Recensione di I primi casi del sergente Studer di Friedrich Glauser

Com’è facile spaventare un’anima che comincia ad aver fiducia!

Il titolo, I primi casi del sergente Studer, va ammesso, è un po’ fuorviante. Non ci troviamo davvero davanti ai primi casi del Sergente, o meglio non solo. Alcuni dei racconti hanno come protagonista questo investigatore un po’ burbero, in là con gli anni, desideroso di dimostrare che è ancora capace come agli inizi della sua carriera, ma altri hanno come sfondo la legione straniera, paesaggi africani e soldati a volte non proprio amabili.

Alcuni di questi racconti, come sempre accade, sono migliori di altri e sono i monologhi in cui il colpevole racconta la vicenda dall’inizio alla fine, senza interruzioni di altri personaggi. Sono quelli più ironici, che tengono il lettore maggiormente sulla corda per capire cosa sia successo, perché il lettore da solo non lo può capire. Non ci sono indizi a sufficienza. Quindi ascoltiamo la confessione di un uomo che spiega con un lunghissimo giro di parole e flashback l’omicidio; la donna che guardando il cadavere dell’uomo amato confessa che non era poi così un cattivo ragazzo, ma tant’è, ormai è morto; il casellante che racconta come è diventato protettore di un fuggitivo. Non mancano le storie più divertenti come “Criminologia” e “Scarpe che scricchiolano”.

In alcuni racconti il lettore ha un paio di indizi che possono aiutarlo ad arrivare alla fine del caso, ma sono talmente veloci da leggere e un po’ intricati che si perde la possibilità. In ogni caso, questi sono quelli lontani dalla Legione Straniera, dove invece vengono ambientati i racconti più lenti e più difficili da leggere. La tensione scende, la storia è meno avvincente, il tutto rallenta. Il colpo di genio arriva alla fine con una chicca per gli amanti dei polizieschi. Vengono infatti annessi due scritti: uno di Stefan Brockhoff sui 10 comandamenti che ogni scrittore del genere dovrebbe rispettare per condurre una partita leale con il lettore, l’altro invece è una lettera di Friedrich Glauser in risposta a questo articolo. E questa funziona un po’ come una post-fazione e racconta come l’autore vede e pensa debba essere un romanzo poliziesco, reinventandone un po’ i canoni.

Quello che ho appena finito di leggere è decisamente un libro diverso nel suo genere. Glauser in primis ha avuto una vita decisamente movimentata e ha trascorso un periodo con la Legione Straniera, il che giustifica perché sia un tema che ama trattare, e si nota benissimo che non descrive i luoghi fantasticando. A mio parere, traspare anche molto bene lo stato d’animo che doveva provare in quei momenti sperso nei deserti africani, tra paesi lontani fisicamente e socialmente da quanto conosciamo. I racconti più riusciti però sono quelli ambientati nella sua Svizzera natia, più allegri, un po’ più assurdi e scampanati, dove si diletta con stili narrativi diversi e in cui riesce abilmente.

Approfondimento

I primi casi del sergente Studer non è uno di quei libri che amerei rileggere, se non alcuni passaggi o racconti specifici. Più della tensione narrativa ho apprezzato lo svagare in tutti i termini possibili che troviamo in queste pagine: soggetti, luoghi, panorami, moventi, passati, narrativa… Nulla è mai uguale a qualcosa che lo precede o lo succede.

Soprattutto ho apprezzato moltissimo la lettera finale del libro, utilissima per riuscire a capire meglio l’autore e il suo modo di ragionare e di vivere il romanzo, sui vari aspetti del genere poliziesco che stava all’epoca (parliamo della fine degli anni ‘30) iniziando a vivere di vita propria grazie a dei giganti della narrativa. È talmente utile e illuminante che andrebbe quasi messa come prefazione, e proprio per questo andrebbe letta per prima. Potrebbe aiutare in quei momenti in cui leggendo ci chiediamo “ma dove vuoi andare a parare?”

Jessica Garino

[amazon_link asins='B00AWQZMQY,8838922934,8838915393,8838909881' template='ProductCarousel' store='leggacolo-21' marketplace='IT' link_id='2fff4cf7-e4c5-11e7-9759-6deee4fc1ea5']

abc

Recensione di La Canonica di Framley di Anthony Trollope

Poteva anche biasimare il marito tra sé e sé, ma le era intollerabile che altri lo biasimassero in sua presenza.

La Canonica di Framley è il quarto romanzo che Anthony Trollope dedicò a un’immaginaria contea del sud dell’Inghilterra. Le pagine del romanzo si aprono sul personaggio di Mark Robarts, il giovanissimo Vicario di Framley. Il Reverendo vive quella che potremmo definire una quotidianità piacevole e soddisfacente. Detiene un beneficio che gli garantisce una congrua rendita, ha una moglie devotamente innamorata e due figli. Mark vive inoltre sotto la vigile protezione della ricca Lady Lufton, madre di Lord Lufton: il suo più intimo amico.

L’ambizione del Reverendo non sembra però potersi dire colmata dai risultati ottenuti in così breve tempo. Mark guarda le cose seguendo una prospettiva più ampia: una prospettiva che rende il mondo rurale nel quale abita piccolo e opprimente. L’oggetto del suo desiderio diventa lo scenario londinese, popolato da uomini ricchi e potenti nelle cui mani si decidono le sorti del Paese. Ed è seguendo la sua ambizione che Mark, spinto dalla richiesta del deputato parlamentare Nathaniel Sowerby, firma una cambiale da quattrocento sterline, commettendo un errore che gli costerà caro. Sowerby che sarebbe dovuto diventare il lasciapassare per quel mondo da cui Mark è tanto attirato, diviene invece la causa dei problemi che minacciano di stravolgere la vita del Reverendo.

La canonica di Framley è intanto protagonista di un nuovo evento: l’arrivo della giovanissima Lucy, sorella minore di Mark. Timida e riservata, la ragazza attrae l’attenzione di Lord Lufton, suscitandone un interesse crescente. Mentre Lady Lufton è impegnata a preparare il matrimonio del figlio con Griselda Grantly, figlia dell’Arcidiacono, Lord Lufton dichiara il suo amore a Lucy che però si ritrae allontanando da sé il nobile pretendente.

Tra pettegolezzi, invidie e maldicenze, i personaggi del romanzo conducono le loro vite seguendo le regole di una società non poi così diversa da quella attuale. Nell’Inghilterra vittoriana di Trollope, scorgiamo l’ombra di un’umanità che, pur indossando abiti diversi dai nostri, rispecchia il nostro tentare di inseguire una qualche forma di felicità.

Approfondimento

In La Canonica di Framley a trionfare sono le donne: prima fra tutte, Lucy Robarts. Lucy non è solo la Cenerentola del racconto ma una vera e propria eroina moderna. La ragazza dischiude il suo carattere e le sue qualità in modo graduale ma inarrestabile. Da timida e impacciata, diviene attiva e indipendente, determinata e sicura di sé.

Accanto a lei ci sono altre due donne dal carattere forte: Lady Lufton e Fanny Robarts. La prima appare inizialmente intransigente e oppressiva ma rivela poi di essere disposta a cedere per ottenere le sole cose cui davvero aspira: la pace in famiglia e l’accordo con il figlio. Fanny, moglie di Mark, dimostra invece di avere la saldezza e il coraggio che al marito sembrano fare difetto.

Intorno agli abitanti di Framley, sparsi tra campagna e città, si muovono numerosi altri personaggi separati in schieramenti contrastanti. Ma niente è mai definitivo: si stringono nuove alleanze nell’attimo in cui sono infranti vecchi accordi; si organizzano matrimoni parallelamente al nascere di amori clandestini; potenti ambizioni inducono qualcuno a cambiare vita mentre altri si trovano costretti ad abbandonare una ricchezza con cui hanno sempre vissuto.

E intanto i mesi si susseguono e le stagioni mondane spingono amici e nemici a incontrarsi in occasione di un nuovo ballo. Ma alla fine della storia, come rassicura l’autore, “tutti furono felici”.

[amazon_link asins='8838918449,8811368529,8838925135,883892113X' template='ProductCarousel' store='leggacolo-21' marketplace='IT' link_id='e7540809-a5bf-11e7-aad7-7b40cf21d8fd']abc

Pulvis et umbra di Antonio Manzini

 

Dal 31 agosto in libreria

È fissato per fine agosto l’arrivo in libreria di Pulvis et umbra, l’attesissimo nuovo romanzo di Antonio Manzini edito da Sellerio. Aosta e Roma sono i poli opposti dove si snoda la vita e la doppia indagine di Rocco Schiavone, il fondale nel quale si riannodano i fili della vicenda che avevamo lasciato alla fine di 7-7-2007, quando Adele non aveva ancora avuto giustizia né vendetta. Pulvis et umbra è un noir mozzafiato dal ritmo perfetto con un meccanismo dai mille ingranaggi che non perde mai un colpo.

«Le avventure del vicequestore Rocco Schiavone sono i capitoli di un unico grande libro» - Antonio D’Orrico, La Lettura - Corriere della Sera

«Un antieroe amatissimo dai lettori» - Bruno Ventavoli, TTL – La Stampa

Lei, Adele, è stata uccisa per errore da chi pensava di colpire Schiavone, quell’Enzo Baiocchi che ritorna ad agitare la mente e i sogni del vicequestore. E mentre Rocco è ancora oggetto di insinuanti sospetti da parte dei vertici della polizia, e reagisce disinteressandosi a ogni attività della questura di Aosta, il cadavere di un transessuale affiora nelle acque della Dora; per prima cosa si procede a perquisire la casa del morto, ed ecco la prima sorpresa: l’appartamento risulta totalmente vuoto, né un mobile, né un vestito, e neanche un foglio di carta, come fosse passato al setaccio fitto. Nessuno dei vicini si è accorto del trasloco, tutti fingono di non sapere; ma cosa c’è dietro la facciata di quella rispettabile palazzina di Aosta che appartiene per intero a un unico inquietante proprietario? Quando anche il giudice Baldi decide di glissare sul caso del transessuale, l’odore dei servizi segreti arriva alle narici di Schiavone più forte di quello dell’erba.

Su quel caso che molti vogliono far apparire un omicidio senza importanza Schiavone può fare luce solo ignorando le procedure e agendo a modo suo; ma ha anche altro per la testa, trovare Enzo Baiocchi in fuga per scampare alla vendetta di Sebastiano, una corsa contro il tempo all’inseguimento dell’amico e dell’assassino. Su tutto si allunga un’ombra minacciosa e cade una polvere sottile che sa di marcio e di morte. Rocco sembra trovare quiete solo con Gabriele, il sedicenne brufoloso suo vicino di casa con cui si è legato di un affetto che, se la parola non fosse un azzardo per Schiavone, verrebbe da dire paterno. Ma è da questo miscuglio di odi, diffidenza e solitudine che arriverà la scoperta più sconvolgente e terribile.

Antonio Manzini, scrittore e sceneggiatore, ha pubblicato i romanzi Sangue marcio e La giostra dei criceti, quest'ultimo pubblicato da Sellerio nel 2017. La serie con Rocco Schiavone è iniziata con il romanzo Pista nera (Sellerio, 2013) cui sono seguiti La costola di Adamo (2014), Non è stagione (2015), Era di maggio (2015), Cinque indagini romane per Rocco Schiavone (2016) e 7-7-2007 (2016). Nel 2015 ha pubblicato Sull’orlo del precipizio in altra collana di questa casa editrice.

[amazon_link asins='B00B5UZMNY,8838931380,8838932883,8838934452,8838935408,B072KHSVGT,B01MT8GLKJ,8838934827' template='ProductCarousel' store='leggacolo-21' marketplace='IT' link_id='d19fdd65-7514-11e7-a5fb-179308adfa78']abc

Recensione di Un solo paradiso di Giorgio Fontana

Si sopravvive a tanti inferni, e non a un solo paradiso.

Due amici di vecchia data si ritrovano per caso in un bar di Milano. Dopo un lungo silenzio dettato dall’imbarazzo, Alessio, decide di raccontare all’amico il più grande dolore della sua vita: la perdita di Martina, la donna da lui amata. Convinto assertore, fino a quel momento, di appartenere alla “mitica” progenie di uomini “privi di un organo deputato al sentimento”, si ritrova ben presto a fare i conti con un inatteso sconvolgimento dei sensi. L’amore abbatte una dopo l’altra le barriere che Alessio aveva costruito intorno a sé nel tentativo di garantire la propria incolumità sentimentale. Si abbandona allora all’amore per Martina, che lo lascerà senza troppe spiegazioni, innescando un processo di autodistruzione personale che porterà il protagonista all’oblio di se stesso.

Un solo paradiso è un libro che ha un potenziale inespresso. Gli fa difetto anzitutto la superficiale introspezione psicologica dei personaggi. Alessio è, infatti, un ragazzo che ha profondamente radicata una visione distaccata dei sentimenti. La “conversione” che si attua il lui è repentina e scarsamente giustificata. Non basta che il protagonista giunga alla consapevolezza che non c’è via di scampo e che «per quanto andasse contro ogni ragione, ora dipendeva da quella creatura magra e intontita che lo abbracciava» perché appaia credibile la rinuncia al “dolceamaro contentarsi”:

«Alessio comprese che il dolceamaro contentarsi era un modo di corteggiare il nulla. Sfiorando appena la superficie delle cose, eri al riparo da qualunque forma di distruzione. L’amore invece lo portava a esistere con una violenza inimmaginabile […]».

Non meno abbozzato è il personaggio di Martina, la donna che per tutto il romanzo appare indecifrabile e spinta all’azione da motivazioni tanto scarsamente indagate da apparire futili. Ne deriva che la disperazione del protagonista, sempre uguale a se stessa, appaia largamente insensata. Non si può non concordare con l’interlocutore di Alessio quando afferma semplicisticamente: «Senti, credo di avere intuito. Ti sei innamorato, poi qualcosa è andato storto e stai ancora soffrendo. È successo a tutti, no?», frenando a stento la rabbia per l’immaturità di cui è pregna l’opera.

Approfondimento

Perché una storia funzioni è necessario che ci sia un contrasto da cui scaturisca una storia appassionata e appassionante. Un romanzo che si propone di narrare la lenta e inesorabile “catàbasi” (ossia, discesa agli inferi) del suo protagonista dovrebbe avere una natura profondamente tragica. Il grande difetto di Un solo paradiso è l’assenza di un antagonista. Si può accettare che Alessio abbia i connotati dell’antieroe (una caratteristica già presente in alcuni drammi greci), ulteriormente accentuati dall’ostinata accettazione di un avverso destino, ma l’assenza di un alter ego rende l’opera fiacca e priva di mordente. Si avverte, cioè, la mancanza di un antagonista in grado di esaltare le qualità o i difetti di Alessio.

Non di meno, anche gli altri personaggi che gravitano attorno alla vita del protagonista costituiscono una pletora di individui privi di spessore e non è sufficiente qualche vago cenno alla loro indole per restituire al lettore un’idea delle emozioni che li agitano dentro. Avrebbero, ad esempio, meritato un approfondimento il fratello e il padre di Alessio, poiché, come suggerisce Giorgio Fontana, è dalla famiglia che sembra essersi originato il bisogno di soffocare le emozioni.

Lo stile è colloquiale e, nonostante aspiri a elevarsi di tanto in tanto, si ha l’impressione di trovarsi dinanzi ad un racconto poco meditato e monotono.

Mariangela Librizzi

[amazon_link asins='B01FXMAJRI,B00JWPYVG8,8838925887,B017J0V8Y0' template='ProductCarousel' store='leggacolo-21' marketplace='IT' link_id='04bf9a48-12d1-11e7-83d6-ddad6ec58794']

abc

La mossa del cavallo di Andrea Camilleri

Dal 9 febbraio in libreria

Oggi ritorna sugli scaffali delle librerie La mossa del cavallo, uno dei più intelligenti, spassosi, esemplari romanzi di Andrea Camilleri. Pubblicato per la prima volta nel 1999 e oggi ormai considerato un «classico», La mossa del cavallo ci viene riproposto da Sellerio con una Nota inedita dell’autore appositamente scritta per questa edizione.

«La mossa del cavallo di Bovara è il recupero del dialetto siciliano. E quindi potersi muovere agevolmente dentro il dialetto ritrovato e rivoltare a suo beneficio il senso e il significato delle parole» - Andrea Camilleri

L’azione de La mossa del cavallo si svolge nel 1877 e trae spunto da un episodio raccontato nella famosa inchiesta sulla Sicilia da Leopoldo Franchetti. Giovanni Bovara, nato in Sicilia ma trasferitosi a soli tre mesi d’età a Genova, viene mandato nell’isola come ispettore ai mulini, dopo che i due che l’hanno preceduto sono morti ammazzati. A Vigàta rimane invischiato nei potentati locali, dal prete ai politici, agli uomini d’onore a infidi azzeccagarbugli che gli mandano messaggi in codice che Bovara, integerrimo funzionario, non può capire. Va dritto per la sua strada, che è quella della legge, e ragiona in dialetto genovese, ma è proprio questo che gli impedisce di cogliere la rete che lo va stritolando. Così quando viene ucciso il prete, donnaiolo e in fama d’usuraio, l’unica maniera per difendersi dalla paradossale situazione in cui si è venuto a trovare - quella di essere accusato del delitto che ha denunziato - è la mossa del cavallo. Giovanni Bovara dunque si mette non solo a parlare ma anche a pensare in siciliano, un dialetto che credeva d’aver perso, ma che sboccia spontaneo dalle sue labbra e si rivela la chiave per comprendere l’accaduto e soprattutto per dare scacco a chi controlla un paese intero. Insomma una autentica provocazione che rovescia la trappola fabbricata per lui. La connessione delle lingue: l’italiano postunitario, le parole della burocrazia, i dialetti genovese e siciliano; basta trovare il codice giusto per risolvere il corto circuito e accedere alla soluzione. Ed è questo che rende questo romanzo (che al racconto alterna verbali, documenti, corrispondenze e articoli fittizi) unico e uno dei più felici di Andrea Camilleri: per la scena animata e umoristica e il rovesciamento dei ruoli, per l’irrisione dei siciliani, fra cadaveri che appaiono e scompaiono, testimoni che si volatilizzano, parole sussurrate a mezza voce, una farsa tragica.

«È stato scritto che i Camilleri sono almeno due, quello del poliziesco e quello della memoria storica; ma nel romanzo La mossa del cavallo i due Camilleri convivono» - Cesare Medail, Corriere della Sera (1999)

Andrea Camilleri (Porto Empedocle, 1925), regista di teatro, televisione, radio e sceneggiatore. Ha insegnato regia presso l’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica. Ha pubblicato numerosi saggi sullo spettacolo e il volume, I teatri stabili in Italia (1898-1918). Il suo primo romanzo, Il corso delle cose, del 1978, è stato trasmesso in tre puntate dalla TV col titolo La mano sugli occhi. Con Sellerio ha pubblicato: La strage dimenticata (1984), La stagione della caccia (1992), La bolla di componenda (1993), Il birraio di Preston (1995), Un filo di fumo (1997), Il gioco della mosca (1997), La concessione del telefono (1998), Il corso delle cose (1998), Il re di Girgenti (2001), La presa di Macallè (2003), Privo di titolo (2005), Le pecore e il pastore (2007), Maruzza Musumeci (2007), Il casellante (2008), Il sonaglio (2009), La rizzagliata (2009), Il nipote del Negus (2010, anche in versione audiolibro), Gran Circo Taddei e altre storie di Vigàta (2011), La setta degli angeli (2011), La Regina di Pomerania e altre storie di Vigàta (2012), La rivoluzione della luna (2013), La banda Sacco (2013), Inseguendo un'ombra (2014), Il quadro delle meraviglie. Scritti per teatro, radio, musica, cinema (2015), Le vichinghe volanti e altre storie d'amore a Vigàta (2015), La cappella di famiglia e altre storie di Vigàta (2016), La mossa del cavallo (2017); e inoltre i romanzi con protagonista il commissario Salvo Montalbano: La forma dell'acqua (1994), Il cane di terracotta (1996), Il ladro di merendine (1996), La voce del violino (1997), La gita a Tindari (2000), L'odore della notte (2001), Il giro di boa (2003), La pazienza del ragno (2004), La luna di carta (2005), La vampa d'agosto (2006), Le ali della sfinge (2006), La pista di sabbia (2007), Il campo del vasaio (2008), L'età del dubbio (2008), La danza del gabbiano (2009), La caccia al tesoro (2010), Il sorriso di Angelica (2010), Il gioco degli specchi (2011), Una lama di luce (2012), Una voce di notte (2012), Un covo di vipere (2013), La piramide di fango (2014), Morte in mare aperto e altre indagini del giovane Montalbano (2014), La giostra degli scambi (2015), L'altro capo del filo (2016). Tra i numerosi premi, Camilleri ha vinto il Premio Campiello 2011 alla Carriera, il Premio Chandler 2011 alla Carriera, il Premio Fregene Letteratura - Opera Complessiva 2013, il Premio Pepe Carvalho 2014 e il Premio Gogol’ 2015.

abc

Torto marcio di Alessandro Robecchi

Dal 12 gennaio 2017 in libreria

Arriva oggi in libreria Torto marcio, un giallo edito da Sellerio che porta la prestigiosa firma di Alessandro Robecchi. Per il suo nuovo romanzo Robecchi ci porta in tre luoghi di Milano, vicini sulla mappa ma lontanissimi tra loro: la casa di Carlo Monterossi, autore televisivo di una trasmissione trash (di cui si vergogna), cultore di Bob Dylan e detective per caso; il quartiere malfamato attorno a San Siro, un mercato degli alloggi governato dai calabresi, dal collettivo di sinistra e dagli africani che si dividono democraticamente spazi e spacci; infine la questura dove lavorano in tandem il sovrintendente Carella e il vice Ghezzi. Tre storie destinate a incontrarsi in un intreccio dall’ordito perfetto, che resta fino alla fine coperto dal mistero. Tra sorprese e paradossi, suspense e umorismo amaro, Alessandro Robecchi firma con Torto marcio la sua opera migliore: un thriller di qualità capace di coniugare il romanzo di genere e quello di costume e di critica sociale.

«È qualcosa che viene dal passato… Ma c’è un problema: nel passato recente non si trova niente, quello remoto è troppo remoto per scavare».

Milano, quasi centro, eppure periferia, «più di seimila appartamenti, famiglie, inquilini legali barricati in casa, abusivi, occupanti regolari, occupanti selvaggi», vecchi poveri, giovani poveri, italiani poveri, immigrati poveri, criminali poveri. Uno di quei posti incredibili, eppure reali, ormai senza rappresentanza politica, dove i piccoli stratagemmi di un welfare fai-da-te sono questione di sopravvivenza. Posti di cui l’informazione parla solo quando si tratta di sicurezza, o razzismo. A pochi chilometri da lì, in una via socialmente distante anni luce, un sessantenne imprenditore molto ricco e dalla vita irreprensibile viene freddato con due colpi di pistola. Una vecchia pistola. E sul corpo, un sasso. Ma «il morto non era uno che di solito muore così». E non sarà l’unica vittima. Per fronteggiare «il ritorno del terrorismo», il ministero manda un drappello di esperti burocrati. Ma la vera squadra d’indagine è clandestina, creata per lavorare sotto traccia e lontano dal clamore mediatico: sono Ghezzi e Carella due poliziotti diversissimi tra di loro, ma entrambi fedeli più alla verità che all’immagine o alle convenienze. E non sono i soli a indagare su un caso in cui, dall’affascinante vedova agli intrecci d’affari, dalla legge alla giustizia, nulla è ciò che sembra. Carlo Monterossi, l’autore di un affermato programma tivù spazzatura, inciampa per avventura nel «caso dei sassi» mentre si trova a dover recuperare, insieme all’amico detective Oscar Falcone, un preziosissimo anello rubato.

Tre storie destinate a incontrarsi in un intreccio dall’ordito perfetto, che resta fino alla fine coperto dal mistero. Questo nuovo giallo di Alessandro Robecchi costruisce la plastica realtà dei personaggi attraverso il fitto incrociarsi dei dialoghi, e fonda il suo umorismo amaro sulla sistemazione scenica oltre che sulla battuta. Mentre la storia – nera, drammatica – si addentra in tutti i contrasti di Milano, dal luccicante studio televisivo, all’appartamento superlusso, giù fino ai luoghi del disagio e dell’emarginazione quotidiana. E si capisce che il suo scopo è proprio questo: far riflettere sulla nostra società attraverso il poliziesco. Sulla finta – forse impossibile – giustizia, sui colpevoli e gli innocenti, sul buco nero che può inghiottire libertà e dignità.

 «Un noir veloce e scanzonato, con sua maestà Bob Dylan come ospite d’onore e il grande Scerbanenco come nume tutelare».  - Antonio D’Orrico, La Lettura - Corriere della Sera

«Se cercate un buon giallo: eccolo». -  Corrado Augias, Il Venerdì di Repubblica

Alessandro Robecchi è stato editorialista de Il manifesto e una delle firme di Cuore. È tra gli autori degli spettacoli di Maurizio Crozza. È stato critico musicale per L’Unità e per Il Mucchio Selvaggio. In radio è stato direttore dei programmi di Radio Popolare, firmando per cinque anni la striscia satirica Piovono pietre (Premio Viareggio per la satira politica 2001). Ha fondato e diretto il mensile gratuito Urban. Attualmente scrive su Il Fatto Quotidiano, Pagina99 e Micromega. Ha scritto due libri: Manu Chao, musica y libertad (Sperling & Kupfer, 2001) tradotto in cinque lingue, e Piovono pietre. Cronache marziane da un paese assurdo (Laterza, 2011). Con Sellerio ha pubblicato Questa non è una canzone d’amore (2014), Dove sei stanotte (2015), Di rabbia e di vento (2016) e Torto marcio (2017).

abc

Recensione di 7-7-2007 di Antonio Manzini

“Noi invece? Lo sai Lupa? Lo sai cosa lasciamo noi? Una matassa ingarbugliata di capelli bianchi da spazzare via da un appartamento vuoto. Questo lasciamo.”

Il vicequestore Rocco Schiavone, oramai in “esilio” in Val D’Aosta, si troverà di nuovo faccia a faccia con alcuni fantasmi del passato che lo costringeranno a salire su un carosello emozionale che lo riporterà all’estate in cui la sua amata moglie Marina è stata uccisa davanti a una gelateria dopo averlo lasciato a seguito di alcune scomode scoperte sul suo lavoro. Proprio in quel periodo al vicequestore capita il caso di un giovane ventenne morto accoltellato e durante le indagini un amico della prima vittima diventa vittima anch’esso. Ecco allora che l’istinto e il selvaggio di Rocco Schiavone vengono fuori e gettano le radici per un nemico che rimarrà tale per molto molto tempo. Inizia così la mia avventura col vicequestore Schiavone. Ammetto che non è stato facile calarmi in questo personaggio non avendo mai letto nulla prima di questa serie, ma ci ho provato ed ecco cosa ne penso. Rocco Schiavone è lo sbirro scorbutico e rude, disonesto e “imbroglione”. È per certi versi un Montalbano romano che incontra Mimì Augello che incontra l’ispettore Coliandro e che si scontra con la detective Cornell interpretata della serie tv Secrets and lies e di quest’ultimo punto non so se, fossi l’autore, me ne farei un vanto. Onestamente non so bene cosa pensare di 7-7-2007 e proprio per questo mi trovo un po’ in difficoltà in questa recensione. È un giallo capace di evocare diversi sentimenti, capace di far pensare, riflettere, piangere e ridere. C’è secondo me un latente conflitto interiore dentro Rocco Schiavone eppure, nonostante la possibile empatia, questo sbirro risulta un po’ antipatico. Almeno a me. Ad ogni modo questo miscuglio di sensazioni che il personaggio crea è positivo per Antonio Man-zini perché significa che è stato in grado, come infatti è stato, di creare un personaggio multi-sfaccettato e interessante e questo è decisamente un punto a suo favore, soprattutto in un periodo come questo in cui i libri che vanno per la maggiore hanno personaggi piatti, privi di spessore. È intrigante la scrittura ed è facile da seguire. La forma non è complessa e si legge in pochi giorni, un perfetto giallo per passare il tempo insomma. 7-7-2007 lo consiglio a tutti ma a tutti dico di non aspettarsi il grande capolavoro di cui parla internet, piuttosto un libro con un protagonista che può piacere o meno, ma che difficilmente, se non piace al primo colpo piacerà in futuro.

Approfondimento

Ed eccoci al connubio cinema/serie tv/libri. Credo di aver già dato un’idea, nel corso della recen-sione, del tipo di trasposizione visiva che immagino per questo libro. Il formato lo immagino sotto forma di mini film come succede già per Montalbano sono! per il resto direi che in mano ad uno sceneggiatore giovane e innovativo e con un buon cast non necessariamente italiano potrebbe ve-nire fuori un bel prodotto televisivo. Direi che, per quanto mi riguarda, i casting sono aperti. Date una parrucca a Juliette Lewis e chiamatela Rocco se volete l’interpretazione perfetta! E guardate Secrets and lies se non mi credete.

abc

Il sentiero della speranza di Dominique Manotti

Dal 15 settembre in libreria

Con Il sentiero della speranza, edito da Sellerio, fa il suo debutto in libreria il commissario Daquin, il personaggio nato dalla penna della scrittrice francese Dominique Manotti. Siamo a Parigi, nel 1980. Una piccola prostituta thailandese viene trovata morta in uno dei tanti laboratori tessili del Sentier, un quartiere abitato in prevalenza da lavoratori turchi clandestini. Le indagini sono affidate al commissario Daquin del X Arrondissement: bello, colto, a capo di una squadra dai metodi non proprio ortodossi. Quella che all’inizio sembra una inchiesta di routine sulla prostituzione minorile, si rivela una intricata matassa in cui il traffico di armi e droga si mescola con pornografia e politica, mentre contemporaneamente scoppia la rivolta sindacale degli operai tessili del Sentier, capeggiati da Soleiman, informatore e amante del commissario. Il sentiero della speranza è un noir ad alta tensione, che potrebbe far pensare a Ellroy se ambientazione e personaggi non fossero così francesi; a tratti le atmosfere rimandano semmai a Simenon. Perché è la società parigina che Dominique Manotti racconta, con i suoi intrighi e le sue ambiguità. Vero protagonista del romanzo è il Sentier, un quartiere interamente clandestino, dove tutto si svolge sì al di fuori della legalità, ma che funziona perfettamente secondo le proprie regole. Daquin - personaggio che qui è al suo esordio, protagonista poi di altri tre romanzi dell’autrice  francese - è un poliziotto omosessuale senza complessi, sofisticato e deciso, che in questi ambienti sa come muoversi. Il commissario è disponibile al compromesso e agisce al limite del lecito, perché nell’umanità senza eroi di Dominique Manotti anche i «buoni» mostrano il loro lato oscuro. Le inchieste di Daquin mettono in luce un universo criminoso stratificato, realisticamente una rete più che una gerarchia, che unisce criminali di strada, vittime e violenti, viziosi, colletti bianchi, poliziotti corrotti e doppiopetti. La creatrice della serie, economista di professione, ha composto con i suoi polizieschi una specie di antiepopea del capitalismo che letterariamente denuda tutti gli inghippi attuali: la finanziarizzazione dell’economia; il tritacarne della globalizzazione; il brodo impurificabile di mercati neri ed economie sane, e di pace e guerre; il cinismo dei governi; la complicità dei corpi separati dello stato. Nel suo stile scabro che guarda con gli occhi dell’investigatore, scrive gialli al servizio del pensiero critico. Ma capaci di fare respirare al lettore le atmosfere umane e ambientali, secondo la grande tradizione del polar francese.

«Solo un noir poteva raccontare il Sentier, un quartiere così vivo, pieno di contrasti, opaco, nel cuore di Parigi, al di fuori della legge, e fortemente autoregolato. Ed è più di uno scenario: ha fornito tutti i personaggi del romanzo, forti, passionali e marci».

Al Sentier, un quartiere parigino di immigrazione turca, è in corso uno sciopero dei lavoratori stranieri: chiedono il permesso di soggiorno e il libretto di lavoro. In un laboratorio clandestino di confezioni, viene rinvenuto il cadavere di una baby prostituta thailandese. Durante il sopralluogo, i due poliziotti che s’incaricano dell’inchiesta scoprono tracce di eroina. Questo connette l’omicidio al lavoro della squadra speciale del commissario Daquin, che indaga su una «rete turca» in seguito alla soffiata della polizia tedesca. La droga turca è nelle mani dell’estrema destra e rientra nei ramificati contatti di questa in quel marasma politico della regione tra Anatolia Iran Iraq... Siamo negli anni Ottanta del Novecento, nel pieno del boom della moda, agli inizi dell’ondata migratoria, quando nuovi eventi in quella parte del mondo si preparano a rovesciare la storia. Ma «una piccola prostituta thailandese strozzata e nuda non casca dal cielo in un laboratorio del Sentier». Così Daquin trova la pista che può portarlo in alto, verso traffici internazionali, dove tutto, dalla droga ai bambini alle armi alle guerre, si scambia e, come una piramide rovesciata che tocca il vertice di un’altra piramide, s’incontra col mondo degli affari onesti. E in quel punto di contatto, il poliziotto scova una donna inquietante.

Dominique Manotti è stata una militante politica e sindacale, e insegna storia economica all’università. Dal 1995, con l’intento esplicito di continuare il suo impegno sociale per altre vie, ha scritto una decina di noir con al centro cospirazioni economico-finanziarie. Quattro di essi hanno come protagonista il commissario Daquin. In Francia, ha ottenuto i principali premi letterari per il giallo: il Prix Mystère de la critique (2002 e 2007) e il Grand Prix de la Littérature Policière (2011). Con Sellerio ha pubblicato Oro nero (2015) e Il sentiero della speranza (2016).

abc

I Beati Paoli di Luigi Natoli

Dal 14 luglio in libreria

Tra pochi giorni sarà in libreria I Beati Paoli, uno dei romanzi d’appendice più popolari del ’900, l’opera monumento di Luigi Natoli pubblicata in due volumi da Sellerio. Ciò che rende unici I Beati Paoli, oltre all’incanto nella lettura, è la sua estrema modernità che consiste nella perfetta fusione tra le vicende storiche, riportate con maniacale fedeltà, e la vita dei protagonisti con le loro emozioni e passioni.

Pubblicato a puntate sul «Giornale di Sicilia» tra il maggio del 1909 e il gennaio del 1910, I Beati Paoli. Grande romanzo storico siciliano innalzava a epopea letteraria un’antica leggenda del popolo siciliano. Ma Luigi Natoli faceva qualcosa di più che scrivere, da una favola popolare, le puntate straordinariamente avvincenti e misteriose, capaci di inchiodare nelle portinerie il popolo attorno a chi era in grado di leggere e che «quasi con prepotenza salivano negli appartamenti della borghesia siciliana». Di fatto creava il mito compatto di una società segreta a protezione degli oppressi: la setta tenebrosa dei Beati Paoli e il loro tribunale implacabile, entrava nelle dicerie e nelle fantasticherie popolari come verità storica indiscussa e nostalgia segreta di riscatto. Un successo enorme, dovuto sì all’aderenza ad un sentire popolare, ma anche all’arte di avvolgerlo in un intrico fittissimo di vicissitudini private derivanti da segreti inconfessabili, da odi di famiglia o di società; di imprese coraggiose e cospirazioni vili; di sentimenti e passioni invincibili; di personaggi tragici nel bene e nel male. Raccontati in un linguaggio sensibile a tutti i vari ritmi e le tensioni della trama, e soprattutto così ricco e moderno da spiegare come mai la tenuta ne sia straordinariamente duratura, rispetto alle opere del genere. Con un’ambientazione nella Palermo storica che è di fatto un’esposizione erudita dei tempi dei luoghi delle persone e delle situazioni che narra. Tanto da potersi dire che, nella vicenda di Blasco, figlio perduto di un grande casato che tenta di riprendersi il suo onore usurpato da un potente malvagio, protetto nelle sue imprese da un’associazione segretissima, in mezzo alle lacerazioni di un’età convulsa, il protagonista vero è uno: l’Ancien régime nella sua veste più sfarzosa, magnifica e miserabile, ossia il Settecento siciliano dei grandi palazzi barocchi.

In poco più di 1.000 pagine, sullo sfondo di uno dei periodi più agitati della storia siciliana, ne I Beati Paoli, si narrano le vicende della famiglia Albamonte della Motta. Dalla nascita dell’erede al titolo di duca in una burrascosa notte del 1698, alla scomparsa del bambino, fino al ritorno a Palermo di Blasco di Castiglione, cavaliere senza paura, per riprendersi titolo, beni e la propria vita. Un magnifico affresco in cui non mancano duelli, vendette, intrighi. La trama principale si intreccia con storie secondarie che l’autore inizia e poi abbandona per poi riprendere a sorpresa, con colpi di scena degni del migliore Dumas e che fanno pensare a qualcosa a metà tra I tre moschettieri e Il Conte di Montecristo. Ma i veri protagonisti sono loro, I Beati Paoli, che hanno preso Blasco sotto la loro protezione. Sono una leggendaria setta segreta, difensori dei deboli contro lo strapotere e la malagiustizia esercitata dai nobili, si riuniscono nelle segrete che si aprono sotto vicoli e chiese. Lì emettono le loro sentenze, terribili, inappellabili, ma sempre improntate a un senso di equità. Vestono un saio bianco e sono incappucciati, perché tra loro non devono riconoscersi. «Da qui si entrava nella principale grotta dove trovavasi una ben larga camera con sedili tutt’intorno e con nicchie e scansie al muro nelle quali riposavan le armi sia di foco che di ferro: qui adunavansi i settari e vi tenevano le loro congreghe in luoghi oscuri, e dopo il tocco della mezzanotte onde tutto facevasi a lume di candela», racconta Francesco M. Emanuele, marchese di Villabianca. Ciò che rende unici I Beati Paoli oltre all’incanto nella lettura - «cominciando a leggerlo ci troviamo costretti a finirlo», sosteneva Sciascia - è la sua estrema modernità che consiste nella perfetta fusione tra le vicende storiche, riportate con maniacale fedeltà, e la vita dei protagonisti con le loro emozioni e passioni. Pochissimi sono i personaggi d’invenzione; l’immaginazione si riversa tutta nel fluire della narrazione e nel «privato» delle figure che via via incontriamo.

«Insieme a I Promessi Sposi, dopo I Viceré, Il Nome della rosa e La Storia della Morante, il quinto monumento storico della letteratura italiana contemporanea» - Jean-Noël Schifano, LE MONDE

«La bellezza de I Beati Paoli è la scrittura. È chiaro che le regole del romanzo popolare, del feuilleton, con i colpi di scena, le agnizioni, le sparizioni sono tutte rispettate, ma c’è di più: un gusto notevole, l’eleganza del racconto e la scrittura, ben più moderna della storia narrata» - Andrea Camilleri

«I Beati Paoli è uno dei romanzi d’appendice più popolari del ’900. Avvincente, misterioso, spettacolare, ricco di personaggi indimenticabili. Il celebre feuilleton sulla setta segreta in cui non pochi intravedono le origini della mafia è costruito su una tessitura narrativa moderna. Una lettura che non deluderà mai» - Giuseppe Tornatore

Luigi Natoli (1857-1941) patriota e repubblicano fervente, insegnante, giornalista, studioso di storia, fu autore, oltre che di una grande mole di opere varie (racconti a sfondo storico, scritti storiografici, saggi critici, poesie, testi teatrali, libri per le scuole), di 31 romanzi di appendice, pubblicati con lo pseudonimo di William Galt. Per loro mezzo intendeva comporre un’epopea della libertà del popolo siciliano. Tra di essi spiccano, accanto al leggendario I Beati Paoli, le continuazioni Coriolano della Floresta e Calvello il bastardo.

abc

Il calcio in giallo di Autori Vari

Dal 12 maggio in libreria

Da domani sarà in libreria Il calcio in giallo, la decima antologia che Sellerio dedica ai crimini a tema con protagonisti alcuni dei più convincenti investigatori del nuovo giallo italiano, crimini che questa volta si svolgono tutti in quello che chiamano il gioco più bello del mondo. Il calcio: una miscela esplosiva di emozione, spettacolo, entusiasmo, orgoglio; capace di precipitarti dall’esaltazione più sfrenata all’inferno della delusione. E ora che sta per arrivare l’appuntamento con gli Europei i tifosi si preparano: un mese e 24 squadre di calcio per contendersi il titolo. Cosa non succederà in quel fatidico mese? Ne Il calcio in giallo gli investigatori della scuderia Sellerio, i personaggi letterari che hanno conquistato i lettori, ciascuno con il carattere, con il metodo e le loro vite alle spalle, questa volta si mettono alla prova dandosi appuntamento allo stadio, o negli spogliatoi, o addirittura sui campi di gioco. Sono tifosi di calcio, sostenitori magari di squadre di infima serie, e si ritrovano in questa antologia accomunati da un’unica passione. Fanno parte della partita gli indisciplinati vecchietti del BarLume capitanati dal barrista Massimo; Saverio Lamanna e il suo scudiero Piccionello preoccupato di non apparire troppo provinciale; il vicequestore Rocco Schiavone, una volta tanto lontano dalla sua odiata Vallée, e il pensionato Amedeo Consonni in rappresentanza del condominio della casa di ringhiera. All’elettrotecnico Baiamonte, una volta tanto la sua esperienza in fatto di calcio minore potrà tornare utile; da Barcellona arrivano i collaudatissimi Petra e Fermín e da Istanbul Kati Hirschel è pronta a sostenere la sua Turchia. Tutti tifosi, tutti intenditori, affamati di goal, per una squadra di seconda categoria sono pronti a scannarsi, ma dovranno misurarsi con ben altre avventure che delle partite di calcio. Dovranno vedersela con Il calcio in giallo.

Nel calcio sono le divisioni minori che conservano le più interessanti storie umane. Così i lampi criminali e rapidi intrecci polizieschi qui pubblicati, con protagonisti alcuni dei più convincenti investigatori del nuovo giallo italiano (è questa la decima antologia che Sellerio dedica a crimini a tema), si svolgono tutti in quel mondo. Per scoprire che forse lì di sportivo non è rimasto più niente, tranne il ricordo di quando si giocava al campetto da bambini. Con questa, leggera, amarezza che diventa presto denuncia sociale e voglia di smascherare gli intrighi che soffocano lo sport più amato, i diversi detective si mettono alla prova ne Il calcio in giallo, ciascuno con il carattere, con il metodo e le loro vite alle spalle, come li conoscono i lettori che li hanno seguiti nei romanzi maggiori. L’ispettrice Petra Delicado della polizia di Barcellona, protagonista della serie famosa inventata dalla spagnola Alicia Giménez-Bartlett; l’elettricista Enzo Baiamonte che il palermitano Gian Mauro Costa porta a investigare nei tinelli e nelle botteghe del suo quartiere popolare; il pensionato Consonni e gli altri della Casa di Ringhiera che stavolta l’autore Francesco Recami mette alle prese con una specie di thriller violento; il giornalista disoccupato Saverio Lamanna che spesso e volentieri il suo creatore Gaetano Savatteri strappa, per seguire i suoi misteri, dal ritiro obbligato sul mare siciliano di Màkari; i Vecchietti del BarLume, del giallista-umorista Marco Malvaldi, che infilano il loro pettegolo naso investigativo nel calcio femminile; il fosco, torbido, affascinante, tenerissimo Rocco Schiavone, vicequestore romanaccio che l’autore Antonio Manzini ha castigato in quel di Aosta a capo di una squadra pericolante; la libraia Kati Hirschel, della scrittrice turca Esmahan Aykol, tedesca radicata a Istanbul in giri avventurosi in mezzo alla folla della metropoli suggestiva d’elezione. Sono loro che ne Il calcio in giallo, dietro la svagatezza della partita, devono svelare il disegno cinico da smascherare, lo spregiudicato affarismo, l’assurdo del delitto, o una spregevole ossessione collettiva.

Racconti di Esmahan Aykol, Gian Mauro Costa, Alicia Giménez-Bartlett, Marco Malvaldi, Antonio Manzini, Francesco Recami, Gaetano Savatteri.

Alicia Giménez-Bartlett (Almansa, 1951) è la creatrice dei polizieschi con Petra Delicado. I romanzi della serie sono stati tutti pubblicati nella collana «La memoria» e poi riuniti nella collana «Galleria». Ha anche scritto numerose opere di narrativa non di genere, tra cui: Una stanza tutta per gli altri (2003, 2009, Premio Ostia Mare Roma 2004), Vita sentimentale di un camionista (2004, 2010), Segreta Penelope (2006), Giorni d’amore e inganno (2008, 2011), Dove nessuno di troverà (2011, 2014), Exit (2012) e Uomini nudi (2016, Premio Planeta 2015). Nel 2006 ha vinto il Premio Piemonte Grinzane Noir e il Premio La Baccante nato nell’ambito del Women’s Fiction Festival di Matera. Nel 2008 il Raymond Chandler Award del Courmayeur Noir in Festival.

Gian Mauro Costa è nato e vive a Palermo, dove lavora. Giornalista de «L’Ora» e adesso della Rai, ha pubblicato con Sellerio i romanzi Yesterday (2001) e Il libro di legno (finalista al Premio Scerbanenco 2010), primo romanzo con protagonista Enzo Baiamonte, Festa di piazza (2012) e L'ultima scommessa (2014).

Gaetano Savatteri (Milano, 1964), giornalista cresciuto in Sicilia, vive e lavora a Roma. Con questa casa editrice ha pubblicato: La congiura dei loquaci (2000), La ferita di Vishinskij (2003), Gli uomini che non si voltano (2006) e La volata di Calò (2008). È autore del saggio I siciliani (2005).

Marco Malvaldi (Pisa, 1974), di professione chimico, ha pubblicato con questa casa editrice i romanzi della serie dei vecchietti del BarLume (La briscola in cinque, 2007; Il gioco delle tre carte, 2008; Il re dei giochi, 2010; La carta più alta, 2012; Il telefono senza fili, 2014;  La battaglia navale, 2016, salutati da un grande successo di lettori. Ha pubblicato anche Odore di chiuso (2011, Premio Castiglioncello e Isola d’Elba-Raffaello Brignetti), giallo a sfondo storico, con il personaggio di Pellegrino Artusi, Milioni di milioni (2012), Argento vivo (2013) e Buchi nella sabbia (2015).

Francesco Recami (Firenze, 1956) con questa casa editrice ha pubblicato L’errore di Platini (2006), Il correttore di bozze (2007), Il superstizioso (2008, finalista al Premio Campiello 2009), Il ragazzo che leggeva Maigret (2009), Prenditi cura di me (2010, Premio Castiglioncello e Premio Capalbio), La casa di ringhiera (2011), Gli scheletri nell’armadio (2012), Il segreto di Angela (2013), Il caso Kakoiannis-Sforza (2014), Piccola enciclopedia delle ossessioni (2015) e L'uomo con la valigia (2015).

Esmahan Aykol, nata nel 1970 a Edirne, Turchia, vive tra Berlino e Istanbul. Durante gli studi universitari in giurisprudenza ha lavorato come giornalista per radio e giornali turchi. Oggi, dopo una parentesi come barista, si dedica completamente alla scrittura. Della serie con protagonista Kati Hirschel questa casa editrice ha pubblicato Hotel Bosforo (2010), Appartamento a Istanbul (2011), Divorzio alla turca (2012) e Tango a Istanbul (2014).

Antonio Manzini, attore e sceneggiatore, ha pubblicato i romanzi Sangue marcio La giostra dei criceti. La serie con Rocco Schiavone è iniziata con il romanzo Pista nera (Sellerio, 2013) cui è seguito La costola di Adamo (2014), Non è stagione (2015) e Era di maggio (2015). Ne fanno parte anche i racconti presenti nelle antologie poliziesche Capodanno in gialloFerragosto in giallo Regalo di Natale. Con questa casa editrice ha pubblicato anche Sull'orlo del precipizio (2015).

abc
INSTAGRAM
In lettura...
Un nuovo libro al giorno sui social: seguici!