via) verso lo stomaco.

Lo stomaco. Nello stomaco ci stanno le farfalle, ma le farfalle volano, hanno bisogno d'aria, e lo stomaco non è un luogo adatto a chi ha le ali. Ed è per questo che Irene ingurgita tutto ciò che trova, senza freni: per soffocare le farfalle che tanto non potrebbero volare. Ed è per quasi quarant'anni che si sentirà come quelle povere piccole ali che spezza ogni giorno.

Lei che doveva sempre essere perfetta, che non era mai abbastanza. Lei che era arrivata – non desiderata, né ancor meno attesa – nella vita di sua madre (bella e impeccabile come la Cardinale) e di suo padre. Lei che a sei anni era costretta a mangiare con una clessidra davanti, con la sabbia che scendeva e scandiva il tempo del pasto. La sabbia azzurra che, se finiva tutta giù prima che lei avesse terminato l'ultimo boccone, le faceva passare guai. Lei che non grida, non piange, non vomita, perché se non fa tutte queste cose non da fastidio. Non esiste. Diventa trasparente. Scompare. È questo il suo unico desiderio per buona parte della vita: scomparire.

Ma le farfalle sono anche quelle che sentiamo nello stomaco quando siamo innamorati, quando lo siamo veramente. Quando troviamo qualcuno che ci mette in subbuglio ogni volta che ci viene incontro, ogni volta che ci sfiora. E no, per Irene non è il ragazzo incontrato a 16 anni, né a 18, 20, 25. Né a 30. No, a 30 ancora meno. A 30, quelle farfalle Irene le uccide con violenza, perché “staresti meglio con 10 kg in meno” non è esattamente la frase più azzeccata da dire alla tua ragazza, se sai che combatte ogni giorno con i mostri che ha nella testa.

Ma dopo anni di dolore e lotte silenziose, scoprirà che quell'odio e quella sofferenza, non saranno comunque riusciti a disperdere la polverina di tutte le farfalle. Un piccolo gruppo, lì nell'angolo a destra dello stomaco, sarà rimasto intatto, al riparo dalla guerra. E quando arriverà l'Amore, Irene perderà la cognizione del tempo e di se stessa. Perderà la cosa che si teneva più stretta: il controllo assoluto della sua vita. E sentirà delle ali, sbattere forte nello stomaco.

Approfondimento

Rossella Calabrò è conosciuta per il libro 50 sfumature di Gigio, versione veritiera del caso letterario dell'anno di E.L. James. La sua vena ironica si intravede perfino in questo libro, riuscendo a regalarci un sorriso, sebbene l'argomento sia ben poco allegro.

Nonostante si legga in poco tempo, Farfalle sullo stomaco offre spunti di riflessione tali da fare invidia a qualsiasi trattato pseudo-psicologico che cerca di analizzare il problema da altri punti di vista.

Irene potrebbe essere ognuna di noi, la nostra più cara amica o nostra sorella, e raccontandosi a ruota libera, ci pone al centro del suo mondo e del suo dolore, facendoci vedere con i suoi occhi quanti e quali meccanismi si celano dietro un disturbo del comportamento alimentare.

Una mano amica per chi è o è stato malato, un valido aiuto per chi tutti i giorni combatte a fianco a una persona anoressica o bulimica una battaglia che sembra senza fine, o un racconto utile per chi, semplicemente, vuole aprire gli occhi su un problema che ogni anno, ancora adesso, riesce imperterrito a mietere troppe vittime.

abc

Recensione di La felicità è facile di Massimiliano Nuzzolo

Ci appiccicherei sopra una bella fascetta, con su scritto: “Da custodire con cura”.

Le 120 pagine di La felicità è facile di Massimiliano Nuzzolo sono una di quelle piccole cose che rendono più piacevole la giornata, una meraviglia da assaporare con parsimonia, un dolce da gustare con calma, sorseggiando una tazza di tè. Nuzzolo racchiude nel suo libro 19 microracconti di due o più pagine, piccole folgoranti storie di vita quotidiana – che hanno luogo il più delle volte a Mestre – all'interno delle quali attimi a prima vista incolori e ovvi diventano qualcosa di infinitamente brillante, speciale, unico.

Massimiliano Nuzzolo, col suo stile ironico e incisivo, ha saputo dar voce a personaggi come noi, con mille difetti e tremila pensieri, mille idee e altrettante ansie, personaggi perennemente in conflitto con se stessi e con la vita. Tutti reali, tutti diversi, e per questo unici.

In ogni storia de La felicità è facile, l'autore fa entrare in scena i personaggi, li accompagna per il primo tratto di strada, ma poi molla la presa e lascia che siano loro a muoversi da soli, a raccontarsi, a disperarsi. E lascia che siano loro a scompigliarci, a far venire a galla tutti i nostri dubbi, il nostro stupore e le nostre malinconie.

Alcuni racconti potevano anche farsi bastare le poche pagine che Massimiliano Nuzzolo ha deciso di dedicargli, ma per altri si poteva anche immaginare una vita più lunga, ed è stato un dispiacere vederli finire così e doverci fantasticare sopra.

Dall'uomo che ha perso la moglie, al mongoloide che sogna di innamorarsi, fino ad arrivare a una

liceale che decide di suicidarsi, passando per tante altre piccole perle di esistenza, Massimiliano Nuzzolo inquadra e scatta 19 fotografie nelle quali la gioia, anche solo per un minuscolo frammento di tempo, allarga i suoi confini e riempie le cornici dell'animo umano. Per insegnarci a guardare nel piccolo del quotidiano e riuscire a scorgere la felicità, che spesso gioca a nascondersi, proprio come un bambino. Ma trovarla è semplice: basta saper guardare bene dietro gli angoli della vita.

Approfondimento

Massimiliano Nuzzolo è stato per me una piacevole scoperta. Ogni mini storia di La felicità è facile è anticipata da citazioni più o meno famose, cosa che rende tutto ancora più accattivante. E molti capitoli hanno come una musica in sottofondo (cita perfino diversi gruppi musicali, ascoltarli è d'obbligo): se mentre leggete fate partire un disco dei Led Zeppelin o dei Talk talk… Beh, la bellezza del momento è assicurata.

Eccola qui la felicità. Facile, no?

abc

Recensione di Il potere del miao di Marina Mander

Quando non sai cosa pensare di qualcuno, chiedi al tuo gatto.

Quando non sai se fidarti o meno del bel mazzo di rose che ti hanno regalato, chiedi a quella palla di pelo che sguazza nell'acqua del vasetto e fa fare le piroette ai petali rossi.

Quando non sai che decisione prendere o, in generale, se vuoi esser felice, fidati di quel gatto malandato che ti chiede di prenderlo con te. Ti spalancherà le porte di un mondo nuovo, fatto di risate, magie, tanti peli e mille fusa.

Un mondo di calma, coraggio, intelligenza, saggezza e meraviglia.

Il potere del miao è l'elogio del gatto, in tutte le sue forme e sfumature.

A volte divaga, altre volte si dilunga inutilmente, ma il tono divertente e a tratti fiabesco che usa, ci fa perdonare Marina Mander e ci permette di amare i suoi aneddoti e le sue storie – un po' inventate, un po' reali – in cui i gatti con i quali è cresciuta la fanno da padrone.

Dai sogni 'gatteschi' ai felini che hanno accompagnato importanti artisti nelle loro vite (da Frida Kahlo a Jack Kerouac, da Alberto Moravia a Charles Bukowski…), la Mander si mette buona buona a osservare i suoi meravigliosi Spritz e Schatzi e, prendendo appunti, ci regala un curioso (e assolutamente veritiero!) ritratto di questi incantevoli animali, capaci – come dice una famosa citazione ­– di migliorare il muro del giardino in estate e il cuore quando il tempo è cattivo.

Approfondimento

Da gattara quale sono, pare scontato dire che approvo tutto ciò che ho letto. E, nonostante le parti in cui Marina Mander pareva essersi persa per strada, ho apprezzato molte frasi, tanto da salvarle e custodirle con cura.

È come dire: 'Ti ho salvato con la mia prima scatoletta, col primo assaggio di carne trita' e poi esigere che il gatto si comporti secondo aspettative predefinite vita natural durante. O mangi sta minestra o salti dalla finestra. Ma i gatti si annoiano se le cene insieme diventano noiose, le conversazioni trite e ritrite; i gatti sono infinitamente riconoscenti a chi li salva, ma rifiutano selvaggiamente che la gratitudine diventi l'unico parametro della relazione. Sono poco interessati alle dinamiche del potere, non si sentono né superiori né inferiori a nessuno, non comandano e non si fanno comandare, al massimo si divertono a disubbidire: fanno davvero fatica a capire perché gli umani si affannino tanto nelle questioni di supremazia, quando, dal loro punto di vista, basterebbe sostituire la parola 'potere' con la parola ' benessere' e tutto filerebbe liscio come un bel pelo appena spazzolato. Perciò sono molto interessati a quello che possono fare per il loro benessere e per quello di chi gli sta vicino.

È vero, i gatti o si odiano o si amano. E quindi forse chi non ha un gatto non penserà minimamente ad acquistare questo libro. Eppure sappiatelo, riuscirebbe a convincervi. A convincervi che un gatto sarebbe capace di stravolgervi la vita e rendervela, senza dubbio, assai più bella.

abc

Recensione di Quella vita che ci manca di Valentina d’Urbano

La famiglia Smeraldo, protagonista di Quella vita che ci manca, è una di quelle segnate fin dalla nascita. Di quelle che mai riuscirà a scrollarsi di dosso tutto il fango che gli è caduto sopra negli anni o, forse, per chi ci crede – la mano di un destino spietato che per tutto il tempo l'ha perseguitata.

La Fortezza è il quartiere degradato che sta alla periferia della capitale, uno di quelli in cui se vuoi la corrente elettrica te la devi andare a prendere, tanto per capirci. Uno di quelli in cui tutto ciò che sta al di fuori, fa parte di un altro mondo. Troppo buono, troppo pulito per avervi accesso. Un mondo troppo lontano da raggiungere.

Ma tanto Alan, Valentino, Anna e Vadim ormai hanno smesso di sperarci.

Letizia, la madre, l'ha conosciuto, l'ha assaporato quel mondo, e un po' se lo ritrova davanti agli occhi ancora tutti i giorni, ma fa parte del passato, di qualcosa che neanche gli appartiene più. Alan, dei quattro fratelli, è l'invincibile. Poco più di vent'anni, un padre in carcere, una ragazza sbagliata alla quale aveva donato anima e corpo che l'ha lasciato senza un perché, tanta sfrontatezza e una pistola in mano. Alan non teme niente.

Il padre di Valentino invece non è in carcere, lui sì che era un uomo buono. Eppure la vita non è stata clemente neanche con il povero Sandro, tanto che ciò che ne rimane è solo la sua perfetta copia, Valentino, rimasto solo a combattere contro i fantasmi del passato e quelli del presente, obbligato a fare i conti con un fratello-complice che odia quasi quanto ama. Valentino viene di continuo trascinato da Alan: non vorrebbe, ma alla fine non riesce mai a tirarsi indietro davanti agli ordini del fratello. A parte quando si tratta di Delia: ecco, in quei momenti perfino Alan per Valentino non esiste più. La Secca è un'altra storia: è l'Amore con la A maiuscola, è “quel sorriso bello che sembrava entrargli dentro e annidarsi da qualche parte tra i polmoni e le costole.

Anna è la più grande, rassegnata ormai ad una vita per la famiglia, non ha più sogni, desideri, ambizioni. Fa da spalla alla madre, e da balia a Vadim, il bambino imprigionato nel corpo di uno dei più bei ventenni del quartiere.

Eccoli qui gli Smeraldo, non esattamente il ritratto della famiglia del Mulino Bianco, ma un concentrato di forza, dolore, coraggio e amore.

La Fortezza però non offre molte alternative di vita: “Se non hai un lavoro te lo devi inventare, diceva sempre il padre di Valentino. […] Così, i fratelli Smeraldo un lavoro se l'erano inventato, ed era il lavoro di tutti quelli come loro. Quelli che vivevano alla Fortezza.”. Ed è questo che Alan fa ogni giorno senza batter ciglio, ed è questo che Vale, invece, porta avanti sempre col groppo in gola, convinto di stare facendo la cosa sbagliata, convinto che prima o poi il gioco finirà, e finirà male.

Alan e Valentino, due anime perse abituate fin da piccole a farsi spazio con le unghie e con i denti in un mondo senza pietà, pronto a divorarle; due ragazzi alla disperata ricerca di una ragione per vivere un nuovo giorno. Due fratelli uniti da un legame tenace e travolgente, travolgente quanto l'amore che Valentino prova per Delia, lei che non fa parte di tutto quel marcio con il quale è abituato a convivere, lei che gli dà un nuovo motivo per andare avanti, lei che lo aspetta, anche quando sembra che non ci sia più niente da aspettarsi da una vita che non fa sconti a gente come loro.

Quella vita che ci manca è un libro tosto, schietto, sincero. La scrittura di Valentina d'Urbano è senza fronzoli, senza forzature e cruda esattamente come ciò che racconta.

L'autrice ha saputo dare un'impronta forte al discorso della famiglia e in particolare al legame fra fratelli che sembra sul serio non possa esser mosso da nessun vento, neanche da quello più intenso. Un amaro e autentico ritratto delle periferie delle nostre città, tra illegalità, povertà e disperazione: la fotografia esaustiva dei giovani che ci vivono (e molto spesso ci muoiono) e sono costretti ad accontentarsi di tutto questo, senza mai conoscere ciò che sta al di fuori.

Approfondimento: Piove a dirotto, fa freddo: forse ho beccato il momento giusto per finire il libro.

Era il mio primo libro di Valentina d'Urbano e, giuro, sono ancora qui che mi guardo intorno un po' turbata, ancora qui che cerco di capire cosa sia successo, perché sia andata a finire così, anche se forse in fondo già dall'inizio potevo intuire che l'epilogo della storia sarebbe stato quello. Eppure mi ha spiazzato, come da tempo nessun libro riusciva a fare.

La psicologia dei personaggi colpisce il lettore, così come le ambientazioni, descritte con minuziosa attenzione ai dettagli più “noir”. Si sente la rabbia di Alan che impugna la pistola e spara contro il televisore, distruggendolo in mille pezzi; si vedono le case fatiscenti della Fortezza, il buio, le strade scrostate; c'è chi spaccia e chi porta la propria disperazione al bar, con la speranza che con l'alcol vada giù anche tutto quel groviglio di pensieri che si porta dietro. La Fortezza non esiste, ma non è difficile immaginarla: basta aprire gli occhi, ce n'è una anche nella nostra città.

Quella vita che ci manca è un libro ha una lezione di vita che più attuale non si può; una giovane scrittrice che ci sprona a non accontentarci, ad andare a prenderci a tutti i costi quella vita che ci manca.

abc

Recensione di Forse cercavi di Zero

Forse ho cercato invano di dare un senso alla lettura di questo libro fino a pagina 230. Poi l'ho trovato...nelle ultime due. Filippo è un under 30 che lavoricchia come psicologo presso una cooperativa che si occupa di ragazzi problematici. Ma è stanco della sua vita e decide che è arrivato il momento di metterle fine; comincia quindi a cercare su Google tutti i metodi di suicidio esistenti e ne studia modi e tempi nei minimi dettagli, così da poter organizzare il tutto come si deve, senza rischiare di dover ripetere la procedura. Poi però, un giorno, mentre è lì lì per farla finita, vede un barattolo di Nutella e perde la concentrazione; decide perciò che si suiciderà tra dieci giorni esatti: il 21 Giugno. Prende così il via il conto alla rovescia verso il giorno X, tempo che il protagonista trascorrerà tra chat, Whatsapp, seratone nei locali, emozioni sintetiche, blablacar, aperitivi e spedizioni verso l'isola del Giglio con l'inseparabile amico Saverio. Filippo vivrà alla giornata, senza preoccuparsi di ciò che verrà, né delle conseguenze delle sue azioni. Dopo notti di sballo si ritroverà addormentato in posti impensabili, con i pensieri completamente offuscati; proverà sensazioni mai provate; giocherà a fare il grande da dietro al display, condividerà viaggi con sconosciuti, scoprirà e lascerà città. Ci saranno anche dei momenti in cui avrà la possibilità di fermarsi ed ascoltarsi, ma subito dopo verrà travolto da un'altra ondata di apatia e pessimismo nei confronti di un futuro precario.

Lo so, magari di primo acchito potrebbe sembrare un libro leggero, di quelli che si mandano giù in poche ore. Invece no, ci si impiega del tempo, va elaborato. Solo dopo averlo finito e averci pensato un po' su lo si capisce e lo si apprezza. Dà rabbia, a tratti, per quanto è scritto in stile 2.0. Dà un immenso fastidio il continuo interrompersi della narrazione per una inutile notifica su Facebook, un discorso lasciato a metà su WhatsApp, una chiamata su Skype. Filippo racconta, ma di tanto in tanto scatta il richiamo del social network, e noi siamo costretti a star dietro ai suoi pensieri (più o meno) sconnessi che viaggiano per la rete. E' come essere in sua compagnia e venire interrotti ogni due minuti per una notifica che gli fa squillare il cellulare. Lui risponde con calma, e noi dobbiamo riprendere daccapo il discorso. A dir poco snervante. Sul serio, a momenti ho fatto fatica a proseguire la lettura. Ma, arrivata a quelle due pagine finali, giuro, sarei anche stata disposta a rimangiarmi tutte le critiche, a riprendermi la mia sensazione di fastidio fino all'ultima goccia. Perché in quella manciata di righe ci siamo noi. Perché è stato un po' come guardarmi allo specchio. Perché quella è la fotografia più nitida dei (per lo più) trentenni di oggi. Quella di chi si sente dire che deve ringraziare se ha un lavoro quando viene pagato due euro l'ora per ricevere insulti al telefono; quella di chi non sa – e probabilmente non saprà mai –cosa significhi avere una pensione; quella di chi non crede più in niente né in nessuno perché sono troppe le promesse che si sono perse nel nulla; quella di chi si esprime con il linguaggio dei social ed è ormai quasi convinto che la vita dentro l'Iphone sia meglio di quella reale. Quella di chi non sa più cosa sia un sogno, perché qualcuno gliel'ha calpestato senza farsi scrupoli, più e più volte. Quella di chi manda curriculum e festeggia se solo riceve un messaggio automatico di risposta. Quella di si sente perennemente in guerra per la sopravvivenza, una guerra che spesso sembra anche contro ignoti, perché alla fine non si sa neanche più con chi prendersela. Forse cercavi...forse cercavamo di riprenderci tante cose. Coraggio, dignità, sogni. Forse perché ci spettavano di diritto. Forse perché siamo arrivati allo zero, abbiamo toccato il fondo, e solo parole come queste possono darci la spinta per ripartire.

Approfondimento

Per chi non lo sapesse, gli autori di questo libro sono quelli del Collettivo Zero e, tanto per capirci, quelli dei video dalle infinite visualizzazioni. I video di Campagna di sensibilizzazione per il rispetto dei lavori creativi: l'idraulico, il giardiniere, l'antennista. Ricordo che quando ho visto il video dell'idraulico che non viene pagato e si sente dire che “Per questo progetto non c'è budget” ho pensato: “Finalmente qualcuno che ne parla”. Per fortuna il tag “Freelance sì, #coglioneNO” ha spopolato in rete, per poi esser diffuso anche al di fuori. La frase: “E' tutta esperienza..te lo metti nel curriculum” l'abbiamo sentita - e, ahimè, continuiamo a sentirla – talmente tante volte che ormai ci dovremmo quasi essere abituati. E invece no, ci dà sempre, ancora, pesantemente fastidio. I ragazzi di ZERO sanno raccontare i trentenni di oggi, disperati, senza lavoro, senza un soldo in tasca, senza un briciolo di fiducia non solo nelle istituzioni ma, ormai, alla fine, spesso neanche più in se stessi, visto che gli hanno tagliato le gambe ancor prima di cominciare a camminare. Ragazzi spesso senza scelta, allo sbaraglio. Chi demoralizzato e incollato ad uno schermo, chi pieno di rabbia verso lo Stato, chi in fuga dall'Italia, chi alle prese con lavori indegni, pur di guadagnarsi un attimo di indipendenza. Ecco, in queste pagine c'è tutto il loro disagio, e più che un libro sembra uno dei vlog che vanno tanto di moda adesso, un video di intere giornate da trentenni stanchi e avviliti da tutto ciò che il terzo millennio gli aveva promesso e non gli ha dato. Ripeto, a mio parere hanno esagerato con le interruzioni dovute a Facebook, WhatsApp e Skype, ma forse la loro idea era solo quella di rendere reale l'ambientazione della storia e, credetemi, meglio di così non avrebbero potuto fare.

abc

Recensione di Nel mare ci sono i coccodrilli (Storia vera di Enaiatollah Akbari) di Fabio Geda

Prima di lasciarlo per sempre da solo in Pakistan, la mamma gli ha preso la testa e se l'ha stretta forte al petto, per un tempo che a lui è sembrato lunghissimo. Gli ha fatto promettere che non avrebbe mai fatto tre cose nella vita: assumere droghe, usare armi e rubare. Poi è sparita. Khoda negahdar, addio. Ed è in quel momento che Enaiat, dieci anni o poco più (non esiste anagrafe nella provincia di Ghazni) ha dovuto smettere di esser campione di Buzul-bazi, di svegliarsi accanto alla mamma, di nascondersi nella buca scavata vicino alle patate, di rincorrere aquiloni..smettere di esser bambino.

Crescere. Da solo. E in fretta. Ed è lì che che per lui ha avuto inizio la lunga traversata verso la libertà. Libertà che Enaiat neanche sapeva cosa fosse. Già, perché in un paese dove ad una certa ora non si può più mettere il naso fuori casa, dove le scuole possono chiudere da un giorno all'altro, dove non si può tenere il copricapo fuori posto solo perché i talebani regnano sovrani, beh.. è dura capire il significato di libertà. Dal ripulire fogne, al portare il chay ai negozianti; dal vendere accendini e gomme da masticare, allo scaricare sabbia e pietre, Enaiat ha fatto di tutto, pur di salvarsi la pelle. Ha lavorato come uno schiavo - fino a ridursi, a fine giornata, a “mangime per galline” - senza più distinguere il giorno dalla notte, cercando di guadagnarsi un posto per dormire e qualcosa da mettere sotto i denti. Ha viaggiato tra Afghanistan, Iran, Turchia, Grecia e Italia, stipato in camion, treni, auto, schiacciato fra altri mille disperati. Ha macinato chilometri a piedi, sofferto la fame, la sete e la febbre che, in certe circostanze, può trasformarsi in un qualcosa di mortale. Poi però è arrivato in Italia. E' andato a scuola, ha imparato la lingua, ha trovato qualcuno che gli volesse bene, senza chiedergli niente in cambio. E si è salvato.

[caption id="attachment_26828" align="aligncenter" width="600"]Fabio Geda e Enaiatollah Akbari Fabio Geda e Enaiatollah Akbari[/caption]

Quello del lungo viaggio di Enaiat, è un racconto che fa riflettere, commuove, fa una immensa tenerezza. Insegna molto. Ed è necessario, in un periodo come questo. Un periodo in cui si discute giornalmente di immigrazione, clandestinità, intolleranza, razzismo. E' uno di quei libri che andrebbero fatti leggere nelle scuole e in tutti gli altri - possibili e immaginabili - luoghi pubblici. Perché l'intolleranza nasce da ciò che non si sa, perché le vite di questi uomini che arrivano sulle nostre coste sono tanto distanti da noi, ed è per questo che ne abbiamo paura. Ma con la paura non si va da nessuna parte, anzi, si rischia solo di remare controcorrente. Forse non basteranno centocinquanta pagine a convincere tutti, ma credo siano sufficienti a innescare una sorprendente catena di solidarietà.

 

Approfondimento

La storia di Enaiatollah si conclude con un lieto fine. Come una favola. E il sorriso e il coraggio con cui il piccolo affronta tutto ciò che è costretto a vivere, lo rendono degno di esser chiamato eroe. Proprio come quelli di qualsiasi favola che si rispetti. Il bello è che qui, tra l'Afghanistan e l'Italia, si parla di vita vera. Cose successe realmente. E che si verificano ancora, tutti i santi giorni. Ah, ma stiamo parlando di zone di guerra, di talebani, di traffici di esseri umani..si, ok, le raccontano al tg, ma alla fine ci sfiorano a malapena, no? Insomma, se arrivano qui vuol dire che sono vivi. No, italiani, stiamo sbagliando l'approccio. Guardate come arrivano fino a noi. Guardate cosa sono disposti a fare pur di guadagnarsi un pezzo di pane e un briciolo di dignità. Enaiat è solo uno dei tanti arrivati in Italia, dopo mille disavventure, dopo aver messo a serio repentaglio la propria vita. E uno dei pochi che ce l'ha fatta.

Enaiat racconta, Fabio Geda scrive. E' così che è venuto fuori questo libro. E' così che il protagonista, ora (circa) venticinquenne, ha trovato un suo posto nel mondo. Un posto nel quale ha imparato a ridere e ad amare usando una lingua che non è quella che gli sussurrava sua madre, ma in cui sta bene, è salvo, non rischia di morire ogni volta che cammina per la strada. - “Come lo si trova un posto per crescere, Enaiat? Come lo si distingue da un altro?” – “Lo riconosci perché non ti viene voglia di andare via. Certo, non perché sia perfetto. Non esistono posti perfetti. Ma esistono posti dove, per lo meno, nessuno cerca di farti del male.”

Ma, oltre ad educarci ad affrontare il prossimo con uno spirito diverso, Nel mare ci sono i coccodrilli è anche un libro che ci fa capire quanto siamo fortunati. Perché tante volte lo dimentichiamo: ma ci sono bambini là fuori, superati i nostri confini, che lottano per qualcosa che non è uno zaino fucsia o con i brillantini...si chiama vita. E tutti - senza nessuna distinzione - abbiamo il diritto di viverla.

abc

Recensione di La strada tra noi di Nigel Farndale

Non è mai semplice parlare di un libro che ci ha scosso tanto, forse perché le parole per descriverlo stentano a venir fuori, o forse perché certe sensazioni difficilmente possono esser trascritte. La strada tra noi, il nuovo libro di Nigel Farndale, già uscito in Gran Bretagna nel 2013, è un pugno allo stomaco. Un proiettile che punta dritto verso l'obbiettivo, e lo centra. Poco prima dello scoppio della seconda guerra mondiale (1939), Anselm, tedesco, e Charles, inglese - entrambi studenti d'arte allo Slade - vengono scoperti nudi in una stanza d'albergo che si affaccia sul Piccadilly Circus. Vengono arrestati: Charles, ufficiale pilota della RAF, viene espulso dall'aviazione per condotta disdicevole e Anselm viene mandato in un campo di rieducazione in Alsazia. La loro è una struggente storia d'amore, di quell'amore puro, vero e... proibito. In un periodo di guerra in cui tutto è possibile, con i nazisti capaci di compiere gli atti più atroci che la mente umana sia capace di concepire, i due giovani saranno obbligati ad assistere a scene orribili e a sottostare ad ordini e regole dettati dalla pura follia.

Solo l'immenso affetto che provano l'uno per l'altro riuscirà a tenerli uniti e, anche quando saranno sul punto di lasciarsi andare, gli darà il coraggio di continuare a sperare, la forza di continuare a cercarsi e ad aspettarsi. Ai giorni nostri (2012), Edward Northcote, un diplomatico inglese, viene rilasciato dai talebani, dopo undici lunghi anni di prigionia, trascorsi in una grotta afghana. Edward torna a Londra, dove con grande sforzo cerca di riprendere la sua vecchia vita, ma tutto, da quando è stato rapito, è cambiato. Sua moglie Frejya, distrutta dal dolore, non c'è più e sua figlia Hannah, che ha lasciato a soli 9 anni, è ormai diventata grande, ed è stata costretta a fare i conti con una madre distrutta dal dolore e un padre assente. Edward rivede Frejya in Hannah, ed ogni volta che la sfiora ha come un fremito, non riesce a gestirsi, teme se stesso. Non riesce a capire dove finisca sua moglie e dove inizi sua figlia. Sono tante, però, le domande che si pone. Vorrebbe capire chi ha pagato il suo riscatto, perché suo padre Charles, chiuso in una casa di riposo, riesce a ripetere solo “Ansie...ansie...ansie..” e, soprattutto, cosa lega suo padre al suo rilascio. Due vicende tormentate e apparentemente distinte, ma unite da un sottile filo invisibile che le porterà, alla fine, a ricongiungersi, mettendo assieme tutti i pezzi divisi da settant'anni di storia.

[caption id="attachment_18580" align="alignright" width="250"]Ringraziamo De Agostini che ci ha fatto avere questo libro in anteprima Ringraziamo De Agostini che ci ha fatto avere questo libro in anteprima[/caption]

Amanti dei libri di guerra, La strada tra noi è ciò che fa per voi. Vi ritroverete nelle scene più raccapriccianti, negli inseguimenti e nei bombardamenti, nel sangue e negli odori più acri, negli sfondi disastrati e nelle città rase al suolo, nelle file verso i forni crematori, nella fame e nella sete, nei corpi ridotti all'osso, senza neanche più una lacrima da versare. Ma, non amanti dei libri di guerra, non disperate.La strada tra noi è un libro che fa anche per voi. Già, perché perfino le scene più crude – che inizialmente potrebbero urtare la vostra sensibilità – vi saranno d'aiuto e vi sproneranno a proseguire la lettura. Si, perché dietro l'angolo, dietro le anime disperate e i paesaggi annientati, ci sono (almeno) due fantastiche storie d'amore. Trascinanti, estenuanti, commoventi storie d'amore e di redenzione. Storie di amori che, anche se seppelliti dal fango, dal buio, dal sangue e dagli anni di lontananza, sopravvivono. Resistono. E, una volta riscoperti, tornano più intensi di prima. Nigel Farndale ha creato un romanzo complesso, che sconvolge, cattura, appassiona, ma si fatica a mandar giù, perché certi stralci di storia fanno male, ancora adesso. Come fanno male quelli attuali. E' straordinario come sia riuscito a metter dentro lo stesso libro così tanti temi, dalla guerra, alla discriminazione, all'amore, all'omosessualità, al rapporto padre-figlia, all'Afghanistan dei giorni nostri. Ha uno stile che incanta, ed è capace di passare da un tono crudo di guerra ad uno tanto dolce quanto straziante di amore: alterna i toni come alterna i capitoli, con una bravura davvero invidiabile.

Un romanzo sfrontato, emozionante, travolgente, che nonostante si basi sulla disperazione, il dolore e la tragedia, riesce comunque a lasciare aperto sempre un piccolo spiraglio di luce, un urlo silenzioso che non ci fa mai perdere del tutto le speranze. Un grande libro.

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Recensione di Il dono delle lacrime di Giovanni Ricciardi

Benedetto XVI si è appena dimesso, e Francesco non è ancora stato eletto. A turbare gli equilibri della Chiesa, in Il dono delle lacrime, già messi a dura prova dall'ultima sconvolgente notizia, ecco che arriva un altro scossone: il corpo di don Francesco Pirrone, prete di San Damaso, viene ritrovato senza vita nel cortile del palazzo della Cancelleria, nei pressi di Campo de' Fiori. È precipitato dal balcone del secondo piano. Il suo ombrello, però, è rimasto inspiegabilmente sulla balaustra. Mantenere il segreto di quello che ha tutte le sembianze di un suicidio, in un momento critico come questo, pare assolutamente essenziale. L'unico che può mettere il naso nella faccenda è Ottavio Ponzetti, il commissario chiamato a svolgere le indagini, accompagnato da Mario Iannotta, suo fedele collaboratore. Pirrone era un prete che riempiva la chiesa durante la messa, uno di quelli ai quali la gente si affeziona, amato anche per il suo passato da missionario in Perù. Perfino Gloria, la moglie di Ponzetti, seguiva sempre con piacere le sue omelie, e confidava in lui perché Gisella, la figlia, accettasse finalmente di sposare Jorge, il suo compagno spagnolo.

Jorge è un architetto, ed anche lui conosceva bene don Pirrone. Avrebbe dovuto svolgere per lui alcuni lavori, ed è per questo che aveva il suo numero di cellulare, e sapeva dove il prete teneva tutte le sue cose. C'è un altro fatto strano, però: pochi giorni prima della morte del prete, la statua della Madonna della chiesa di San Damaso comincia a versare lacrime: i più devoti pensano che sia un segno, che la Madonna sia affranta per la scelta di un Papa poco attento al volere del Signore ed al dovere ecclesiastico. Ma quelle lacrime, quasi in concomitanza con la morte di don Francesco, danno da pensare un po' a tutti. Ponzetti si dovrà rimboccare le maniche e andare a scovare la verità fra diaconi, prelati, Antimafia, cameriere e vecchie lettere dal Perù, mettendo in atto una investigazione che lo costringerà anche ad intaccare la delicata armonia della sua famiglia. Ponzetti è alla sua quinta indagine e, ahimè, è un peccato non aver letto le precedenti. Fortuna che non è mai troppo tardi per recuperare. Ho seguito con piacere questo romanzo e le sue tinte gialle fin dalle prime pagine.

Ricciardi ha saputo dipingere egregiamente una Roma lenta e misteriosa – ed altrettanto affascinante – sullo sfondo, e due uomini che la girano in lungo e in largo, alla ricerca di una verità inconfessabile. Scegliere un momento tanto delicato come quello compreso fra le dimissioni di un papa e l'elezione di un altro è stato, secondo me, un lampo di genio: ambientare una vicenda di suicidio/omicidio di un prete in questo intervallo di tempo dà già in partenza una sferzata alla lettura, in quanto dopo una notizia che lascia già abbastanza basiti e sconvolti, non ci si aspetta certo che possa succedere altro, per di più se di portata così elevata. Ponzetti poi è senza dubbio un personaggio indovinato in tutte le sue sfaccettature, e se ne sentiva veramente il bisogno: Roma non sarebbe potuta restare ancora a lungo senza un suo commissario personale. E' un tipo in gamba, attento, intuitivo, riflessivo, a tratti spiritoso. Mai saccente, si fa voler bene sia durante i suoi tragitti solitari, sia mentre interroga gli indagati. Ma sicuramente non passa in secondo piano il suo fido collaboratore Iannotta, romanaccio DOC, schietto, divertente, alle prese con un Samsung Galaxy nuovo di zecca che è già riuscito a bloccare inserendo il PIN sbagliato. Il libro è diviso in quattro parti, tre delle quali piacevolmente anticipate da passi di Pedro Salinas, così da rimarcare il probabile interesse dello scrittore per la poesia, tanto da far diventare il protagonista, in alcuni tratti, un virtuoso pensatore.

Ricciardi ha dato vita ad una storia accattivante, coinvolgente, ad un giallo senza spargimenti di sangue, ma tanto curato nei dettagli da riuscire comunque a catturare il lettore e portarlo all'interno del tanto discusso mondo ecclesiastico, mondo all'interno del quale coesistono piccole e grandi realtà che restano spesso nascoste, ed è stato interessante scoperchiare il pentolone e gettare uno sguardo, anche se solo di fantasia. La grande bellezza di Roma (e del Vaticano), con tutte le sue sfumature e contraddizioni, è racchiusa in questo libro. Vado a cercare gli altri quattro.

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Recensione di Strategie per arredare il vuoto di Paolo Marino

“Ci sono cose che capitano e si possono serenamente ignorare. Gli oggetti si urtano, cadono, si rompono. Succede, e per te non fa nessuna differenza. Il mondo è intasato e sovrappeso, ogni tanto qualcosa si muove, s'inclina appena un po' e si acquieta in un nuovo assetto.” - Strategie per arredare il vuoto

Ecco, ad Edo però è successa una cosa che non ha potuto ignorare. E la sua vita si è inclinata, ed ha poi pian piano ritrovato un nuovo assetto. Edo ha tredici anni, adora stare solo, è dotato di una sensibilità straordinaria, sogna ad occhi aperti ed è un attento osservatore, tanto che è capace di ricordare a distanza di tempo anche il minimo dettaglio. Però non gli va molto a genio il mondo degli adulti; sta bene da solo, con la sua immaginazione. Quando i parenti cominciano a stargli vicini per troppi giorni di seguito, poi, capisce che c'è qualcosa che non va. I suoi genitori, infatti, da un giorno all'altro non torneranno più. Non si sa di preciso cosa sia successo, ma il povero Edo non avrà più possibilità di abbracciarli. La zia Selma promette che si prenderà cura di lui. Peccato che andare a vivere con la zia sia l'ultimo dei pensieri nella lista di Edo. Così un giorno, approfittando del fatto di dover prendere da casa dei vestiti da portar via, deciderà di non andarsene più. Senza urlare né combattere, ma semplicemente dicendo che preferisce restare, costringerà gli zii a lasciarlo in pace a casa sua, tra i mobili, la biancheria ancora da lavare, le foto e i ricordi. Tutti i tentativi degli zii, le telefonate e le improvvisate saranno vani: Edo, da lì, non si muoverà più.

Il ragazzo però non rimarrà solo: la casa verrà letteralmente occupata dalle impertinenti gemelline Lavinia e Greta che si cureranno di non fare mai mancare il cibo, da un rappresentante di aspirapolveri ossessionato dai microbi che si depositano in ogni dove, da Enea che non sa mai se entrare o convincere Edo ad uscire, e da un gruppetto di ragazzotti volgari e prepotenti. Solo raramente Edo riuscirà a godersi la pace che cerca, ma tutto il susseguirsi di incontri, scavi nei ricordi, e discorsi con i suoi ospiti lo porteranno comunque a crescere e a confrontarsi con la realtà. Forse questo romanzo aveva diverse chiavi di lettura ed io ho beccato quella sbagliata, chissà. Abbiamo a che fare con un ragazzino che si ritrova di punto in bianco a dover vivere da solo, e malgrado tutto ce la fa. C'è il dolore che si cela dietro il suo bisogno di far sgombrare le stanze e dietro la sua necessità di rinchiudersi in luoghi dove nessuno può scovarlo. C'è il passaggio all'età adulta. C'è il valore dell'amicizia, quello dell'empatia e quello della solidarietà. Ma c'è un intero monologo del protagonista che si fa fatica a mandar giù perché monotono, decisamente apatico e intriso di dettagli spesso irrilevanti. Edo rinchiude tutto nella sua fantasia, si rifugia in un bozzolo di impassibilità, e sembra che si accontenti di vivere il niente pur di non dover affrontare la triste realtà.

E questo lo capisco, ognuno ha il suo modo di reagire. Ma anche la storia in Strategie per arredare il vuoto è tutto un covo di dialoghi sconnessi, campati per aria, che rendono poco scorrevole e soprattutto ben poco avvincente la lettura. I personaggi poi sono strampalati e talvolta assumono comportamenti a dir poco surreali, che mal si adattano ad una vicenda come questa. Insomma, più volte mi è capitato di inciampare nella lettura e dover tornare indietro: ciò significa che se anche l'intento dell'autore poteva essere buono e interessante, il romanzo non decolla. O perlomeno non per quel che mi riguarda. I discorsi schietti e le parole affilate, anche se ben studiati, servono a poco. Va bene riempire il vuoto, ma è giusto farlo con qualcosa di sensato, che sia stabile, che resti nel tempo. Scegliere dei bei mobili non basta: bisogna anche sapere dall'inizio come e dove andranno collocati.

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Recensione di Cazzimma di Stefano Crupi

Di libri tanto spietati e veri ne dovrebbero girare di più. Ne abbiamo seriamente bisogno. Sono quei libri che ti fanno sbattere il muso contro realtà che conosci solo per sentito dire, e ti ci trascinano dentro senza risparmiarti niente. Perché sei lì, devi vedere. Ma è dura poi far finta di niente e continuare dritto per la tua strada. Ti si muove qualcosa dentro, non ti senti più tranquillo come prima. Quando finisci di leggere un libro come questo, ti resta il magone in gola e una stretta incredibile allo stomaco. Siamo a Napoli, Sisto è il ragazzo addetto alle consegne. A quelle consegne. Stanco della solita routine e affamato di ulteriori guadagni, decide di mettere su un nuovo giro assieme al suo amico Tommaso, detto Profumo. I ragazzi però fanno tutto di nascosto, incuranti dell'assiduo controllo, su tutto il territorio, di Agostino Cavallaro - il grande boss - e dei suoi scagnozzi, sempre all'erta e sparsi in ogni zona della città. Sisto in fondo è solo un diciottenne come tanti: gli basta avere un iPhone, dei soldi per la droga del sabato sera, e quella spocchia che gli permette di entrare in discoteca evitando la fila.

Ma una pistola in mano non l'ha mai presa. E lo terrorizza già solo l'idea. Però tiene sempre ben fisso a mente ciò che gli ha detto zio Antonio, ossia che se vuole imparare a campare deve farsi furbo, deve essere cattivo. “Funziona così, è così in tutto il mondo: devi tenere cazzimma, devi tenerne assai.” Il giro dei due amici verrà in breve tempo scoperto, e saranno costretti a pagarla cara. Sisto, in quanto nipote di Antonio – altra forte presenza napoletana – riuscirà a cavarsela meglio del suo amico, anche se il prezzo da pagare sarà quanto di più alto si sarebbe mai potuto immaginare. Spedito a Prato per lavorare in fabbrica (e svolgere “mansioni parallele”), Sisto assaporerà un nuovo stile di vita, lontano dalla sua città e dalle scelte di famiglia che l'hanno reso schiavo di un sistema corrotto. L'incontro con una ragazza, Carmela, lo farà maturare e gli farà comprendere che anche se la strada è tracciata, perfino a lui è permesso deviare un po' il percorso.

Cazzimma di Stefano Crupi è un libro consigliatissimo.

Una prima prova letteraria che ha colpito nel segno ed è riuscita a mostrare una realtà nuda e cruda, solo apparentemente tanto lontana da noi. Crupi ci fa fare i conti con la Napoli più violenta, crudele e pericolosa che si possa concepire, con il malessere delle sue anime dannate che, lo dicono loro stesse: “Neanche il peggiore dei bastardi che popola questa terra di nessuno può competere con chi ha vissuto nell'inferno della città maledetta.” Sisto, Profumo, Antonio, Cavallaro e Caffeina sono solo alcuni personaggi della malavita che nella città partenopea la fa da padrone; una lotta per la sopravvivenza, un vero e proprio modello di vita che, come se fosse un tratto genetico, si tramanda di generazione in generazione, senza via di scampo, come se non ci fossero alternative, come se nessuno fosse libero di sottrarsi ad un destino già tragicamente segnato.

“Restiamo sempre ragazzi di strada, per tutta la vita. Che la strada ti entri dentro è un male, certo, ma è un male necessario, dal quale nessuno può esimersi, come un rito di iniziazione che si rinnova ogni giorno.” (Cazzimma, Stefano Crupi)

Un romanzo che prende allo stomaco e che lascia a bocca aperta per la sincerità che emana, per la sfrontatezza di raccontare le cose come stanno, con un linguaggio autentico e implacabile. Un grido di dolore di intere generazioni, allevate a pane e violenza.

“..a questi ragazzi, quelli che frequentava Tommaso, quelli come Sisto, Salvatore, basterebbe solo riscoprirsi umani per salvarsi. Cresciuti senza guida, gettati nel mondo come progetti incompiuti, non hanno mai trovato qualcuno disposto a insegnare loro il più naturale degli insegnamenti. Non sanno cosa significa capire l'altro, perdonarlo, non sanno amare.”(Cazzimma, Stefano Crupi)
Ecco perché abbiamo un'estrema necessità di libri come Cazzimma. Per aprire gli occhi, guardare questi ragazzi, ed insegnargli a vivere.
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