Categoria: Joyce Carol Oates

Recensione di I paesaggi perduti di Joyce Carol Oates

Ricordare l’infanzia e l’adolescenza significa ricordare il senso di incertezza creato dagli adulti che avevano il potere di accrescere o minare la tua autostima; di premiare o punire, di elogiarti o negare l’elogio per chissà quale misterioso motivo.

Joyce Carol Oates è oggi una scrittrice affermata; per capire come è arrivata qui ecco questo romanzo autobiografico, I paesaggi perduti, dove ci prende per mano e ci conduce nei luoghi dove ha vissuto, per raccontarci come è nata la sua passione per la lettura e la conseguente voglia di scrivere.

Nella prima delle tante foto che ci regala, Joyce ha due o tre anni e si trova nella fattoria dove vive con i genitori e i nonni e racconta della sua infanzia felice, circondata dall’affetto dei suoi genitori che hanno sempre appoggiato le sue scelte. Gli episodi narrati sono lo specchio del suo quotidiano di bambina e adolescente e ci fanno scoprire solo ciò che lei ritiene davvero importante perché in qualche modo le ha segnato la vita: l’affetto per Happy, una gallina domestica così affezionata a lei da sembrare addomesticata, l’amore per il fratello più piccolo, il periodo della scuola, i primi successi, il matrimonio. Non troviamo però solo episodi piacevoli: il suicidio della sua migliore amica e l’autismo della sorella minore in un’epoca in cui autismo significava disabilità e pericolo, il dolore per la perdita dei nonni, dei genitori e del marito. Tutti questi episodi hanno contribuito alla formazione di questa sensibile e amata scrittrice.

I paesaggi perduti è un racconto autobiografico, una riflessione della protagonista sulla sua crescita professionale. Scritto in prima persona, colpisce per il coinvolgimento emotivo che traspare leggendolo. In alcuni punti l’ho trovato un po' troppo lungo ma non è facile essere concisi quando si parla di sé stessi. Belle le fotografie piene d’affetto che riescono a far immedesimare il lettore nei luoghi descritti e a farne comprende il forte legame dell’autrice con il suo passato. Il libro ci regala anche uno spaccato storico dell’America a partire dagli anni Quaranta fino ai giorni nostri.

Nonostante abbia fatto un po’ fatica a terminare I paesaggi perduti, leggerlo è stato comunque piacevole ed emozionante; è una bella storia, le fotografie pubblicate la rendono coinvolgente dal punto di vista emotivo. Lo consiglio soprattutto a chi ama leggere romanzi autobiografici.

Approfondimento

Sono arrivata a un’età in cui, se qualcuno ti dà il benvenuto, non ti interroghi sui suoi veri motivi. Non ti interroghi neppure sui tuoi. Ti rallegri, e ringrazi. Sulle nostre ferite costruiamo monumenti di sopravvivenza. Quando sopravviviamo.

Joyce Carol Oates ci regala la vera essenza di se stessa in questo memoir. Pagina dopo pagina traspare la grande voglia che sembrava avere da tempo di raccontarsi intimamente ed in modo sincero. Ti affezioni a lei fino a credere di conoscerla.

Finito di leggere I paesaggi perduti ti viene voglia di recuperare i vecchi album fotografici di famiglia, quelli che ormai noi non teniamo più, e interrogarsi su quale potrebbe essere la storia che si nasconde dietro ai volti dei nostri nonni e genitori. Le fotografie sono il patrimonio delle nostre vite, il ricordo che lasciamo a chi verrà dopo di noi. Io, dopo aver letto questo libro, vado a farne sviluppare un po', non voglio lasciare troppi paesaggi perduti…

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Recensione di Scomparsa di Joyce Carol Oates

In quella calda, afosa mezza estate brulicante di insetti del 2005, la figlia più giovane di Zeno Mayfield era scomparsa nella riserva forestale di stato di Nautauga con l’apparente facilità con cui un serpente contorcendosi si libera della pelle ormai secca e logora.

Cressida Mayfield, la figlia ‘intelligente’ di Zeno Mayfield ex-sindaco di Carthage, scompare senza lasciare traccia in una calda notte d’estate dopo essere stata vista in compagnia di Brett Kincaid, reduce della guerra in Iraq ed ex-fidanzato della sorella di Cressida, la dolce e bellissima Juliet. L’intera comunità di Carthage si mobilita per le ricerche, ma di Cressida nessuna traccia concreta, tranne che l’indizio di un maglioncino rinvenuto nel letto del fiume. Le ricerche vengono condotte inizialmente in maniera frenetica ma in seguito la scomparsa di Cressida non fa più notizia e la comunità di Carthage si avvia ad affrontare la consapevolezza di questa perdita e di ciò che ne comporta. L’evento tragico crepa la superficie borghese del mondo di Carthage e sconvolge lo status quo di tutti i personaggi, che si alternano in maniera frenetica nel corso della narrazione, ponendo in crisi il mondo della famiglia Mayfield fatto di silenziosi quartieri residenziali.

Scomparsa è un thriller atipico con molti approfondimenti psicologici. La narrazione è condotta dagli stessi personaggi con un continuo cambio del punto di vista e senza necessariamente seguire la successione temporale degli eventi. L’indagine passa in secondo piano ed è solo il pretesto per l’analisi dello spaccato di una comunità che viene sconvolta da un evento tragico e che deve interrogarsi sulle proprie responsabilità. E in questa auto-analisi condotta dai vari personaggi che raccontano gli anni dal Luglio del 2005, data della scomparsa, all’aprile del 2012, il lettore si addentra nelle vite di queste voci narranti conoscendone la vera identità passo dopo passo.

Approfondimento

La personalità di Cressida è molto complessa, giovane donna dalle fattezze di bambina, dotata di spiccata e mordace intelligenza ma anche di un forte limite nella capacità di relazionarsi con gli altri. È un’artista che si dedica con passione quasi maniacale ai suoi progetti, più incline a deridere che a esprimere ammirazione, più facile a isolarsi e a rimanere chiusa in se stessa, convinta di non essere amata e di risultare ripugnante, anche a se stessa. L’opposto della sorella Juliet, ‘quella bella’, solare e amabile, che è in grado di capire e perdonare le stranezze dell’astiosa Cressida.

Ci sono figli radiosi come Juliet Mayfield. Schietti, limpidi, sereni. Ci sono figli difficili come Cressida. Immersi in una sfera di caustica ironia come nel liquido amniotico.

Joyce Carol Oates affronta in questo romanzo tematiche importanti, come la guerra, la pena capitale, la malattia, l’amore, il dolore, la fede, lasciandoli solo sullo sfondo della narrazione o parlandone anche per interi capitoli, come nel caso delle condizioni di vita delle carceri americane. Molto struggenti i racconti fatti dal caporale Kincaid sulle atrocità della guerra e sulla propria battaglia personale.

La narrazione è notevolmente prolissa: la storia si sviluppa a volte senza meta per interi capitoli, perdendosi in divagazioni e descrizioni estremamente dettagliate che distraggono dal tema centrale, senza aggiungere però nulla alla trama. Interessanti invece i salti temporali e i continui cambi nella voce narrante che conferiscono vivacità e curiosità verso la narrazione.

Scomparsa non è una lettura da fare a cuor leggero. È un romanzo con poca suspense, in cui l’autrice rende chiara l’evoluzione della scomparsa di Cressida già dal Prologo. Il susseguirsi dei capitoli servono non tanto alla storia, quanto a mettere a fuoco i tratti psicologici dei vari personaggi che divengono pagina dopo pagina sempre più nitidi.

Tere Entropy

abc

Nobel per la letteratura 2014: tra i soliti nomi, il keniota Thiong’o è il favorito

Poco più di un secolo fa, nel dicembre del 1896, moriva l’inventore della dinamite e insieme dei grandi premi letterari, lo svedese Alfred Nobel, che con la sua prima scoperta si rese responsabile della morte di tanti uomini (durante un esperimento uccise anche il fratello e privò delle gambe il padre) mentre con la seconda invenzione espiò le sue colpe non volendo lasciare ai posteri una cattiva memoria di sé. Alfred sottoscrisse così il suo celebre testamento con il quale istituiva quei riconoscimenti che oggi sono noti come premi Nobel, onorificenze di valore mondiale attribuite a persone che hanno apportato considerevoli benefici all’umanità in svariati ambiti (letteratura, medicina, fisica, chimica, economia e infine Nobel per la pace). I premi, la cui prima assegnazione risale al 1901, ancora oggi vengono generalmente conferiti nel mese di ottobre e la cerimonia di consegna si tiene a Stoccolma presso il Stockholm Concert Hall il 10 dicembre, anniversario della morte del fondatore.

La penisola italiana si è già impadronita di sei premi Nobel grazie a vecchi ma ancora lucenti diamanti della letteratura quali Carducci, Deledda, Pirandello, Quasimodo, Montale e Fo, e adesso concorre per il settimo trofeo. Anche quest’anno la proclamazione del nuovo Nobel per la letteratura è imminente e avverrà in una ancora ignota giornata del mese corrente. Nell’attesa di una data precisa si intrecciano numerose ipotesi, proliferano i sondaggi tra gli esperti ed incrementa l’attività dei bookmakers, ovvero di coloro che si occupano della registrazione di scommesse. Ed è subito toto-Nobel: ecco i pronostici dei bookmakers.

Tra i meno favoriti dei comunque papabili trionfatori proprio due scrittori italiani, ambedue quotati 33 a 1 (per gli inesperti: più il primo numero si avvicina al secondo maggiori sono le probabilità di vincita dello scrittore e minore la quota vinta da chi scommette). Si tratta dell’autore de Il nome della rosa, Umberto Eco, attualmente professore emerito e presidente della Scuola Superiore di Studi Umanistici dell’Università di Bologna, e di Dacia Maraini, scrittrice, poetessa e saggista appartenente alla cosiddetta “generazione degli anni trenta”.

nobellettA pari merito sono anche tre scrittori la cui vittoria è data 16 a 1. Il primo di questi è Philip Roth, tra i più noti e premiati scrittori statunitensi della sua età e ritenuto tra i più importanti romanzieri ebrei di lingua inglese. È conosciuto per il suo racconto lungo Goodbye, Columbus ma è diventato famoso con Lamento di Portnoy, romanzo ritenuto da alcuni scandaloso poiché intreccia manie, tic e morbosità sessuali del protagonista che è alla disperata ricerca di una banale normalità. Il secondo è Milan Kundera, scrittore ceco che ha però acquistato la cittadinanza francese. Nella sua vita si è occupato di poesia, teatro, romanzi, racconti, articoli e saggi. L’insostenibile leggerezza dell’essere, suo capolavoro scritto nel 1982 e pubblicato due anni dopo, descrive la vita di artisti e intellettuali cecoslovacchi nell’arco di tempo che va dalla Primavera di Praga all’invasione da parte dell’URSS. La storia si focalizza sul gruppo noto come il Quartetto di Kundera, composto dal chirurgo Tomáš, la sua compagna Tereza (una fotografa), la sua amante Sabina (una pittrice) e un altro amante di Sabina, Franz (un professore universitario). E infine Adonis, pseudonimo di Alī Ahmad Sa'īd Isbir, poeta e saggista siriano che firma le sue opere con il nome del dio di origine semitica. Adonis è stato attivissimo nel dibattito politico-culturale, estetico e filosofico. È tra i fondatori del gruppo Tammuzi, nome che deriva della divinità babilonese, appositamente per sottolineare la volontà di una rinascita della cultura araba ma in chiave moderna. Vincitore di diversi premi, è stato più volte candidato al Premio Nobel per la letteratura.

Joyce Carol Oates, la cui vittoria è data 12 a 1, è nota per essere uno degli scrittori americani più produttivi. È infatti autrice di circa cento libri: più di quaranta romanzi, una decina di opere teatrali, sedici volumi di saggi, dieci raccolte di poesie nonché libri per bambini e numerose raccolte di racconti e di articoli pubblicati su riviste. Joyce Carol figura anche tra i compilatori del Futuro dizionario d’America, una vasta opera che ridisegna in chiave satirica il lessico praticato negli USA. Ex aequo con la Oates c’è Jon Fosse, scrittore e drammaturgo norvegese considerato uno dei cento geni viventi. Per i suoi meriti letterari gli è stato concesso di risiedere nella residenza reale di Grotten, in Norvegia.

Ismail Kadare, Assia Djebar e Svetlana Alexievich sono quotati 10 a 1. L’opera letteraria dello scrittore albanese Ismail è molto varia, ma i suoi contributi maggiori sono nel campo della poesia e del romanzo. Mentre Assia Djebar, pseudonimo di Fatima-Zohra Imalayène è una scrittrice, poetessa, saggista, regista e sceneggiatrice algerina femminista, ritenuta uno dei più influenti scrittori nordafricani e nelle cui opere si occupa prevalentemente della condizione della donna in Algeria. La giornalista bielorussia Alexievich, invece, ha scritto libri sui principali eventi dell’URSS: La guerra non ha un volto di donna (sulle donne nella seconda guerra mondiale), Ragazzi di zinco (sui reduci della guerra in Afghanistan), Incantati dalla morte (sui suicidi in seguito al crollo dell’Unione Sovietica), Preghiera per Cernobyl' (sulle vittime della tragedia nucleare). Questi ed altri libri le sono valsi importanti riconoscimenti e una fama internazionale. Perseguitata nel suo Paese perché accusata di essere un agente della CIA, attualmente Alexievich vive a Parigi.

A un passo dal trofeo è Murakami Haruki, scrittore traduttore e saggista giapponese. Haruki è autore di romanzi quali Norwegian Wood, L’uccello che girava le viti del mondo e L’incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio, ultimo suo libro pubblicato nel 2013. Identificandosi nel suo personaggio Tsukuru, l’autore ha sostenuto, in una intervista rilasciata a Panorama, di sentirsi emarginato nella sua terra nipponica, nient’altro che un inapprezzato brutto anatroccolo del Giappone dove i suoi libri non riescono a scalare le classifiche. Eppure la sua vittoria è data 5 a 1.

Dulcis in fundo, lo scrittore attualmente più quotato dai bookmakers è Ngugi Wa Thiong’o, noto anche come James Ngugi, autore keniota di romanzi, poesie, opere teatrali e ritenuto uno dei principali scrittori della letteratura africana. Anche Thiong’o non ha un buon rapporto con il suo paese: s’è trovato ad avere seri problemi con la censura politica, è stato in esilio, in prigione ed è anche scampato ad un omicidio. Forse le difficoltà dello scrittore keniota raccolte nella sua vita sensibilizzeranno l’Accademia di Svezia e gli varranno il Nobel di quest’anno? Possiamo soltanto dire che al momento Thiong’o ha scavalcato Haruki e che la sua vittoria è data 4 a 1. Il Kenia sembra essere ad un passo dal trionfo letterario.

Antonio Puleri

abc

Recensione di Storia di una vedova di Joyce Carol Oates

Nel giro di una settimana Joyce si ritrova ad essere una vedova: inaspettatamente muore il compagno con cui per quasi cinquant'anni ha condiviso ogni giorno della sua vita. Un forte senso di colpa traspare dalle sue parole: per averlo lasciato da solo a morire in mezzo ad estranei e per il fatto stesso di averlo portato in quell'ospedale, dove un'infezione polmonare l'ha ucciso. Fin da subito la neo-vedova viene assalita dalle incombenze che rappresentano una sorta di corollario della morte: il ritiro degli effetti personali del marito dall'ospedale, gli accordi con l'impresa di pompe funebri per la cremazione (la morte non è priva di costi!) e tutta una serie di pratiche amministrative e legali che deve affrontare in quanto “esecutrice testamentaria” delle proprietà del defunto. In tutte queste azioni Joyce dimostra “buon senso”, si comporta in modo “ragionevole”; dopo qualche giorno riprende gli impegni accademici, si mantiene attiva, perché stare a casa fa troppo male: solo nel “nido” (il letto coniugale, nel quale si rifugia nelle notti insonni, disseminato di libri, bozze, manoscritti, prove di stampa ecc.) si sente al sicuro, mentre al di fuori di esso è circondata dalle “stanze fantasma”, dal vuoto e dal silenzio che aleggiano nella casa.

Il mondo esterno va avanti, incurante, ormai remoto e grottesco per la Vedova, che si muove in esso come fosse uno zombie, persa nel suo dolore, ma determinata a far vedere agli altri che “va tutto bene”. L'inverno finisce e grazie all'inevitabile giungere della primavera Joyce si impone di riprendere in mano la cura del giardino di Ray: sarà questo il primo passo verso la risalita, anche se di soffrire non smetterà mai. Ed è giusto così, dopotutto “Ray se lo merita”. Il soggetto di Storia di una vedova  mi ha incuriosito fin da subito, in quanto tratta di una condizione diffusa (tutti conoscono almeno una vedova), ma raramente affrontata di per se stessa; in questo frangente è impressionante la sincerità al limite dello spietato dell'autrice, particolarmente evidente nelle considerazioni a posteriori sui propri comportamenti, pensieri e azioni.

Storia di una vedova è intriso delle paure dell'autrice: la paura di diventare dipendente dai sonniferi e dagli antidepressivi, di stare a casa da sola, di crollare di fronte a degli estranei, di essere riconosciuta, di non farcela… Pensa spesso al suicidio, un pensiero per lei confortante: ha la sicurezza di poterlo attuare in qualsiasi momento, grazie alla scorta di pillole accumulate negli anni, che conserva in bell'ordine su un ripiano. Oltre a tutta l'angoscia e la sofferenza che Joyce prova, dalla lettura traspare la sua gratitudine nei confronti degli amici, ma ciò che ho apprezzato maggiormente è l'immenso coraggio dell'imporre a se stessa di ricordare, descrivere e quindi rivivere un periodo così drammatico, dall'inizio alla non-fine; in molte occasioni arriva a immaginare quello che avrebbe detto o fatto Ray nel vederla in una determinata situazione!

Nonostante Storia di una vedova  sia una lettura interessante per chi come me apprezzi l'autoanalisi e creda nel valore catartico della scrittura, non si possono trascurare alcune note dolenti, in particolare la lunghezza del libro, aggravata da una ripetitività ingiustificata e da un nutrito corpo di mail e biglietti di condoglianze (davvero troppi!) che fungono da intramezzo fra alcuni capitoli.

Serena Scodeller

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