Autore: Cristina Biolcati

Storia del Premio Nobel e dei suoi illustri vincitori

Fu Alfred Bernhard Nobel (1833- 1896), un chimico svedese inventore della dinamite e della balistite (una polvere senza fumo prodotta dall’unione di due esplosivi, nitrocellulosa e nitroglicerina) ad istituire il prestigioso riconoscimento del Premio Nobel. Con i proventi ricavati dai suoi brevetti, ideò dei premi da distribuire annualmente a chi avesse reso i maggiori servigi all’umanità nel campo della fisica, della chimica, della medicina e della letteratura; o a chi si fosse distinto nel favorire le relazioni amiche tra i popoli. Curioso come filantropo sia stato proprio colui che in vita si è occupato di invenzioni a carattere “bellicoso”. I premi Nobel attribuiti a persone fisiche, tranne quello per la pace che può essere anche conferito a movimenti o istituzioni.

Si tratta di una delle onorificenze più prestigiose di cui si possa essere insigniti, forse la più grande in assoluto, perché tramite essa si diventa in pratica “benefattori dell’umanità”. La Fondazione Nobel che gestisce il progetto fu voluta da Nobel attraverso disposizione presente nel testamento del 1895. A metà del Novecento la Banca di Svezia prese la decisione di istituire il Premio per l’Economia, non dettato dalla diretta volontà di Nobel.

Tra gli italiani si cita colui che visse animato da una vera e propria passione per questa materia, l’economista Franco Modigliani (1918- 2003). Attraverso la sua attività di studio, egli ha rivoluzionato la finanza aziendale moderna. Come data per la prima assegnazione del premio venne scelto il 10 dicembre, anniversario della morte di Nobel, e il progetto ebbe inizio nel 1901. Da allora, tutti gli anni il Premio Nobel viene assegnato a Stoccolma, in Svezia, fatta eccezione per il Nobel della pace che viene invece consegnato in Norvegia, a Oslo.

 

Illustri vincitori del Premio Nobel

 

Interessante è citare alcuni personaggi noti che hanno potuto beneficiare del Premio Nobel . Per quanto riguarda la FISICA, il premio viene conferito dall’Accademia Reale Svedese. Possiamo ricordare che il primo ad essersi aggiudicato il Nobel nel 1901 fu Wihelm Conrad Rontgen (1845- 1923), fisico tedesco a cui si deve la scoperta della radiazione elettromagnetica, nota più comunemente come raggi x. Per quanto riguarda l’Italia, ricordiamo l’assegnazione del premio nel 1903 a Guglielmo Marconi; nel 1938 a Emilio Carlo Segrè, di origini italiane; nel 1984 a Carlo Rubbia e nel 2002 a Riccardo Giacconi.

nobelprizeawardceremony2008pmy898bwmrzl

Per la CHIMICA, assegnato dall’Accademia Reale Svedese delle Scienze, il primo Premio Nobel fu Jacobus Henricus Vant’Hoff, chimico olandese a cui fu riconosciuta la scoperta delle leggi della dinamica chimica e della pressione osmotica nelle soluzioni. Gli Stati Uniti sono sempre andati forte in questa materia, come Peter Agre che si distinse per alcune scoperte sui canali nella membrana cellulare. L’unico italiano insignito di Nobel per la chimica è l’ingegnere e accademico Giulio Natta, nel 1963.

Nella MEDICINA e FISIOLOGIA, premio assegnato dall’Istituto Karolinska, il primo vincitore fu Emil Adolf von Behring, un tedesco distintosi per le sue ricerche sulla sieroterapia. Fra gli italiani, nel 1906 è la volta di Camillo Golgi. Nel 1969 Salvator Edward Luria, di origini torinesi, poi trasferitosi in America; Renato Dulbecco nel 1975 e Rita Levi Montalcini nel 1986.

LETTERATURA, forse il campo in cui ne sappiamo un po’ di più, assegnato dall’Accademia Svedese. Il primo ad essere stato premiato per le sue composizioni poetiche fu il francese Sully Prudhomme. A livello internazionale ricordiamo Thomas Stearns Eliot, Samuel Beckett, Pablo Neruda, Hernest Hemingway e Herman Hesse. In questi giorni, in occasione della sua morte, si è molto parlato del Premio Nobel assegnato allo scrittore colombiano Gabriel Garcia Marquez, nel 1962. Fra gli italiani, abbiamo una lunga carellata. Nel 1906 se lo aggiudicò Giosuè Carducci; nel 1926 Grazia Deledda; nel 1934 Luigi Pirandello; nel 1959 Salvatore Quasimodo; nel 1975 Eugenio Montale; nel 1997 Dario Fo.

Infine, veniamo alla PACE, riconoscimento assegnato da un comitato nominato dal Parlamento norvegese. Dopo Jean Henri Dunart, premio Nobel nel 1901, fu la volta di uomini illustri e di potere, come Theodore Roosvelt, Thomas Wilson, Martin Luther King, Nelson Mandela e Yasser Arafat. Nel 1907 ricordiamo il “nostro” Ernesto Teodoro Moneta, giornalista e patriota italiano, unico connazionale ad avere ricevuto questo premio.

Questi sono solo alcuni ragguagli sul prestigioso Premio Nobel, che oltre ad essere un’istituzione mondiale, è sempre domanda di quiz e giochi a premi. Almeno in questo, speriamo di esservi stati utili.

abc

Sesso e letteratura: da sempre un forte connubio

Il sesso è stato da sempre uno degli argomenti più trattati dagli autori. Consideriamo che fin nell’Antico Egitto, dove la sessualità era molto considerata, troviamo una sorta di racconto erotico trasposto su papiro, concernente immagini esplicite ed accompagnate da testi. Nel mondo greco Eros rappresentava la forza attrattiva che assicura la riproduzione e conserva la specie. Ritenuto fondamentale, in seguito fu trasformato in divinità dell’amore e rappresentato come un putto alato che colpisce con un dardo il cuore di chi vuole far innamorare. È la tradizione orientale a tramandarci le opere di genere più specifiche, se ricordiamo “Le mille e una notte”, dove una fanciulla riesce a salvare la propria vita e la propria verginità raccontando ogni notte, per mille notti, una favola al sultano di cui è prigioniera. Oppure il “Kamasutra” indiano, opera della fine del IV secolo, direttamente legata all’erotismo, dove il termine stesso “kama sutra” significa “aforismi sul desiderio”.

Se già nell’antichità la sessualità era argomento privo di tabù, col tempo viene trattata da ogni punto di vista, all’interno di poemi, tragedie, poesie e novelle. Come non citare il “Decamerone” di Boccaccio? Oppure lo stesso “Romeo e Giulietta” di Shakespeare, intriso di passione sessuale “mascherata” dalla morte che abbatte i giovani nel loro desiderio erotico più intenso, nel pieno del loro tumulto ormonale, nel più dilagante trionfo di vita e dei sensi.Alla fine del Settecento è il Marchese de Sade colui che riesce a calarsi nel genere, fino ad estremizzare la letteratura di questo tipo con storie di perversione, violenza sessuale e tortura. Il vizio della carne diventa invece vera e propria estetica del piacere fisico con Gabriele D’Annunzio, dove la voluttà diventa il principale filo conduttore. Dal punto di vista critico, l’interesse per la sessualità diventa importante in letteratura a partire da Freud (1856-1939), il padre della psicanalisi. L’aver individuato la forza della libido come principale motore di vita, ha provocato un interesse particolare per la sfera della sessualità nell’uomo, soprattutto nei suoi aspetti normalmente censurati quali sessualità nei bambini, omosessualità e desideri illeciti.

ladychatMa è nel Novecento, quando il sesso incontra un nuovo linguaggio e stili di scrittura, che la letteratura sull’argomento esplode. Nel 1928 David Herbert Lawrence fa gridare allo scandalo con “L’amante di Lady Chatterley”, opera che venne censurata e vide la casa editrice Penguin Books finire in tribunale per avere pubblicato un libro osceno. Stessa sorte per Henry Miller che nel 1934 scrisse “Tropico del cancro”, in cui narra in maniera esplicita e dettagliata le proprie esperienze sessuali. Anche qui venne avviato un processo per oscenità così come per il seguito del libro, “Tropico del capricorno”. Il romanzo “Lolita” ha portato il suo autore Vladimir Nabokov a subire svariati rifiuti dagli editori. I temi dominanti sono incesto e pedofilia, che ruotano attorno all’attrazione irresistibile del protagonista, un uomo maturo, per un’audace dodicenne che maliziosamente lo tenta.

A Philip Roth si riconosce una grande capacità di descrivere un sesso ambiguo e infantile che implode e travolge. Nel 1967 con il suo “Lamento di Portnoy” egli pone su carta le nevrosi di un erotomane, morboso e perverso, ossessionato dalla masturbazione. E come poteva passare inosservato Charles Bukowski, che scrive storie imperniate su un autobiografismo quasi ossessivo? Il sesso è, forse, secondo solo all’alcol. Un uomo che rifiuta di abbandonarsi ai sentimentalismi isterici, sempre un passo prima di caderci dentro. È normale quindi che la sua autobiografia e la sua opera letteraria vengano descritte come vita e opera di un “porco, depravato e ubriacone”.

cinquanta-sfumature-trilogia-copertine

Infine è di qualche tempo fa il successo del libro “Cinquanta sfumature di grigio” della scrittrice inglese E.L. James (pseudonimo di Erika Leonard). È il primo di una trilogia di romanzi erotici che in breve tempo ha ottenuto una grande popolarità. Nonostante non si possa di certo paragonare ai grandi classici, può servire per attuare una riflessione.

Purtroppo viviamo in una società più interessata alle relazioni virtuali che a quelle vere, dove tutto ciò che parla di sesso sembra risvegliare “sensi sopiti”. Un mondo in cui vige tanta “teoria” a scapito della “pratica”.   

abc

Recensione di I ragazzi Burgess di Elizabeth Strout

A cinque anni di distanza da Olive Kitteridge, la raccolta di racconti che l’ha resa celebre e con cui ha vinto nel 2009 il Premio Pulitzer, torna Elizabeth Strout con un nuovo romanzo I ragazzi Burgess (Fazi Editore, 2013). L’autrice, considerata una delle voci più importanti della letteratura americana contemporanea, è nata e vive nel Maine, la terra dove in parte è ambientata questa storia. I ragazzi Burgess sono tre fratelli, ormai sulla cinquantina, originari di Shirley Falls, piccolo e freddo paese del Maine. Jim è un avvocato di successo e un uomo di grande popolarità mediatica; Bob è anch’egli avvocato, ma di basso profilo e vive nel culto del fratello; Susan, abbandonata dal marito, è una donna un po’ sciatta e palesemente depressa. La narrazione prende spunto da una vicenda sgradevole che vede coinvolto il figlio di Susan, il diciannovenne Zachary, il quale, durante la celebrazione del Ramadan, compie un gesto in apparenza inspiegabile, gettando una testa di maiale all’interno di una moschea dove si trova riunita in preghiera la comunità somala del Maine. Tale evento, pur nella sua drammaticità, riunisce la famiglia e costringe i componenti a confrontarsi con un tragico incidente nel quale, molti anni prima, aveva perso la vita il padre.

Un evento che ha travolto le loro vite, diventando un tabù. L’isolamento psicologico prodotto dalla sciagura infatti, aveva portato entrambi i maschi a trasferirsi a New York. L’opera rappresenta un’attenta riflessione sulla nostra società e sul fatto che il passato ci perseguita e non smette mai di “parlarci”. I conflitti razziali che esplodono all’interno di un microcosmo, incarnano il primo e più evidente tema che viene affrontato, e pongono l’accento sulla situazione politica della Somalia. Sull’infruttuoso intervento degli Stati Uniti in quel paese e sulle difficoltà di integrazione che la popolazione affronta ogni giorno. Una comunità fiera delle proprie tradizioni, diffidente nei confronti dell’America, che avverte un forte desiderio di recuperare le proprie radici e non intende “mescolarsi” con gli americani. La Strout analizza con occhio attento l’America contemporanea così come l’umanità in generale, mentre narra una storia in cui sono sapientemente alternate quotidianità e profonde riflessioni. “Nessuno conosce mai veramente qualcuno”, sembra essere il concetto attorno al quale ruota l’intera analisi. I sentimenti dominanti sono l’amore fraterno e quello coniugale, come fossero una corda robusta che a tratti si assottiglia, ma non si spezza, indicando sempre la direzione da prendere. Il senso ineluttabile di declino che investe i protagonisti e la descrizione di avvenimenti tragici all’interno di una comunità provinciale, finiscono per travolgere anche i personaggi a loro vicini. Numerosi sono infatti i matrimoni che si sfaldano, all’interno della famiglia Burgess. Tra le righe passa il messaggio di andare oltre i pregiudizi senza fermarsi alle apparenze, accettare il semplice fatto che non esiste un modo perfetto di vivere.

Al di là degli eventi narrati, la Strout è un’autrice che costruisce i suoi personaggi lentamente, pezzo dopo pezzo, mettendo sempre in luce l’impossibilità della perfezione, smascherando certi meccanismi sociali ipocriti e meschini. “È stato un lavoro lungo- ha dichiarato Elizabeth Strout, che ha impiegato sette anni a scrivere il romanzo – anche perché, inserendo nella storia la comunità somala del Maine, ho dovuto studiare. Ho letto decine di libri, ho parlato con loro, ho cercato di entrare nelle loro teste”. I personaggi evolvono, ad un certo punto prendono vita propria, trasformandosi nell’esatto contrario di quello che erano all’inizio. Si rivelano in tutta la loro essenza. L’opera è divisa in quattro parti, e forse inizia un po’ in sordina, ma man mano che si procede nella lettura, la storia appassiona sempre di più. Un linguaggio semplice, quello utilizzato dalla Strout, accompagnato da una vena poetica che rende molto gradevoli le descrizioni. “I ragazzi Burgess” è un buon libro che consigliamo a chi non ha bisogno di avventure eclatanti, bensì trova nella quotidianità e nella famiglia la consolazione di poter sbagliare.

Cristina Biolcati

abc

Recensione di Lasciarsi andare di Alice Munro

Lasciarsi andare è una raccolta di racconti della scrittrice canadese Alice Munro, premio Nobel nel 2013 per la letteratura, considerata uno dei più grandi autori di narrativa in lingua inglese dei nostri tempi. In realtà l’opera risale al 2006, ma la pubblicazione italiana è giunta nel maggio 2014. Sono diciassette racconti che l’autrice stessa ha selezionato tra i suoi preferiti. Storie che mettono in risalto un enorme talento, attraverso un percorso lungo la sua carriera.

“Maestra del racconto breve”, così come viene definita, la Munro, attraverso questi racconti pare poterci leggere nel pensiero, mettendo in evidenza tematiche, all’apparenza semplici, che non avremmo il coraggio di affrontare, sebbene fortemente presenti e radicate nella vita di ognuno. Cresciuta a Wingham, Ontario, ambienta i suoi racconti soprattutto nelle piccole cittadine dell’Ontario sudoccidentale, unendo l’osservazione di una realtà che ben conosce, all’introspezione psicologica, attraverso una raffinatezza della forma. Ciò che si evince da questa lettura, è una prosa stilisticamente perfetta, seppure semplice e logica. Si ha la sensazione che scrivere venga naturale, che ella non si ponga il problema di come riuscire ad esprimere il proprio pensiero. Il tutto avviene secondo logica e seguendo un filo conduttore che appare ordinato. Le parole fluiscono da sé, ma sono sempre corrette.

Le tematiche trattate nei racconti di Lasciarsi andare sono molteplici, anche se l’attenzione sembra focalizzarsi sui problemi adolescenziali, il rapporto con la famiglia, il matrimonio, il divorzio, la vecchiaia e la solitudine. Il narratore è quasi sempre onnisciente, e le protagoniste sono soprattutto donne, giovani quando lei era più giovane, poi di mezza età o anziane, essendo la Munro classe 1931. Sono racconti che indagano le relazioni umane, viste attraverso la lente della vita quotidiana. I fatti narrati non hanno nulla di straordinario, rispecchiano fedelmente la realtà della vita nel suo quotidiano, eppure sono descritti in maniera tanto suggestiva, da rimanere indelebili. Pensieri, ricordi, e segreti possono convivere, riuscendo a trasformare il pettegolezzo in arte. In questo ricorda molto Jane Austen.

La prosa di Alice Munro, in apparenza lineare, “frammenta” il racconto, interrompendolo di continuo, tornando su se stesso, aggiungendo un episodio risalente al passato. Si hanno così digressioni temporali che creano diversi piani narrativi, dove il passato è trattato come fosse presente. In pratica l’autrice scrive di entrambi, cambiando solo l’orizzonte della memoria, con una tecnica realistica, che nel linguaggio risulta espressionista. I suoi racconti incantano, così come le sue descrizioni fatte di cose semplici e di eventi “futili”; questo parlare di “niente” che diventa preponderante e abbraccia la vita di tutti, perché si tratta di eventi che non necessitano ideazioni macchinose per potersi immedesimare. Lo spessore delle storie sta proprio in questo loro essere apparentemente elementari.

Nella prefazione di Lasciarsi andare di Margaret Atwood si legge: “Nell’opera di Alice Munro la grazia è ovunque, ma stranamente è nascosta: niente può essere previsto. Le emozioni prorompono. I pregiudizi si sgretolano. Le sorprese proliferano. Lo stupore balza fuori all’improvviso. Le azioni malvagie possono avere conseguenze positive. La salvezza giunge quando meno la si aspetta, e in forme singolari”. Questo è esattamente quello che Alice Munro ha trasmesso nelle 571 pagine di Lasciarsi andare. La speranza che accada l’impossibile e, quando sembra tutto perduto, l’essere umano possa salvarsi.

abc

Recensione di L’ incredibile viaggio del fachiro che restò chiuso in un armadio Ikea di Romain Puértolas

L' incredibile viaggio del fachiro che restò chiuso in un armadio Ikea (Einaudi, 2014), opera d’esordio dello scrittore di origini francoispaniche, classe 1975, Romain Puértolas, è la storia di un viaggio che, passando per Francia, Gran Bretagna, Spagna, Italia e Libia, diventa interiore e porta alla redenzione. Ajatashatru Lavash Patel è un indiano che vive di espedienti, proclamandosi fachiro. È descritto sulla quarantina, alto, secco e nodoso come un albero, con il viso olivastro e grandi baffi. Incurante di truffare il prossimo, cade preda di un assurdo capriccio di onnipotenza, e si fa pagare dai suoi adepti un biglietto aereo per Parigi. Deve recarsi all’Ikea, non presente in India, per aderire ad una promozione molto vantaggiosa, ovvero l’acquisto di un nuovo letto di chiodi, sul quale tutti credono che dorma, alla modica cifra di 99,99 euro.

Partito senza soldi, con un abito di seta lucido e il suo turbante migliore, ha in tasca una banconota falsa da 100 euro, stampata solo da un lato. Giunto all’aeroporto Charles de Gaulle, rimane vittima di un taxista gitano, Gustave, che intende truffarlo, chiedendogli più soldi del dovuto, ma che in realtà rimane, a sua volta, truffato dal fachiro stesso. Ajatashatru è incantato dal megastore svedese e, a causa di un contrattempo sulla consegna del letto, decide di passare lì la notte, fra i comodi letti, facendo anche un spuntino passando per il reparto ristorante. Nella notte però, il direttore e alcuni commessi fanno irruzione all’Ikea per sistemare alcune spedizioni e mandano in fumo i suoi piani. Al fachiro non rimane che nascondersi per evitare di essere individuato, ignaro del fatto che ci siano delle telecamere che lo hanno già ripreso. Entra in una armadio che viene subito imballato, posto all’interno di una cassa e trasferito su un camion. Direzione Inghilterra.

Da qui ha inizio tutta una serie di avventure rocambolesche e surreali, che lo porteranno a fare la conoscenza di persone che, con le loro storie, lo faranno riflettere, riportandolo sulla retta via. Verrà a contatto con la triste realtà dei clandestini e delle loro condizioni precarie; con la vita degli emigrati e le loro situazioni disumane pur di portare a casa qualche soldo per la propria famiglia, come nel caso del nigeriano Wiraj.

“Il fachiro non pianse come un vitello (sacro), ma una greve cappa di piombo era comunque caduta sulle sue fragili spalle. Un po’ come se si fosse trovato non dentro l’armadio, ma sotto, schiacciato dal peso delle rivelazioni, dei rimorsi, di quella vita che a volte poteva mostrarsi così dura e ingiusta”.

Molte saranno le persone che lo aiuteranno, credendo nella sua buona fede e dandogli fiducia. Dalla francesina Marie, conosciuta all’Ikea, che scoprirà di pensare un po’ troppo spesso; alla diva del cinema Sophie Marciò, che lo aiuterà a realizzare il suo sogno, e tanti altri, per i quali vale la pena cambiare, diventare un uomo nuovo ed iniziare a fare del bene. Ajatashatru, dopo avere rischiaro varie volte la vita, decide di dare l’addio al fachiro imbroglione e di intraprendere un’attività che lo ha sempre appassionato, quella di scrittore.

L'incredibile viaggio del fachiro che restò chiuso in un armadio Ikea è un romanzo ironico e ben scritto, che mette a confronto con la realtà tragica di chi è nato “dalla parte sbagliata del mare”. Una favola moderna che ci ricorda che al mondo, fortunatamente, esiste ancora la generosità del cuore umano.

abc

Recensione di Uno splendido disastro di Jamie McGuire

Uno splendido disastro è il romanzo d’esordio di Jamie McGuire, pubblicato da Garzanti nel maggio 2014. Narra la storia d’amore fra due ragazzi di diciannove anni, che si sono conosciuti alla Eastern University dove entrambi frequentano il primo anno di Università. Lui, Travis Maddox, bello e dannato, con un passato triste alle spalle, idolo di tutte le ragazze, che invece lui si limita ad “usare” per una notte e poi a “gettare via”. Non si è mai innamorato, non ha mai avuto una relazione seria, viaggia su una moto a velocità folle, e si mantiene gli studi combattendo clandestinamente nei sotterranei bui delle varie Facoltà. Ha un carattere stizzoso ed è incline ad attaccare briga con facilità. Lei, Abby Abernathy, classica brava ragazza amante dello studio, in realtà sta fuggendo dal suo passato, insieme all’amica America, una biondina che non le manda a dire, soprannominata “Mare”. Mare sta con Shepley, il cugino di Travis, e da lì, la conoscenza è breve. Abby e Trav si amano da subito, ma appaiono incapaci di ammetterlo, ostinandosi a voler rimanere solo amici. Travis rappresenta tutto quello da cui Abby sta fuggendo, non è il ragazzo adatto a lei. Stare con lui vorrebbe dire farsi del male, eppure… i due si attraggono in una maniera irresistibile, che va al di là della ragione. Come se soltanto quando sono insieme essi potessero completarsi. Dare un senso alla loro vita. Porre fine a quella solitudine che da sempre si portano dentro. A complicare il tutto, pretendenti vari, apprezzati e non, per entrambi, e una scommessa fra Travis e Abby, vinta da lui. La ragazza dovrà rimanere a casa sua e dormire nel suo letto per un mese. Questo sarà l’inizio di un periodo di esperienze che porterà entrambi a prendere delle decisioni.

Ho amato questo libro per diversi motivi. Riporta alla giovinezza, all’entusiasmo per il primo amore, che pensiamo sempre essere il più grande. La passione fra i due è descritta in maniera sapiente, con scene di sesso che risultano piacevoli e appassionanti. Ci si immedesima, si torna con la mente a quando anche noi eravamo giovani e belli e avevamo la fortuna di poter passare la notte col ragazzo che amavamo. Quel sentimento che pareva togliere il respiro, sembrava di non poter vivere senza di lui, di non potercene più separare. Tutti da giovani siamo stati impulsivi e stupidi. Tutti abbiamo avuto un ragazzo che, in un momento di stizza, per dimostrarci il suo amore, ha preso a calci una porta, oppure ha dato un pugno nel muro, suscitando la nostra preoccupazione. Perché la donna, come qui Abby, ha innata dentro di sé la “sindrome della crocerossina”, vuole e pensa di poter salvare l’amato. A ben guardare però, ora che siamo adulti, il rapporto fra Abby e Travis, per quanto appassionante, risulta malato. Lui è affetto da “sindrome di abbandono”, e a tratti si comporta come uno stalker. Agisce prendendola ossessivamente per mano, oppure in braccio, come se non vedesse in lei un essere capace di intendere e di volere, e soprattutto capace di camminare con le proprie gambe. Il suo tentativo di proteggerla, diventa una prigione per entrambi. Abby si riscatta nella seconda parte, quando inizia a prendersi la responsabilità delle sue azioni, e la smette di pensare che tutto quello che fa sia un obbligo.

In realtà è una ragazza che fa esattamente ciò che vorrebbe fare, ma non ha il coraggio di ammetterlo, e che sta volontariamente illudendo due uomini. Ad un lettore attento non sfugge nemmeno il fatto che i due se ne vadano sempre in giro in moto, ma non si accenni mai ad un casco. Capelli al vento e via. In realtà, ci sono alcune regole sociali che distinguono un uomo da una bestia. Il fatto che non si possa sempre agire secondo istinto, e non si possa sempre dire tutto quello che passa per la testa. Quindi Travis, che ha la brutta abitudine di aggredire tutti per un nonnulla, nella realtà sarebbe già stato querelato e arrestato. Ed incita alla violenza. Solitamente trovo che la descrizione degli abiti, di trucco e parrucco, tolgano spessore ad una storia, ma in questo caso, trattandosi di giovanissimi, credo che il lettore ne abbia bisogno. Aiutano a capire perché questi quattro ragazzi siano considerati tanto speciali, quando invece, ad un occhio critico ed impietoso, appaiono come quattro “poveretti” dalle reazioni eccessive. Nella seconda parte Travis perde un po’ del suo fascino. Il suo supplicare in continuazione Abby di non lasciarlo, fa insorgere il dubbio sulla sua sanità di mente. E poi, come mai se Abby lo ama tanto, nella scena dell’incendio, corre dalla parte opposta, avendo come unico pensiero quello di mettere in salvo se stessa? Me lo sono chiesto.

Succedono tante cose, nel corso della storia, che non vi svelerò. Così come non dirò nulla a proposito del finale. Consiglio questo libro a chi crede nella forza della giovinezza e vorrebbe viverne ancora l’entusiasmo. Ma è severamente vietato farsi troppe domande. In tal caso, insorgerebbero varie incongruenze e giungereste alle mie stesse conclusioni. Vedreste tutti quegli aspetti surreali di una storia che invece vorrebbe solo raccontare l’amore fra due ragazzi giovani e “difficili”.

abc

Recensione di La mappa dei ricordi perduti di Kim Fay

Ha esordito nel settembre del 2013 la scrittrice di origini statunitensi, Kim Fay, con il romanzo d’avventura La mappa dei ricordi perduti, edito da Neri Pozza nella collana “Le tavole d’oro”. Una storia che giunge dall’Oriente e ci riporta a scoprire un regno misteriosamente scomparso. Sono presenti ambientazioni in paesi asiatici, quali la Cina, il Vietman e la Cambogia, che la Fay conosce benissimo, essendo stata autrice di note guide turistiche sull’Asia, nonché creatrice di molti testi che parlano della cultura e della cucina dei paesi dell’est. L’approdo alla narrativa è quindi avvenuto in un mondo a lei congeniale.

Siamo nel 1925 e protagonista della storia è la giovane Irene Blum, che dalla morte dei genitori è stata allevata da Henry Simms, un amico del padre, grande collezionista d’arte, che le ha trasmesso la sua passione per la civiltà khmer. Una vera e propria ossessione, per meglio definirla. La ragazza aspira a diventare curatrice del museo che ha frequentato fin da piccola, ma trame ordite da parte di dirigenti maschilisti, deludono le sue aspettative. Irene si licenzia e vede andare in fumo i progetti di una vita. Il suo morale è a terra quando le si offre l’opportunità di iniziare un’avventura. Simms, ormai anziano, le chiede di seguire le tracce dell’antico tesoro dei khmer, che secondo un diario ritrovato in circostanze oscure, sarebbe nascosto in un misterioso tempio nel cuore della giungla cambogiana. Alcuni rotoli di rame narrerebbero la storia dell’antico popolo, andata perduta a causa della loro cattiva abitudine a conservare gli scritti. Irene accetta la sfida, per un desiderio di rivalsa nei confronti del museo che l’ha rifiutata, alla ricerca di quella fama che le permetterebbe di vendicarsi del torto subito. Se andasse a buon fine, si tratterebbe della scoperta più importante degli ultimi tempi. Inizia così un viaggio durante il quale la ricerca della storia del popolo khmer la porterà a ritrovare sé stessa. Lei e i suoi compagni avranno modo di prendere consapevolezza di sé, perché come scrive l’autrice: “Troppe persone si accontentano di un posto sicuro. Un posto in cui non fanno altro che dormire per poter sognare di vivere”. E poi, riferito al fatto che a volte si può anche non trovare ciò che si cerca, “ È la ricerca in se stessa ad avere importanza. È l’unica maniera di sapere che hai vissuto”.

La mappa dei ricordi perduti è una storia di amicizie e tradimenti, in una terra splendida, e al tempo stesso ostile. I membri della spedizione, sono mossi da interessi personali, che difficilmente trovano una condivisione. Attraverso una scrittura scorrevole e lineare, Kim Fay crea un romanzo al limite fra storia e avventura, dove luoghi e paesi esotici si materializzano davanti agli occhi del lettore. Egli ne sente gli odori, ne avverte l’esatto clima. Selezionato come miglior opera prima tra i romanzi finalisti del prestigioso premio Edgar Award 2013, consigliamo questo libro agli appassionati di archeologia e climi esotici, ma non solo. A tutti coloro che considerano la ricerca il motore che fa muovere il mondo.

abc

Recensione di Pane e tempesta di Stefano Benni

Montelfo è un paese magico in cui Stefano Benni si è sbizzarrito a creare una grande quantità di personaggi, travolti da situazioni ironiche e paradossali. Stiamo parlando di Pane e Tempesta, un libro edito da Feltrinelli, nella collana “I narratori”, nel 2009. Con irriverente comicità Benni ci riporta in uno di quei paesi d’altri tempi, dove tutti si conoscono e condividono tutto. Gli abitanti di Montelfo vedono il loro futuro minacciato da una crescente speculazione edilizia che vorrebbe impossessarsi della zona, per potervi creare un centro commerciale. Il nonno Stregone è il “deus ex machina” del gruppo, colui che detiene il più grande numero di storie antiche da narrare. I nomi sono suggestivi e significativi. C’è infatti Ispido Manidoro, che può riparare tutto e all’occasione anche bloccare gli ingranaggi delle ruspe che avanzano nel bosco; l’oste Trincone; Trincone Toro (quest’ultimo potete immaginare il perché); i cuochi Sofronia e Rasputin; la memoria storica del paese, Archimede detto Archivio; la parrucchiera Frida Fon; lo gnomo Kinotto; Simona Bellosguardo; gli adolescenti innamorati Alice e Piombino. Ma anche personaggi inquietanti, come la vecchia Mannara, sempre vestita di nero che raccoglie i cani randagi; oppure personaggi negativi come il sindaco Velluti, e il ricco Sibilio Settecanal, che tramano alle spalle dei cittadini. E ancora, la Gina Saltasù, Culobia giocatrice fortunata, Maria Sandokan, Giango e i fratelli Sgomberati.

Lo scopo comune è quello di salvare il mitico Bar Sport, luogo di incontro dei paesani, fin dai tempi antichi. Il libro è un insieme di racconti evocativi; episodi di saggezza popolare, comici e commoventi al tempo stesso. L’umanità appare sempre più in balìa delle lusinghe fatte dal dio denaro, l’uomo è avido e pretende. Ma rimane una memoria storica, tratta da esperienze di vita che si tramandano di generazione in generazione, che serve a conservare la speranza. E quando giungono i tempi duri, chi è abituato a mangiare “pane e tempesta”, come gli uomini della vecchia generazione, non ha nulla da temere.

“Piovi pure, cielo nero, grandina, e tu, vento, soffiaci contro! Noi abbiamo sempre mangiato pane e tempesta, e terremo duro”.

Pane e Tempesta é un mondo fantastico quello in cui ci conduce lo scrittore bolognese, un genere che egli riesce a descrivere in maniera magistrale. Il messaggio appare chiaro: è dall’unione che giunge la soluzione dei problemi. L’uomo solo è perduto.Pane e Tempesta é un libro consigliato a chi, al di là delle situazioni grottesche, riconosce in queste pagine la nostalgia per i tempi trascorsi, ed è consapevole che l’esistenza dell’uomo finisce, mentre le leggende sono immortali.

abc

Recensione di Il confine di Bonetti di Giovanni Floris

Il confine di Bonetti è il romanzo d’esordio del giornalista Giovanni Floris, il conduttore di Ballarò. Prima di cimentarsi nel campo della narrativa, egli aveva scritto saggi a carattere economico e politico. Pubblicato da Feltrinelli nel marzo 2014, nella collana “Fuochi”, il libro racconta la storia di un gruppo di amici romani, dalle avventure della loro adolescenza negli anni Ottanta, alla disgraziata conclusione della loro rimpatriata avvenuta oltre vent’anni più tardi. A raccontarla è il facoltoso e stimato notaio Roberto Ranò, quarantaseienne sposato con Ornella e padre di due figli. Ranò si trova in carcere a Rebibbia, per una storia che troverà un chiarimento solo alla fine e, attraverso una lunga confessione ad un pm, egli racconta di una generazione, quella degli anni Ottanta, che è stata anche la realtà in cui è cresciuto Floris. Nonostante egli abbia negato radici autobiografiche, si avverte che quell’atmosfera l’ha vissuta in pieno e che ne conserva un nitido ricordo. Lui, classe 1967.

In carcere Ranò è finito con gli amici di sempre, compagni di scuola persi di vista nell’età adulta e riapparsi per un’ultima “notte da leoni” finita male.

Il “confine” di cui si parla nel titolo è la linea che separa quello che si può fare da quello che invece è proibito. Il notaio Ranò, il regista in odore di oscar Marco Bonetti e tutti i loro amici, sono sempre stati abituati, fin dai tempi delle medie, a vivere sul confine. Ranò crescendo si allontana dall’amore per la trasgressione e perde il gusto della vita. E adesso, lì in prigione, a quasi cinquant’anni, se ne rende conto. E realizza che la parte migliore di sé l’ha data negli anni Ottanta, quando ancora riteneva che tutto fosse possibile. L’autore ha cercato di raccogliere nei suoi personaggi aspetti comuni che si trovano in ognuno di noi e nei quali ci possiamo identificare. Non vi è nostalgia per gli anni andati, bensì vi è il rimpianto per quel tempo in cui si aveva la sensazione di poter diventare qualunque cosa. In cui ci si sentiva tutti alla pari.

Nei ricordi di Ranò si rivivono gli anni Ottanta, con i riferimenti ai vestiti, alla musica, ai programmi tv che andavano di moda. L’amicizia fra uomini è cameratismo, dura a lungo, perché nascono meno invidie rispetto a quella fra donne. Ranò è un uomo normale, ora entrato in crisi, che odia il suo lavoro e la vita; il suo alter ego è sempre stato Bonetti, un ragazzo brillante e trasgressivo, che si è distinto per la fiducia in se stesso, che è riuscito a diventare un regista famoso. La sua regola è sempre stata “se non sfondi, cambia posto”. Sesso, droga e notti brave: gli ingredienti in questo debutto da romanziere di Floris ci sono tutti. La scrittura è fluida, ironica, e ci si trova spesso a fare delle sane risate. L’opera però contiene un problema esistenziale di fondo: come abbiamo perso di vista i sogni di quando eravamo giovani? È la domanda di base e lo scopo del libro è quello di riportarci un po’ tutti su quel “confine”.

abc

Ode a Jo Nesbo

Il thriller viene dalla Norvegia ed ha il talento di Jo Nesbo. In principio, parlando di Paesi Scandinavi, fu Stieg Larsson che con “Uomini che odiano le donne” ci ha regalato personaggi indimenticabili, quali Mikael Blomkvist e Lisbeth Salander. Poi è stata la volta di Henning Mankell che ci ha appassionato con le imprese del suo commissario di polizia Kurt Wallander. Da citare anche Anne Holt, Camilla Lackberg e Lisa Marklund. Ma sebbene questi siano i “giallisti” scandinavi più in voga, non c’è dubbio che lo scettro del thriller spetti a Jo Nesbo. Da circa una decina di anni, tutti i grandi scrittori di genere hanno “subito” la sua presenza, da quando ha esordito nel 2000 con “Il Pettirosso”, il primo romanzo della serie dedicata al detective Harry Hole. Emblematico il commento di James Ellroy, riferito proprio a Nesbo: “Il più grande scrittore al mondo di crime sono io. Poi c’è Jo Nesbo che mi sta alle calcagna come un pitbull rabbioso, pronto a prendere il mio posto, appena avrò tirato le cuoia”.

 

Jo Nesbo, la nuova penna del thriller

 

Jo Nesbo, nato a Oslo il 29 marzo (leggi la biografia completa) 1960 è balzato in testa alle classifiche dei paesi nordici e anche nel resto del mondo ha ben pochi rivali. Il segreto del suo successo sta nel protagonista delle sue storie, Harry Hole, il poliziotto dalle intuizioni geniali, con un’innata attitudine all’autolesionismo, tipica dell’ex alcolista; con le cicatrici e le menomazioni esibite sul suo corpo, testimonianza del male nel mondo. Con quell’aria distaccata e stanca di vivere, un “antieroe” in cui ci si identifica, perché non ha paura di confessare difetti e debolezze. Scenari truci, personaggi capaci delle peggiori nefandezze, descrizioni mai tediose, grande capacità di tenere alta l’attenzione del lettore con un susseguirsi infinito di colpi di scena. Nesbo  porta ad elaborare ragionamenti, che poi puntualmente spiazzano. È come se “precedesse” il lettore,  percepisse quello che pensa, e alla fine riuscisse nel suo intento di stupire. E immancabilmente fa centro.

header_jonesbo-1024x256

Personalità eclettica, quella di questo scrittore, che inizia la sua carriera lavorativa come calciatore professionista. In seguito diventa analista finanziario, oltre che cantante e compositore del gruppo rock “Di Derre” con il quale ancora si esibisce. Ad un certo punto scopre di avere un talento unico per la scrittura di “crime stories”. Oggi Jo Nesbo è uno degli autori di thriller più apprezzati al mondo. In libreria proprio in questi giorni, “Il Pipistrello”, che sta avendo un enorme successo. Si tratta, in realtà, non dell’ultima opera dell’autore, ma della prima. Il libro è stato pubblicato in Norvegia nel 1997, e ora finalmente è stato tradotto in italiano. È la prima avventura di Harry Hole, quella da cui tutto ha avuto inizio. Un trentaduenne ancora non completamente inaridito dalla vita, che è alle prese con il suo primo serial killer. La storia si svolge in Australia, dove Hole si è recato ad indagare sulla morte di una ragazza norvegese. Chi ha letto tutti i suoi libri, trova strano avere a che fare con un Hole ancora un po’ inesperto, che non vanta la sua solita sicurezza. Ma questa lettura è necessaria per capire alcuni passaggi nella vita del poliziotto.

Del 1998 è “The Cockroaches”, in versione ebook e purtroppo inedito in Italia. Ecco quindi tutti i romanzi che hanno Harry Hole come protagonista, e che hanno riscosso un enorme successo di pubblico: “Il Pettirosso” (2000), “Nemesi” (2002), “La stella del diavolo” (2003), “La ragazza senza volto” (2005), “L’uomo di neve” (2005), “Il Leopardo” (2009), “Lo spettro” (2011) e “Polizia” (2013). Nessun particolare è lasciato al caso, nei romanzi di Jo Nesbo. Harry Hole ha a che fare con assassini seriali, droga e corruzione alle alte sfere; rischia spesso la vita e vede morire attorno a sé le persone che ama, ma esce sempre vincitore perché riesce a mettersi nei panni del colpevole, a ragionare come lui. Illuminante il commento di Michael Connelly: “Jo Nesbo è il mio scrittore di thriller preferito e Harry Hole il mio nuovo eroe”. I fans condividono.

abc
INSTAGRAM
In lettura...
Un nuovo libro al giorno sui social: seguici!