Autore: Micol Borzatta

Recensione di L’uomo con due vite di Håkan Nesser

Ante Valdemar Roos è un uomo di sessant’anni insoddisfatto della vita e del suo rapporto con la moglie, Alice Ekman Roos. Non si sente capito da nessuno e tutti quelli che lo circondano, specialmente le figlie di lei, lo considerano un fallito.

Un giorno vince una piccola fortuna grazie a una schedina giocata, così decide di non dire nulla a nessuno e di comprarsi una casetta nel bosco idilliaca, in cui si costruisce una seconda vita. Conosce Anna Gambowska, una ragazza di vent’anni fuggita da un centro di recupero per tossicodipendenti e che, con chitarra e zaino in spalla, gira senza meta, fino a quando si imbatte nella casetta nel bosco.

A un certo punto però Ante non torna a casa e la moglie Alice chiede all’ispettore Gunnar Barbarotti di indagare. Il caso sembra semplice, fino a quando però non compare un cadavere.

Non gli importava se il carro attrezzi tardava. Non lo disturbava che Red Cow telefonasse per chiedergli se per caso non si fosse dato alla macchia. Non sentiva alcun bisogno di parlare con sua moglie né con nessun altro essere umano. Avrei dovuto nascere gatto, aveva pensato Ante Valdemar Roos. Sì, porca miseria, un bel gattone acciambellato al sole sul pendio dietro una stella, quello sì che sarebbe stato bello, ecco.

Da queste semplici parole, che più che una descrizione sono poesia, si riesce a capire perfettamente quale sia lo stato d’animo ed emotivo di Ante. Håkan Nesser, infatti, riesce a trasmettere tutta la spossatezza, l’insoddisfazione, la malinconia e l’infelicità del protagonista, facendoli provare in prima persona al nostro animo grazie a questa metafora poetica, ma molto incisiva e profonda, distruggendoci subito e in questo modo legandoci al protagonista.

Era un pianto positivo, volto a curare anche se sgorgava da un grande dolore. Non era la prima volta che pensava alla sua anima in quei termini. Come una povera pianticella che aveva bisogno di essere bagnata e nutrita per riuscire a farcela. Per crescere e andare a occupare il suo posto in questo mondo arido e inospitale. Ma quando la vita diventava troppo difficile, era meglio tenerla nascosta là sotto, nella terra gelata, fingendo che nemmeno esistesse. L’anima nella terra gelata. Oppure il contrario, la terra gelata nell’anima, si poteva dire anche così, e pareva un esercizio di ortografia delle medie.

Anche per il secondo personaggio protagonista, Anna Gambowska, si può notare una presentazione poetica, ma molto complessa, che trasmette perfettamente al cuore del lettore il dolore che prova. Un dolore profondo che la porta a cercare sollievo nella droga pur di non sentirlo, ma senza trovare, ovviamente, un rimedio. Un dolore che la porta a nascondere la sua anima fino a dimenticarsene e trasformarsi in un guscio vuoto. Dolore che sentiamo nostro legandoci a lei a doppio filo.

La vittima giaceva dietro la cantina interrata, proprio al margine del bosco ma abbastanza ben visibile a chiunque fosse entrato nella piccola proprietà. Un uomo giovane sui venti, trent’anni, all’apparenza, ma siccome diversi animali del bosco avevano banchettato con la sua faccia era difficile valutare in maniera più precisa. In ogni caso era steso sulla schiena, le braccia lungo i fianchi, e anche se forse si poteva discutere su come fosse morto, il sangue seccato che gli copriva la giacca celeste chiaro, più o meno dall’ombelico fino ai capezzoli, forniva un’indicazione abbastanza precisa. A quanto pareva, gli animali avevano banchettato anche in quel punto, e quando l’ispettore Barbarotti cercò di esaminarlo un po’ più da vicino per la seconda volta, non ebbe nessuna difficoltà a capire perché Espen Lund si fosse fatto pallido e taciturno.

Si può notare come anche nelle scene più crude, pur usando delle descrizioni molto evocative, che sanno far creare al lettore immagini molto ben definite, lo stile di L'uomo con due vite sia comunque molto delicato. Ovviamente qui si nota la mancanza di poeticità, che sarebbe stata fuori luogo, ma permette anche a chi è debole di stomaco di potersi gustare il romanzo e partecipare completamente alla storia senza risentirne.

Approfondimento

L'uomo con due vite è un romanzo giallo svedese completamente fuori dal comune, che riesce a conquistarci grazie allo stile poetico, leggero e delicato dell’autore, che arriva nel profondo dell’anima creando un legame empatico tra romanzo e lettore.

Il tempo narrativo è molto cadenzato ma non lento, pur mantenendo il classico ritmo tranquillo della narrativa scandinava.

Toccante, intrigante e molto profondo sa come stupirci e rapirci.

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Recensione di L’ombra della montagna di Gregory David Roberts

Da quando Khaderbhai è morto e ha consegnato l’organizzazione in mano a Sanjay, le cose sono di molto cambiate. A iniziare dal nome, infatti ora si chiama Sanjay Company, fino ad arrivare ai traffici. Sanjay infatti ha voluto aggiungere anche lo spaccio di droga e la gestione della prostituzione, attività che Khaderbhai non aveva mai voluto prendere in considerazione per rispetto del suo popolo.

Le cose iniziano ad andare male quando una partita di droga inizia a fare troppe vittime tra gli utilizzatori a causa della sua qualità. Lin decide a questo punto di uscire dall’organizzazione, ma per farlo deve fare un ultimo lavoro in Sri Lanka, ma mentre è via qualcuno uccide la sua fidanzata Lisa.

Al ritorno scopre che i colpevoli sono Concannon e Ranjit, il marito di Karla.

Inizia così una caccia spietata ai due assassini e un’avventura tra le montagne dal mentore di Kaderbhai, Idriss, per rimanere vivo.

Le forme della Fonte del tutto, la luminescenza, sono più numerose delle stelle nel firmamento e basta un pensiero buono per farle risplendere. Eppure un unico sbaglio può appiccare il fuoco a una foresta nel cuore, oscurando ogni luce nel cieli. Mentre l’errore continua ad ardere, un amore in frantumi o una fede smarrita ci fanno credere che sia tutto finito, che non ce la facciamo più. Non è vero. Non è mai vero. Non importa quali siano le nostre azioni, non importa dove ci siamo persi, la luminescenza non svanisce mai. Ogni cosa buona che muore dentro di noi può rinascere, se lo desideriamo con intensità. Il cuore non sa rinunciare, perché non sa mentire.

Come per il primo volume della duologia, Shantaram, troviamo un'apertura molto profonda e poetica, che descrive l'animo umano e la sua coscienza con metafore di una finezza inaudita, che catturano da subito il lettore e gli danno un'immagine perfetta di quello che è destinato a trovare nel resto delle pagine.

Guidare la moto è velocità in forma di poesia. Il delicato equilibrio tra elegante agilità e caduta fatale è una verità, e come tutte le verità porta il battito del cuore fino in cielo. I momenti eterni sulla sella sfuggono al flusso balbettante del tempo, dello spazio e dell’intenzione. Scorrendo su quelle ruote, in quel fiumi d’aria, in quel volo di spirito liberato, non esistono attaccamento, paura, gioia, odio, amore e rancore: è l’esperienza più vicina per alcuni uomini violenti - per quest’uomo violento - a uno stato di grazia.

Lo stile poetico di Gregory David Roberts si nota anche nelle descrizioni tecniche. Infatti un semplice viaggio in moto diventa un'esperienza spirituale unica che eleva l'animo umano liberandolo da tutte le limitazioni legate a sentimenti singoli e basilari dandogli una sensazione trascendentale di libertà assoluta.

Uno stile spettacolare che permette al lettore di affrontare descrizioni più materiali in modo profondo ma senza annoiarsi o rallentare la lettura.

Sanjay abbassò gli occhi, occhi freddi in un viso sensibile, mentre valutava le opzioni che aveva davanti. Sapevo che per la sua natura prudente avrebbe preferito evitare uno scontro e negoziare un accordo, anche con avversari rapaci come gli Scorpions. A Sanjay interessava l’accordo, e non come, quando e con chi lo stipulava. Era coraggioso e spietato, ma d’istinto tendeva sempre a trovare una via d’uscita. Era stato Sanjay a volere il tavolo da consiglio di amministrazione nella sala, e osservando la sua espressione dubbiosa e indecisa capii che la grande scrivania non era un simbolo di presunzione concreta della sua vera natura, pronta a negoziare e a trovare una ccordo. La poltrona alla destra di Sanjay era sempre vuota in memoria del suo amico d’ifanzia, Salman, morto combattendo nell’ultima guerra contro una banda rivale.

Bellissime le descrizioni riguardanti il mondo indiano, che spiegano dettagliatamente il funzionamento della distribuzione del potere, coinvolgendo così il lettore che riesce a capire la struttura politica e quindi riesce ad ambientarsi meglio in tutti quei processi vissuti da Lin, ma rimanendo sempre con uno stile molto leggero che permette di mantenere una lettura regolare, senza interruzioni e quindi il lettore mantiene l'attenzione sulla storia. Poesia che riesce anche a trasmettere alla perfezione il grande senso di onore, rispetto e lealtà che vige tra i componenti di una stessa banda, che pur essendo criminali sanno dare il cuore e quando lo fanno è per sempre come tra Sanjay e Salman.

Approfondimento

A differenza del primo romanzo, Shantaram, in L'ombra della montagna troviamo meno poesia, relegata solo alle parti descrittive, e molta più azione. La decisione presa da Roberts deriva dal fatto che tutta la parte spirituale e conoscitiva dell'India è stata scritta nel primo volume. In questo Lin è già parte integrante del sistema e la storia si concentra sulle sue battaglie per sopravvivere, per mantenere la promessa fatta a colui che trattava come un padre e alla Company che lo ha accolto come un fratello.

Non per questo il romanzo è meno profondo, anzi acquisisce ancora più profondità e conquista ancora di più l'anima del lettore perché tra le sue righe possiamo trovare il vero significato del concetto amicizia, del concetto fedeltà e del concetto famiglia.

L'ombra della montagna, come il romanzo che lo ha preceduto, insegna tantissimo e nonostante le sue mille e più pagine scivola via nella lettura che si arriva all'ultima senza accorgersene, e si vorrebbe che continuasse per altre mille, perché oramai Lin fa parte di noi e non vogliamo più lasciarlo andare.

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Recensione di Il respiro del fuoco di Federico Inverni

Quando la profiler Anna Wayne e il detective Lucas arrivano sulla scena del crimine, quello che vedono è shockante. Una distesa di corpi tutti vestiti di bianco vittime di un rogo immenso che li ha sterminati dentro al tempio che gestiva il reverendo Tobias Manne.

Tutto dà da pensare che sia la classica setta suicida che, manipolata dal reverendo, ha deciso di darsi fuoco per passare a una vita migliore, ma qualcosa con convince la Wayne. Quello che a prima vista sembra un suicidio di massa sembra assomigliare sempre di più a uno sterminio causato da mano esterna, una strage atroce provocata da una mano che sapeva perfettamente cosa stava facendo e che ci provava anche gusto.

A dare man forte alle intuizioni della profiler saranno lo scoppio di altri roghi che coinvolgeranno tutta la città, obbligando Wayne e Lucas ad accelerare le loro indagini per trovare il Killer, e per farlo dovranno ricostruire una per una tutte le storie e le vite delle vittime. Questo però li porterà a dover riaffrontare alcune vicende del loro passato che metterà in crisi la fiducia che provano l’uno per l’altra.

“Ho le mani legate, bloccate dietro la schiena. Sento il pavimento levigato sotto di me, una parete dietro le mie spalle, ogni cosa è liscia e scivolosa. La nuca... La nuca mi fa male. Non sento nulla sopra gli occhi, non sono bendati, perciò sono le tenebre a renderli ciechi. La mia bocca non può aprirsi. Se potesse farlo, forse urlerei. O forse ingoierei questo buio per lasciare che poi sia questo buio a ingoiare me. Se questa è la morte, se questa è la mia morte, forse presto smetterà. Forse presto questa morte passerà.”

Già subito all'inizio l'autore vuole conquistare il lettore con una dose di adrenalina pura, lo vuole rendere dipendente dalla trama e dalla storia, portandolo così in uno stato di ansia e partecipazione tali da essere sicuro di averlo obbligato a rimanere incollato alle pagine fino alla fine della lettura, impedendogli di staccarsi, se non fisicamente, con la mente e con l'anima. Infatti il lettore si ritrova già catturato e inglobato nelle vicende, come se fosse intrappolato dentro a un vortice, e quando è costretto dagli impegni quotidiani a staccarsi dalle pagine, non potrà però non continuare a pensare alla storia in attesa di un'altra dose.

“Le vesti, la pelle di quei corpi. Tutto era bianco. Avevo quasi l’impressione di muovermi sott’acqua. Osservai i corpi distesi a terra, sopra i cuscini. Quel silenzio che rallentava il tempo era creato dalle cantilene salmodianti che quegli uomini non avrebbero più intonato. Dalle parole che quelle madri non avrebbero più rivolto ai loro figli. Dai sermoni ipnotici che il reverendo Tobias Manne non avrebbe più declamato. Eravamo impietriti dietro le nostre mascherine e gli occhiali protettivi, dentro le tute bianche e le cuffie e i copriscarpe e i guanti. Ammutolimmo, fermi a pochi passi oltre l’ingresso dell’enorme pagoda.”

Anche durante i momenti più macabri e le descrizioni più cruente, Inverni riesce sempre e comunque a mantenere un tono delicato e diplomatico, un tono che pur trasmettendo la scena al lettore nei minimi dettagli, gli permette, in caso di lettore con stomaco debole o troppo sensibile, di partecipare e vivere il momento senza stare male o rimanere shockato perdendolo per la strada, conquistandosi così un target maggiore di pubblico.

“«È questa, la radice dell’umana esistenza; ed è questo il suo senso: far sì che la visione di un uomo diventi il sogno di un altro.»”

Attraverso dialoghi e messaggi di propaganda, l'autore riesce a trasmettere al lettore i precetti che la Setta protagonista utilizza per tenere i seguaci legati a sé, come in questo caso la paura, senza doversi barcamenare tra lunghe descrizioni esterne alla trama che creerebbero il rischio che il lettore possa annoiarsi e abbandonare la lettura, perdendo quel legame che ha saputo costruire fin dall'inizio.

 

Approfondimento

Federico Inverni è lo pseudonimo di un autore italiano che, nonostante l’anonimato, comunica con tutti i suoi lettori tramite i social network.

Già autore del romanzo Il prigioniero della notte, in cui troviamo per la prima volta Anna Wayne e Lucas, questo è il suo secondo romanzo.

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Recensione di Il mio segreto di Kathryn Hughes

Giugno 1975.

Mary e Thomas Roberts sono due giovani sposini. Lui lavora nelle miniere, mentre lei gestisce una pensione. Da tempo stanno provando ad avere un figlio, senza risultati, ma la speranza persiste.

Un giorno di giugno, mentre Thomas si reca a fare il turno di notte, Mary va dal medico per ritirare degli esami e il risultato è positivo.

Mary finalmente è incinta.

La felicità dura poco però. Quella notte infatti la chiamano dalla miniera, il marito è rimasto bloccato a causa di un’esplosione con altri settantanove minatori.

Mary si reca subito sul luogo dell’incidente e sente altre esplosioni. I soccorritori comunicano che non ci sono superstiti.

Tornata a casa Mary sente dei crampi fortissimi alla pancia, corre in bagno e trova del sangue.

Marzo 2016.

Beth e il Marito Michael si recano in ospedale subito dopo il funerale di Mary Roberts, la madre di Beth, per raggiungere Jake, il figlio di cinque anni.

Il medico comunica loro che Jake necessita di un trapianto di rene, ma nessuno dei due è compatibile con il figlio. Beth cerca allora tra i parenti e scopre così di essere stata adottata.

Inizia una ricerca disperata dei suoi genitori biologici per vedere di riuscire a salvare la vita di suo figlio.

“Continuava a ripetersi le parole del dottore: «Mrs. Roberts, sono lieto di informarla che è incinta». Dopo tre anni di patemi, falsi allarmi e cocenti delusioni, sarebbero diventati una famiglia e lei non vedeva l’ora di dirlo a Thomas.”

La scelta dell’autrice di non entrare fin da subito nel fulcro della storia, ma di partire un po’ prima è ottimale. In questo modo ci permette di conoscere bene i protagonisti, capire chi sono e affezionarci a loro, sentendo nostro il loro dolore, la loro ansia e le loro sensazioni.

“Anche la madre di Beth amava moltissimo Jake; era il suo unico nipote e stravedeva per lui. Annoiava le amiche parlando di lui, teneva in borsa una sua foto che non vedeva l’ora di mostrare a tutti e gli dedicava quello che per lei era il dono più prezioso: il suo tempo. Quando Jake era con lei, le pentole restavano nel lavello e i mestieri potevano aspettare, Per questo Beth non capiva proprio perché Mary non avesse condiviso le informazioni che avrebbero potuto salvargli la vita; era un mistero che sua madre aveva portato con sé nella tomba.”

Piccoli indizi che portano a sospettare di un grande mistero sono sparsi, nemmeno troppo velatamente, ovunque, portandoci a fare mille domande e mille ipotesi.

“Lesse la lettera una seconda volta, poi una terza. Aveva la gola secca e si sentiva come stordita. Si rialzò a fatica e barcollò verso la porta sul retro. Le dita le tremavano al punto di non riuscire a girare la chiave nella toppa. Quando finalmente Beth aprì la porta, uscì appena in tempo per vomitare nell’aiuola.”

La bravura di Kathryn Hughes è proprio quella di saper tenere viva e accesa la nostra curiosità, dandoci informazioni frammentarie e non complete, spingendoci così a voler continuare assolutamente la lettura per scoprire quello che ci manca e colmare le lacune. Una curiosità continua creatrice di una frenesia incolmabile.

Approfondimento

Romanzo completo e molto profondo che mischia vari generi e tocca anche argomenti molto delicati, come l’adozione e il quotidiano che devono vivere le persone in dialisi e i loro familiari.

Storia e personaggi molto complessi ma molto ben sviluppati ci guidano in un viaggio di scoperte interiori e battaglie personali.

Commovente e appassionante è una lettura che non si può abbandonare, nemmeno una volta finito.

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Recensione di Non tornare indietro di Sophie Hannah

Spilling. In una normale mattinata, Nicki sta portando il borsone da ginnastica al figlio a scuola, perché lo aveva dimenticato a casa. la strada però è chiusa da un posto di blocco. Nicki pensa di riconoscere uno dei poliziotti, così per non essere vista fa inversione e si allontana.

Il posto di blocco è causato dalla polizia che sta mettendo il perimetro intorno a una villetta dove quella mattina è stato ucciso il famoso opinionista Damon Blundy. Due delle cose più strane sono una frase scritta sul muro “Non è meno morto” e il fatto che una telecamera ha visto l’auto di Nicki passare ben otto volte nelle vicinanze della casa dopo aver fatto, nel primo viaggio, un’inversione totale per allontanarsi dalla polizia.

Come se tutto questo non bastasse, qualche giorno dopo uno strano messaggio fin troppo dettagliato compare su un sito d’incontri.

La polizia non sa più da che parte girarsi e Nicki non sa come discolparsi. Dovrebbe dire la verità, ma il segreto che nasconde è troppo grande e pericoloso.

“UOMINI CHE CERCANO DONNE   IntimateLinks>uk>messaggi personali Rispondi a: 22547652@indiv.intimatelinksUK.org Postato: 04-07-2013, 16:17 GMT   Cerco una donna con un segreto LOCALITÀ: OVUNQUE TU SIA

Già dall’apertura del romanzo si rimane spiazzati. Nelle prime pagine infatti troviamo un lungo messaggio postato da uno sconosciuto che cerca una donna particolare e per farlo dà come unico indizio la descrizione nei minimi particolari di un omicidio avvenuto qualche giorno prima. Informazioni che solo la polizia e l’assassino possono sapere, però chiede all’assassina, perché lui è convinto che sia una donna, di palesarsi. Se il detto un libro si giudica dalle prime venti pagine queste prime sono perfette, catturano subito l’attenzione incuriosendoci e aggiudicandosi la nostra voglia di continuare la lettura.

“Perciò quello che ho davanti sarà un altro poliziotto. Non può essere lui. È stata la mia colpa ad attirarlo verso di me l’altra volta. Ma oggi sono innocente. Sono innocente da più di tre settimane.”

Se già l’inizio del romanzo non ci fosse bastato per incuriosirci, ecco che l’autrice ci butta lì pensieri molto misteriosi e ambigui della protagonista, che oltretutto vediamo scappare quando vede il poliziotto, temendo di essere vista e riconosciuta.

“Quel «meno» mi vibra nella mente. Non è meno morto. Cosa significa? La frase ha un che di familiare. La associo a qualcosa nella mente: la debole, vaga sembianza di un ricordo. Svanisce prima che riesca ad afferrarlo.”

Per tutta la durata della lettura l’autrice continuerà a darci informazioni ambigue, portandoci a chiederci come sia realmente collegata Nicki, se solo per un caso fortuito (il borsone dimenticato, la figlia che ha vomitato, l’uscita pomeridiana dei figli da scuola) che l’ha portata a passare otto volte vicino al posto di blocco e basta, o se per davvero nasconde qualcosa legato alla vittima e all’omicidio, oltre al grandissimo segreto sul suo passato che la porta ad avere perennemente un’aria colpevole.

 

Approfondimento

Ottimo thriller psicologico, non delude le aspettative a cui Sophie Hannah ci ha abituato, e che conferma ancora una volta la validità e la bravura dell’autrice. Arricchito da suspance e colpi di scena, non possiamo che rimanere legati alla lettura scoprendo come le menzogne possano essere insidiose con il loro potere distruttivo.

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Recensione di L’uomo con due vite di Hakan Nesser

Ante Valdemar Roos è un uomo di sessant’anni insoddisfatto della vita e del suo rapporto con la moglie, Alice Ekman Roos.

Non si sente capito da nessuno e tutti quelli che lo circondano, specialmente le figlie di lei, lo considerano un fallito. Un giorno vince una piccola fortuna grazie a una schedina giocata, così decide di non dire nulla a nessuno e di comprarsi una casetta nel bosco idilliaca, in cui si costruisce una seconda vita. Un giorno conosce Anna Gambowska, una ragazza di vent’anni fuggita da un centro di recupero per tossicodipendenti e che, con chitarra e zaino in spalla, gira senza meta, fino a quando si imbatte nella casetta nel bosco.

Un giorno però Ante non torna a casa e la moglie Alice chiede all’ispettore Gunnar Barbarotti di indagare. Il caso sembra semplice, fino a quando però non compare un cadavere.

“Non gli importava se il carro attrezzi tardava. Non lo disturbava che Red Cow telefonasse per chiedergli se per caso non si fosse dato alla macchia. Non sentiva alcun bisogno di parlare con sua moglie né con nessun altro essere umano.

Avrei dovuto nascere gatto, aveva pensato Ante Valdemar Roos. Sì, porca miseria, un bel gattone acciambellato al sole sul pendio dietro una stella, quello sì che sarebbe stato bello, ecco.”

Da queste semplici parole, che più che una descrizione sono poesia, si riesce a capire perfettamente quale sia lo stato d’animo ed emotivo di Ante. L’autore infatti riesce a trasmettere tutta la spossatezza, l’insoddisfazione, la malinconia e l’infelicità del protagonista, facendoli provare in prima persona al nostro animo grazie a questa metafora poetica, ma molto incisiva e profonda, distruggendoci subito e in questo modo legandoci al protagonista.

“Era un pianto positivo, volto a curare anche se sgorgava da un grande dolore.

Non era la prima volta che pensava alla sua anima in quei termini. Come una povera pianticella che aveva bisogno di essere bagnata e nutrita per riuscire a farcela. Per crescere e andare a occupare il suo posto in questo mondo arido e inospitale. Ma quando la vita diventava troppo difficile, era meglio tenerla nascosta là sotto, nella terra gelata, fingendo che nemmeno esistesse.

L’anima nella terra gelata. Oppure il contrario, la terra gelata nell’anima, si poteva dire anche così, e pareva un esercizio di ortografia delle medie.”

Anche per il secondo personaggio protagonista, Anna Gambowska, si può notare una presentazione poetica, ma molto complessa, che trasmette perfettamente al cuore del lettore il dolore che prova. Un dolore profondo che la porta a cercare sollievo nella droga pur di non sentirlo, ma senza trovare, ovviamente, un rimedio. Un dolore che la porta a nascondere la sua anima fino a dimenticarsene e trasformarsi in un guscio vuoto. Dolore che sentiamo nostro legandoci a lei a doppio filo.

“La vittima giaceva dietro la cantina interrata, proprio al margine del bosco ma abbastanza ben visibile a chiunque fosse entrato nella piccola proprietà. Un uomo giovane sui venti, trent’anni, all’apparenza, ma siccome diversi animali del bosco avevano banchettato con la sua faccia era difficile valutare in maniera più precisa. In ogni caso era steso sulla schiena, le braccia lungo i fianchi, e anche se forse si poteva discutere su come fosse morto, il sangue seccato che gli copriva la giacca celeste chiaro, più o meno dall’ombelico fino ai capezzoli, forniva un’indicazione abbastanza precisa. A quanto pareva, gli animali avevano banchettato anche in quel punto, e quando l’ispettore Barbarotti cercò di esaminarlo un po’ più da vicino per la seconda volta, non ebbe nessuna difficoltà a capire perché Espen Lund si fosse fatto pallido e taciturno.”

Si può notare come anche nelle scene più crude, pur usando delle descrizioni molto evocative, che sanno far creare al lettore immagini molto ben definite, lo stile sia comunque molto delicato. Ovviamente qui si nota la mancanza di poeticità, che sarebbe stata fuori luogo, ma permette anche a chi è debole di stomaco di potersi gustare il romanzo e partecipare completamente alla storia senza risentirne.

Approfondimento

Romanzo giallo svedese completamente fuori dal comune, che riesce a conquistarci grazie allo stile poetico, leggero e delicato dell’autore, che arriva nel profondo dell’anima creando un legame empatico tra romanzo e lettore.

Il tempo narrativo è molto cadenzato ma non lento, pur mantenendo il classico ritmo tranquillo della narrativa scandinava.

Toccante, intrigante e molto profondo sa come stupirci e rapirci.

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Recensione di L’ombra della montagna di Gregory David Roberts

Da quando Khaderbhai è morto e ha consegnato l’organizzazione in mano a Sanjay, le cose sono di molto cambiate. A iniziare dal nome, infatti ora si chiama Sanjay Company, fino ad arrivare ai traffici. Sanjay infatti ha voluto aggiungere anche lo spaccio di droga e la gestione della prostituzione, attività che Khaderbhai non aveva mai voluto prendere in considerazione per rispetto del suo popolo.

La cose iniziano ad andare male quando una partita di droga inizia a fare troppe vittime tra gli utilizzatori a causa della sua qualità. Lin decide a questo punto di uscire dall’organizzazione, ma per farlo deve fare un ultimo lavoro in Sri Lanka, ma mentre è via qualcuno uccide la sua fidanzata Lisa. Al ritorno scopre che i colpevoli sono Concannon e Ranjit, il marito di Karla.

Inizia così una caccia spietata ai due assassini e un’avventura tra le montagne dal mentore di Kaderbhai, Idriss, per rimanere vivo.

“Le forme della Fonte del tutto, la luminescenza, sono più numerose delle stelle nel firmamento e basta un pensiero buono per farle risplendere. Eppure un unico sbaglio può appiccare il fuoco a una foresta nel cuore, oscurando ogni luce nel cieli. Mentre l’errore continua ad ardere, un amore in frantumi o una fede smarrita ci fanno credere che sia tutto finito, che non ce la facciamo più. Non è vero. Non è mai vero. Non importa quali siano le nostre azioni, non importa dove ci siamo persi, la luminescenza non svanisce mai. Ogni cosa buona che muore dentro di noi può rinascere, se lo desideriamo con intensità. Il cuore non sa rinunciare, perché non sa mentire.”

Come per il primo volume della duologia, Shantaram, troviamo un'apertura molto profonda e poetica, che descrive l'animo umano e la sua coscienza con metafore di una finezza inaudita, che catturano da subito il lettore e gli danno un'immagine perfetta di quello che è destinato a trovare nel resto delle pagine.

“Guidare la moto è velocità in forma di poesia. Il delicato equilibrio tra elegante agilità e caduta fatale è una verità, e come tutte le verità porta il battito del cuore fino in cielo. I momenti eterni sulla sella sfuggono al flusso balbettante del tempo, dello spazio e dell’intenzione. Scorrendo su quelle ruote, in quel fiumi d’aria, in quel volo di spirito liberato, non esistono attaccamento, paura, gioia, odio, amore e rancore: è l’esperienza più vicina per alcuni uomini violenti - per quest’uomo violento - a uno stato di grazia.”

Lo stile poetico dell'autore si nota anche nelle descrizioni tecniche. Infatti un semplice viaggio in moto diventa un'esperienza spirituale unica che eleva l'animo umano liberandolo da tutte le limitazioni legate a sentimenti singoli e basilari dandogli una sensazione trascendentale di libertà assoluta.

Uno stile spettacolare che permette al lettore di affrontare descrizioni più materiali in modo profondo ma senza annoiarsi o rallentare la lettura.

“Sanjay abbassò gli occhi, occhi freddi in un viso sensibile, mentre valutava le opzioni che aveva davanti. Sapevo che per la sua natura prudente avrebbe preferito evitare uno scontro e negoziare un accordo, anche con avversari rapaci come gli Scorpions. A Sanjay interessava l’accordo, e non come, quando e con chi lo stipulava.

Era coraggioso e spietato, ma d’istinto tendeva sempre a trovare una via d’uscita. Era stato Sanjay a volere il tavolo da consiglio di amministrazione nella sala, e osservando la sua espressione dubbiosa e indecisa capii che la grande scrivania non era un simbolo di presunzione concreta della sua vera natura, pronta a negoziare e a trovare un accordo.

La poltrona alla destra di Sanjay era sempre vuota in memoria del suo amico d’infanzia, Salman, morto combattendo nell’ultima guerra contro una banda rivale.”

Bellissime le descrizioni riguardanti il mondo indiano, che spiegano dettagliatamente il funzionamento della distribuzione del potere, coinvolgendo così il lettore che riesce a capire la struttura politica e quindi riesce ad ambientarsi meglio in tutti quei processi vissuti da Lin, ma rimanendo sempre con uno stile molto leggero che permette di mantenere una lettura regolare, senza interruzioni e quindi il lettore mantiene l'attenzione sulla storia. Poesia che riesce anche a trasmettere alla perfezione il grande senso di onore, rispetto e lealtà che vige tra i componenti di una stessa banda, che pur essendo criminali sanno dare il cuore e quando lo fanno è per sempre come tra Sanjay e Salman.

 

Approfondimento

A differenza del primo romanzo, Shantaram, in questo troviamo meno poesia, relegata solo alle parti descrittive, e molta più azione. La decisione presa dall'autore deriva dal fatto che tutta la parte spirituale e conoscitiva dell'India è stata scritta nel primo volume. In questo Lin è già parte integrante del sistema e la storia si concentra sulle sue battaglie per sopravvivere, per mantenere la promessa fatta a colui che trattava come un padre e alla Company che lo ha accolto come un fratello.

Non per questo il romanzo è meno profondo, anzi acquisisce ancora più profondità e conquista ancora di più l'anima del lettore perché tra le sue righe possiamo trovare il vero significato del concetto amicizia, del concetto fedeltà e del concetto famiglia.

Un romanzo che come il primo insegna tantissimo e no ostante le sue mille e più pagine scivola via nella lettura che si arriva all'ultima senza accorgersene, e si vorrebbe che continuasse per altre mille, perché oramai Lin fa parte di noi e non vogliamo più lasciarlo andare.

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Recensione di The Revival di Chris Weitz

Donna sarebbe rimasta volentieri a Cambridge, lì la Malattia non è arrivata, la civiltà è normale e la vita prosegue perfetta, ma deve tornare a New York per Jefferson. Deve aiutarlo per distribuire la Cura e per comunicare le nuove notizie sulla Malattia. Jefferson però non è come se lo ricordava. Durante la sua assenza è cresciuto e maturato. Ha dovuto prendere molte scelte difficili, e purtroppo le difficoltà non sono ancora finite. Ora però sono di nuovo insieme e possono aiutarsi e sostenersi a vicenda per salvare il mondo e loro stessi.

“Wakefield: «Non sembra tanto grave. Non vedo problemi nella Zona A». La Zona A è Central Park. Io: «Si fidi, è meglio andare a Randall’s Island». Cerco di ricordarmi l’espressione giusta. «Alla Zona C. Non si può sapere cosa succede nel parco, cioè nella Zona A. Possono esserci dei fuori di testa con arco e frecce nascosti tra i cespugli. Le cose rischiano di farsi serie, là sotto.» Wakefield: «Credo che ce la caveremo».”

Stile dei dialoghi molto particolare, più adatto a un copione che a un romanzo, che se da una parte portano il lettore a credere di essere personalmente con i personaggi e seguire i discorsi dal vivo, oltre a dar rilievo al ruolo di sceneggiatore dell'autore, dall'altro non trasmettono quelle piccole sfumature riguardanti al tono di voce, all'espressione del viso e alle movenze che vengono usate quando si parla, rendendo il tutto molto sterile e freddo.

“Chapel ci aveva attirati con menate molto idealiste e altruiste, tipo che voleva salvare tutti noi poveri piccoli stronzi post-apocalittici. Altrimenti mica l’avremmo aiutato. Ma qualcosa in tutta questa storia, a partire dal fatto di essere stata usata dal governo, mi fa pensare che in questa partita nessuno sia innocente. Tranne Jefferson. Di tutti quelli che conosco, lui è l’unico che sarebbe rimasto fedele ai propri principi. Lui non avrebbe mai accettato compromessi.”

Come nei precedenti romanzi, anche in questo finale di trilogia troviamo descritta l'unione tra Donna e Jefferson con frasi all'apparenza brevi e semplici, ma di un'intensità e una forza che quasi stravolge il lettore, portandolo immediatamente a ricreare quel legame epatico che si era instaurato nei precedenti due volumi.

“Devo starci attento, a fare male alla gente senza pensarci. Faccio un giretto intorno al bancone, riprendo fiato, perché suonarle a quel tizio richiede energia. Alzo gli occhi verso il soffitto a volta, poi li riabbasso verso i fratelli seduti intorno al tavolo di formica sulle vecchie sedie girevoli di pelle come se stessero aspettando il pranzo. Concentro l’attenzione sul prigioniero. Lui sorride, ed è molto sinistro dato che ha il naso rotto e un filo di sangue gli contorna i denti. Hai finito? dice. Penso che l’uomo ha le palle, non è il tipico ammasso piagnucolante che portiamo lì di solito.”

Durante la narrazione si capisce subito, grazie allo stile linguistico scelto dall'autore, che a narrare la storia sono dei ragazzi. Infatti oltre alla cadenza prettamente adolescenziale, si ritrovano perfettamente gli stampi comportamentali e mentali tipici di quell'età, ben descritti e caratterizzati minuziosamente.

Approfondimento

La storia alla base della trilogia è davvero molto coinvolgente e avvincente, ma fin da subito, e per tutta la durata dei tre romanzi, ricorda e riprende sia la storia che i temi fondamentali del romanzo Il signore delle mosche.

Ottima la scelta di Chris Weitz di scrivere ogni capitolo con una voce narrante diversa, dando così modo al lettore di poter vivere il punto di vista di tutti i personaggi principali, e specialmente di poter seguire gli avvenimenti che accadono a diversa distanza uno dall'altro.

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Recensione di La donna che cancellava i ricordi di Brian Freeman

Francesca Stein, detta Frankie, è una psicologa molto famosa a San Francisco. Sposata con un neurologo, Frankie si occupa di curare militari al ritorno dalle missioni o persone affette da forti fobie che impediscono il normale svolgimento della vita. Il suo metodo terapeutico consiste nell'ipnotizzare i suoi pazienti e poi andare a rimuovere o modificare i ricordi traumatici così da eliminare la fobia conseguita.

Frost Easton, detective della Omicidi, non crede a queste tecniche, e le sue convinzioni vengono confermate quando tre pazienti della dottoressa muoiono in circostanze anomale dopo aver perso la testa. Per poter risolvere il caso Frost è obbligato, nonostante la sua riluttanza, a collaborare con Frankie. Il loro lavoro congiunto sarà l’unico modo che hanno per poter catturare il Serial Killer.

Lucy slacciò la cintura di sicurezza. Aprì la portiera, ma quando provò a scendere vide l’acqua nera oltre il parapetto e le sue gambe si fecero di piombo. Uno spasmo la costrinse a serrare le ginocchia. Riusciva a pensare solo all'altezza. Al vento. All'acqua. Alla caduta. Non poteva uscire dall'auto.

Già nelle primissime pagine si può trovare una delle meravigliose descrizioni che Brian Freeman fa in La donna che cancellava i ricordi. Infatti usando un linguaggio molto semplice e aiutandosi con frasi brevissime e spezzate, Freeman riesce a farci assaporare appieno sia i sentimenti che sta provando Lucy in quel momento, trasmettendoci in modo concreto e palpabile l’ansia e l’angoscia provate, facendole diventare nostre, ma riesce anche a darci uno stralcio della personalità e del carattere di Lucy, descrivendone così i pensieri e gli atteggiamenti, senza doversi dilungare in descrizioni infinite esterne alla trama, dando tridimensionalità senza rallentare la lettura o annoiarci.

Fuori campo, si udì un grido di donna. C’erano tanti tipi di grida, ma quello era uno che Frost non aveva mai sentito prima. Un urlo che proveniva da un buco nero, un luogo in cui la morte era preferibile alla vita.

Bellissime le descrizioni riguardanti i momenti di maggior tensione, quasi horror, in cui Freeman utilizza un linguaggio quasi poetico, ma non per questo troppo leggero. Anzi, con la sua bravura riesce in questo modo a far penetrare la paura fin nel profondo delle nostre ossa, facendoci provare un gelo interiore come se fossimo circondati dal ghiaccio pur essendoci in realtà trenta gradi.

Ogni volta che un ricordo veniva tirato giù dallo scaffale della memoria e poi rimesso a posto, non era più quello di prima. I terapisti avevano un nome per questo processo: riconsolidamento mnestico.

Anche nelle parti più tecniche, in cui si nota l’impegno di Freeman a informarsi sull'argomento, il linguaggio rimane semplice e il ritmo scorrevole, così possiamo imparare nozioni nuove senza perdere il filo della trama, comprendendo maggiormente l’ambientazione in cui essa si svolge.

Approfondimento

La donna che cancellava i ricordi è un romanzo davvero avvincente, conturbante e per alcuni tratti sconvolgente.

Nonostante l’argomento ipnosi sia stato usato molto spesso in romanzi e serie TV, vedi ad esempio i libri di Kepler, in cui viene utilizzato per compiere rapine, omicidi e altro, Brian Freeman riesce a costruirci intorno una trama originalissima che tutto sembra tranne che inventata, fattore che denota ancora di più la bravura dell’autore.

Un thriller psicologico che gioca non solo con la mente dei suoi protagonisti, ma anche con la mente di noi lettori.

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abc

Recensione di Quello che l’acqua nasconde di Alessandro Perissinotto

Edoardo Rubessi, famosissimo genetista candidato al premio Nobel, dopo aver passato trentacinque anni in America, dove si è sposato e ha messo su famiglia, è tornato in Italia, a Torino sua città natale, per continuare il suo lavoro sui bambini malati.

Edoardo però non è sempre stato una persona irreprensibile, tant’è che della sua gioventù non conosce nulla nemmeno sua moglie Susan. Ed è proprio quel passato, che lui vuole continuare a tenere nascosto, che invece inizia a perseguitarlo nei panni del vecchio. Il problema è che non sarà solo lui a doverlo affrontare e pagarne le conseguenze, ma principalmente sarà proprio Susan ad averci a che fare. Spinta dalla voglia di conoscere l’uomo che ha sposato, rivivrà tutti gli orrori che il tempo ha nascosto ma non cancellato.

Il terzo e più raccapricciante particolare consiste infine nel fatto che quella figura umana, così nera che pare ancora fumare e odorare di bruciato anche in fotografia, non è un cadavere: l’uomo carbonizzato sulla sedia è ancora vivo e cosciente. Lo hanno appena “spento”, forse con un soprabito, forse con dell’acqua, e sta aspettando l’ambulanza.

Dopo una descrizione così cosa si può dire? Siamo all’inizio di Quello che l'acqua nasconde, in cui la voce narrante sta parlando del suo ricordo di una fotografia. Quindi si può definire che la scena sia di terza mano, chi la descrive non era presente, quindi un qualcosa di lontano, ma la profondità e l’intensità con cui viene raccontata la scena è un pugno nello stomaco, ti lascia interdetto, incuriosito e smanioso di cercare di capire come può proseguire la storia, perché se queste sono le premesse, le aspettative sono alte.

C’è nella morte casuale, nella beffa del destino, un di più di tragedia. Il trovarsi, come si dice, nel posto sbagliato al momento sbagliato, accresce, in chi resta, il senso di ingiustizia, come se, altrimenti, la morte avesse anche un lato giusto, ragionevole, domestico.

Una narrazione completa, che riesce a essere accattivante e profonda anche quando cerca di descrivere un semplice modo dire, constatando come un avvenimento che poteva essere comico, ma che per semplice fatalità si è concluso in una strage colpendo poveri innocenti in modo casuale. Filosofeggiando sul significato della fatalità e sul significato che diamo, un po’ per rimanere tranquilli ed esorcizzare possibili incubi, e un po’ per impedirci di porci domande fastidiose.

Poi, Susan pose una domanda piuttosto normale, date le circostanze: «Eravate amici d’infanzia?». Feci per rispondere, ma Edoardo mi anticipò, lasciandomi a bocca aperta, in tutti i sensi: «Ci siamo conosciuti all’università: io ero un giovane assistente e lui una matricola».

Con il trucco della domanda della moglie l’autore riesce in questo modo a far capire che Edoardo sta nascondendo qualcosa senza però dirlo chiaramente, mettendoci così addosso una curiosità che non ci lascerà più e a causa della quale non ci staccheremo più dal libro. Così è sicuro di averci fidelizzato e rapito interamente.

Approfondimento

Con Quello che l'acqua nasconde ci troviamo per le mani un romanzo che è una sorpresa unica.

Già dalle primissime pagine ci troviamo catapultati a Torino in un’atmosfera buia, oppressiva, piena di segreti e misteriosa, dove la nostra fantasia viene subito stimolata con la descrizione di alcune morti strane.

Pur passando subito a dare alcune nozioni storiche sulla città, per poterci coinvolgere maggiormente, l’autore mantiene ugualmente alto l’interesse perché usa toni che sembrano voler svelare segreti mistici senza in realtà dirci nulla, così che pagina dopo pagina siamo invogliati a continuare, venendo colti da colpi di scena e talmente tanta suspance da rimanere con il batticuore anche finita la lettura.

Descrizioni veramente ben fatte entrano subito nella mente del lettore come se fossero nostri ricordi, portandoci a vivere tutta la storia ancora più concretamente.

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