Autore: Elena Rebagliati

Recensione di Come oro nelle crepe di Gioia di Biagio

“Ho scoperto l’arte giapponese del kintsugi quando ho dovuto riparare una statuina di porcellana preziosa andata in frantumi. Ho pensato che sarebbe stato bello poter fare lo stesso con le persone e ho deciso di usare quell’arte antica per rimettere insieme anche i pezzi della mia vita, per guardarli uno a uno e incollarli amorevolmente. Avevo passato tanto tempo a far credere agli altri che tutto andasse sempre bene, nella speranza di non essere considerata diversa o guardata con compassione. A nascondere la mia storia raccontando altre storie. Qualcosa è successo, poi, che mi ha fatto accettare le difficoltà e mi ha portata a trarre un insegnamento anche dalle esperienze più dolorose. Cadi, ti rialzi. Non sempre ci sono riuscita ma ci ho sempre provato. Ho imparato a valorizzare le mie ferite, a mostrarle, perché sono proprio loro a rendermi una persona unica e preziosa. Come in un rituale antico, ho riempito con l’oro le cicatrici della mia vita e ho scritto sul mio corpo la mia storia.”

Gioia Di Biagio racconta la storia della sua malattia, della sua anima e del suo corpo. Affetta da una sindrome rara che rende la sua pelle estremamente fragile e, la malattia stessa, le insegna come non arrendersi ai limiti del suo corpo. Fra le pagine la Di Biagio racconta il dolore, le lacrime, la sofferenza del limite corporeo ma anche il grande coraggio per cambiare prospettiva e non lasciarsi schiacciare dal peso della situazione. Cioè, non arrendersi al limite ma cambiando radicalmente la prospettiva.

Solo in questo modo lei stessa riesce a vedere le fragilità come bellezza, le cicatrici come rifiniture dorate. Proprio come nell’arte del kintsugi. In una società che vuole le persone come “super eroi” e dove le imperfezioni devono essere nascoste a tutti i costi, il libro della Di Biagio è la conferma che è nelle fragilità che risiede la forza, che il dolore può essere elaborato. Un libro che dona sollievo perché la storia di Giada è speranza, un grande esempio di resilienza.

Il kintsugi è una forma d'arte giapponese dove un vaso rotto viene fissato con una resina cosparsa di polvere d'oro. Una volta che la ceramica rotta viene risaldata con l'oro, il vaso diventa più bello e più prezioso rispetto all’originale. La storia di questa insolita arte risale al 15 ° secolo. Lo Shogun Ashikaga Yoshimasa (1358-1408) aveva rotto la sua tazza da tè preferita e decise di inviarla in Cina per le riparazioni. Ma al suo ritorno, rimase molto deluso dai brutti punti metallici che erano stati utilizzati per unire i pezzi rotti. Così ordinò ai suoi artigiani di cercare un modo più appropriato di riparazione. I vasai decisero di riempire le fessure con della resina laccata e oro in polvere. La ceramica rotta divenne così un'opera d'arte!

Lo Shogun aveva preso qualcosa di rotto e brutto e lo ha trasformato in qualcosa di bello e prezioso! Da allora in poi, collezionisti giapponesi a volte rompono intenzionalmente le ceramiche, solo per avere riparazioni in oro. Questi vasi danneggiati in realtà acquistano un prezzo più elevato rispetto ai loro omologhi non rotti. Rompendosi, le ceramiche acquisiscono una nuova vita proprio attraverso le linee di frattura, diventando pezzi di arte ancora più pregiati. Proprio grazie alle sue cicatrici! Il

 Kintsugi ci dà molti spunti di riflessione:

  • Accettare il cambiamento : le cose possono cambiare, ma questo può essere una opportunità di crescita,
  • Non buttare quello che si rompe: la rottura di qualcosa non rappresenta la sua fine, ma l’occasione di una nuova, più matura e preziosa rinascita.
  • Imparare a riparare con cura: in modo che da una rottura o una imperfezione possa nascere una forma ancora maggiore di “bellezza” estetica e interiore. Non nascondere la storia dell’oggetto, ma enfatizzarla tramite la riparazione; è l’arte di non vergognarsi delle ferite, ma di imparare ad abbracciare il danno, la rottura. Ogni crepa è parte della storia dell'oggetto e diventa più bello, proprio perché è stato rotto. Nella nostra vita siamo spesso soliti dare alla “rottura” un significato negativo, di dolore, fallimento e vergogna.

Quello che il Kintsugi ci insegna è che ogni esistenza, anche la più dolorosa e tormentata, può essere fonte di forza, e le cicatrici stesse, diventano bellezza da esibire con orgoglio. Siamo molto più forti e più adattabili di quanto pensiamo di essere. Quando le cose vanno male, la maggior parte delle persone, non cade a pezzi e non si sbriciola! Può accadere, ad esempio, che quando tutto quello che abbiamo costruito e curato nel corso degli anni, cade a pezzi, siamo maggiormente in grado di vedere le opportunità che non si sarebbero mai potute vedere se la nostra vita non si fosse lacerata a brandelli. Possiamo finalmente scoprire che siamo stati più forti di quanto avessimo mai immaginato.

Questo è l’essenza della resilienza ovvero la capacità di fronteggiare situazioni difficili e di riorganizzare positivamente la propria vita, di trasformare un evento doloroso in un processo di apprendimento e di crescita. L’uomo rotto dal dolore, o da un trauma, si può ricomporre in un modo che lo porta a esperire una nuova integrità, più forte e più completa di prima. A volte il trauma ci avvicina al nostro scopo nella vita, o ci lascia più forti di quanto lo fossimo stati prima. Le cicatrici che portiamo devono essere il segno della nostra unicità e della nostra forza.

In questo libro Gioia di Biagio è capace di trasmetterti la sua voglia di lottare e combattere, si assiste alla nascita di una farfalla a partire dal piccolo bruco. Si gioisce con la protagonista, si piange e ci si emoziona: è questo un libro capace di coinvolgerti e di non lasciarti andare fino all’ ultima pagina.

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abc

Recensione di Una vita apparentemente perfetta di Michelle Hunziker

Io rivoglio la mia mamma bionda e sorridente, oppure con te non gioco più” è stata una pugnalata al cuore. I dolori più grandi spesso segnano l’inizio del cambiamento. […] Quel momento, quel dolore, è stato per me l’inizio del percorso che mi ha portato fuori dalla setta – non la paura, non la ragione, non la consapevolezza, ma l’amore di mia figlia.

Michelle Hunziker è uno di quei personaggi che abbiamo imparato ad amare, merito della sua ironia. La showgirl racconta di quanto abbia nascosto per anni grandi dolori, non solo nella sua vita pubblica o durante i suoi lavori, ma anche alla sua famiglia. Anni bui, in cui Michelle svela di essere stata vittima di una setta: i "guerrieri della luce". A 23 anni, nel pieno del suo successo professionale e lavorativo, ha iniziato a perdere i capelli, senza un motivo ma con enorme preoccupazione. Il suo manager le presenta una signora bellissima, bionda, con un sorriso incredibile, che in due sedute nelle quali la faceva parlare, le fece ricrescere i capelli dove non c'erano più. Da quel momento “la signora Bionda” entra nella sua vita, sfruttando ogni fessura e ogni sofferenza della donna, allontanando anche tutti gli affetti. In tutto questo si intrecciano la piccola Aurora, il rapporto con Eros Ramazzotti e quello complesso con la madre Ineke.

Quando ho iniziato a leggere questo libro ero un covo di dubbi e perplessità. Non solo per il marketing selvaggio, fatto intorno a questa brutta vicenda, ma soprattutto perchè, per quanto l’adori, Michelle Hunziker non è una scrittrice. La facilità nel cadere nel banale era dietro l’angolo. Mi sbagliavo. Il libro è scritto in un linguaggio semplicistico e privo di qualunque abbellimento e cura: è quasi un dialogo tra amici; privo di filtri e di censure. Però ha un magnetismo e una capacità di coinvolgere e tenere il lettore incollato alle pagine.

Approfondimento

Michelle racconta senza vergognarsi e senza censurarsi la sua storia per far capire come sia facile per questi "maestri" insediarsi ed andare a supplire carenze nelle vite di persone che soffrono. Avrei preferito che approfondisse di più la storia, trattata con banalità, ma è apprezzabile come i sia messa a nudo, considerando il calibro delle persone coinvolte. Miche si è rivelata una persona poco determinata e facilmente influenzabile. Ha preferito l'affetto di persone estranee invece che quello dei suoi cari per seguire astrattezze e dogmi che nella realtà non esistono.

L’ unico punto a favore del suo “personaggio” è quello di non aver mai coinvolto sua figlia Aurora: un elemento veramente apprezzabile dato il grado di coinvolgimento nella setta. In questo racconto tra amici, avrei voluto vedere e “sentire” di più i sentimenti e le emozioni che sono state provate da tutte le persone citate.

Nel complesso è un romanzo che consiglierei, nonostante sia un po' superficiale, banale e approssimativo, racconta una storia che può coinvolgere chiunque, di qualunque ceto e cultura. Non ci salva avere soldi o intelligenza, ognuno è umano e per questo ha delle fragilità.

abc

Recensione di Il Giorno della Tigre di Wilbur Smith e Tom Harper

Delusione, ecco cosa mi ha portato questo libro. Aspettavo da tempo di leggere qualcosa di Wilbur Smith e devo dire che farò passare altro tempo prima di dargli un'altra possibilità.

Il giorno della tigre, una nuova, noiosa e banale avventura della cosiddetta “saga dei Courteney”. Smith riprende, così, la storia della famiglia britannica impiantata nell’Africa Orientale che tanta parte ha avuto nel suo successo di scrittore. Il giorno della tigre, scritto con Tom Harper, aggiunge un nuovo tassello al mosaico genealogico Courteney, ma soprattutto mostra un legame profondo esistente tra il continente africano e Smith stesso, fra un uomo e le generazioni che lo precedono e seguono.

La stirpe dei Courteney è un’antica famiglia di origine inglese che ha avuto la sua migliore sorte in Africa. La prima avventura di questi protagonisti è datata nel lontano 1667, e il libro in cui la si racconta è intitolato Uccelli da preda, proseguendo, poi, con Monsone, Il destino del leone, La voce del tuono, Gli eredi dell’eden, per approdare a quest’ultimo Il giorno della tigre. Qui l’avventura si svolge tra l’estremo Sud Africa, attraverso il Mar Caraibico, approdando alle coste dell’India. Un viaggio pericoloso ed irto di insidie, con nemici vili e brutali: infatti il giovane Tom Courteney inizia la traversata avvistando immediatamente una nave mercantile che sta per essere attaccata dai pirati, e non esita ad intervenire, mettendo a repentaglio la propria vita e quella del fratello Dorian, uscendo vittorioso dallo scontro. Da questo evento si articola tutta la vicenda tra drammi, battagli, separazioni e riunioni.

Leggendo fino a qui, il libro cattura l’interesse del lettore: mai errore fu più grande! Il primo problema di quest’opera sono i personaggi: Tom Courteney è un personaggio banale e scontato, sembra uscito da un romanzo dell’800, non c’ è complessità nei suoi pensieri, non ci sono emozioni e sentimenti: incontra spesso personaggi che lo odiano e lo vogliono morto, nonostante questo non c’ è mai un’analisi personale e una riflessione che lo portino ad un mea culpa o ad un momento di rabbia. Tom è un bonaccione, bravo con la spada e che perdona chiunque. Stessa storia per i personaggi femminili, nonostante le condizioni di vita nei mari, pirati, monsoni e naufragi, che dovrebbero aver temprato e reso più forti le donne del romanzo, si ha davanti a figure femminili banali, incapaci di reagire e crudeli.

Altro problema della storia è la semplicità con cui si risolvono le cose: In questo libro Tom ritrova due nipoti: entrambi lo odiano, situazioni che potrebbero dare sviluppi eccitanti e provocanti alla storia, invece Smith decide di risolverli in modi scialbi, privi di sale e pepe che incollerebbero il lettore alle pagine.

Ero tentata di lasciare la lettura a metà, nonostante la trama sia interessante e aperta ad ogni possibile sviluppo, in questo libro è resa quasi come un riassunto, sembra un tentativo di terminare velocemente la storia senza nessun ragionamento. Ho comunque desistito per vedere dove si spingeva la banalità e l’inutilità dei personaggi e della trama.

 Approfondimento

Questa dovrebbe essere una saga che ammalia e conquista i lettori di tutto il mondo. Nella storia il fascino e l’ammirazione per l’esotico emergono in modo preponderante per tutta la narrazione. Figure sempliciotte e inutili solcano i mari verso l’ignoto e verso sanguinolenti e cruenti eventi, sfidando il proprio destino, che sembra sempre più scontato pagina dopo pagina, tra pirati, commercianti avidi e uomini vendicativi. Il fil rouge della narrazione passa attraverso un elemento che, di per se, è portatore di avventure, il mare, che riunisce e separa la famiglia Courteney. Ed è proprio fra i guizzi del liquido azzurro che Smith racconta di un viaggio pericoloso. Viaggio che reca in sé azione, intrighi, segreti millenari, passioni e travolgenti avventure, in un mondo lontano, ricco di malia e di mistero che però vengono realizzati in modo sbagliato

Per gli appassionati del genere avventuroso lo sconsiglio vivamente perché nel suo complesso è incapace di mantenere le attese alte!

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