Autore: Lina D'Alessandro

Recensione di Ormai tra noi è tutto infinito di Gio Evan

Ormai tra noi e’ tutto infinito è un libro di poesie. Il tema è l’amore. Cinquanta  poesie  dedicate alla  donna, quella di cui è profondamente, indissolubilmente, pazzamente innamorato. E questo amore Gio Evan lo mette in scena. La timidezza, l’inquietudine, l’incertezza, la delicatezza, il desiderio, la necessità di amare quella donna, e solo quella,  per tutta la vita.  Per sempre.

 …L’amore ha un passo lento,

indeciso, impreciso,

il passo di una danza

che procede  e si ritrae

senza una direzione precisa …

La necessità di un tempo lento in amore è evocata più volte.

… Voglio un amore lento

Che prenda le cose con calma

Che si posi sugli sguardi

Che veda piano

Ma che bruci

Che bruci veloce

 Un amore diverso  da come lo vivono gli altri.

… li vedo gli altri

Li vedo bene

Tutti concentrati ad andare avanti

pieni di fretta

pieni di sbadigli trattenuti  …

e vanno avanti

sempre  ...

... così avanti che spesso

Si lasciano dietro una meraviglia

Quella che cercavano da tempo

 

Gio Evan dà voce a chi è innamorato dell’amore, di un amore che  sa di meraviglia, di semplicità, di quotidianità. Di eterno.

... voglio fare le cose con te

Quelle piccole

Quelle cose semplici

… quelle piccole cose

Che ti fanno credere

Al per sempre

Che non ti fanno pensare alla morte

... voglio fare le cose con te

Quelle piccole

Come vivere la mia vita.

O ancora

Amami diversamente

Non portarmi a ballare

 Fai di me la musica di tutto,

Amami diversamente

Non promettermi mai niente

Sorprendimi e basta  …

 

È un amore impegnativo, che non ammette sbadigli, stanchezze , inciampi, frenate.

Un amore totale, sempre vigile, presente, attento, pronto a dare e a darsi.

…   ti sarò amante

Anche se un giorno

Non mi vorrai più

Perché l’amore non vuole ricompense

… è solo dare

è  solo emanare …

… essere amante

vuol dire che amerò te

 Che amerò dentro di te

Anche senza te  …

 

Sono cinquanta poesie che declinano l’amore, lo ripetono, lo sussurrano, lo gridano a voce bassa, alla donna amata. Anche quando questa vorrebbe andare via.

Mi dici spesso

Che qui non ti trovi bene

Che le persone non sono come te

Che ti senti diversa

Esclusa  ...

Che questo mondo non sembra fatto per te.

Io vorrei dire

Che nel mio mondo

Invece, tu

Ti trovi benissimo.

 

Approfondimento

È un muro che tiene prigionieri i due amanti, che impedisce qualsiasi  relazione  esterna, qualsiasi  altro interesse, impedisce di guardare altrove. Ma l’altrove è importante come l’amore, nutre l’anima come e più di qualsiasi sentimento che, mi dispiace dirlo, non può essere invincibile, assoluto, eterno.

Perché l’amore duri  ha bisogno,  anche,  degli altri,  intesi non solo come persone, come umanità, ma anche come luoghi, paesaggi, ambienti, arte.

Questo amore così pregnante, invadente, totalizzante, incanta  gli adolescenti, i giovani innamorati, spensierati, felici.

Tutti gli altri, gli adulti, gli anziani, sorridono ai versi del poeta  che usa parole semplici, autentiche,  immediate,  adatte ad esprimere con  raffinata leggerezza  un amore  delicato  e profondo.

 Un amore poetico. Un amore infinito.

Ad intervallare le poesie,  Gio Evan ha inserito pagine  in cui analizza l’etimologia di dieci parole.

La sezione ha come titolo  Evanario. Le parole  sono:

Immaginazione – Intelligente -  Innamoramento – Scavare – Immedesimazione – Determinato – Coraggio – Pazienza – Sacrificio – Viaggio.

Tutte le parole, sapientemente analizzate,  hanno  attinenza con i  sentimenti evocati  dalle poesie. È’ una riflessione  molto interessante su azioni  e caratteristiche dell’animo umano. Gio Evan è un giovane poeta  al suo quinto libro di poesie. Dopo aver viaggiato per otto anni,  camminato per tremila chilometri  e pedalato per novemila , ha vissuto a lungo con gli sciamani. È tornato in Italia ed ha iniziato  a scrivere poesie.  Dal 2016 ad oggi ha scritto cinque libri , due dei quali pubblicati  da Fabbri Editori.

Nel 2016 Passa a sorprendermi, nel 2017 La bella maniera,  nel 2018 Teorema di un salto, Capita a volte che ti penso sempre, Ormai tra noi è tutto infinito. [amazon_link asins='8891525634,8891580457,8899770085,8896910870' template='ProductCarousel' store='leggacolo-21' marketplace='IT' link_id='dc982fd9-9663-11e8-bb59-5f462d3c38ef']

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Recensione di Il Sale di Jean Baptiste Del Amo

Louise decide di riunire a cena i suoi figli, Fanny, Albin e Jonas, andati via da tempo.In attesa dell’incontro, ognuno  ripesca nella memoria pezzi di un passato doloroso, vissuto sotto la tirannia di Armand, padre  rabbioso e violento. Marinaio abbronzato, muscoloso, statuario, Armand  aveva fatto innamorare di sé  Louise che accettava e giustificava le sue assenze, i modi sempre più bruschi, i violenti rimproveri ai figli, soprattutto al più piccolo, Jonas, che terrorizzato dagli attacchi d’ira del padre, amava rifugiarsi tra le braccia della mamma per essere protetto. Jonas era omosessuale e ciò contrastava con la concezione mascolina che il padre aveva della vita. Accusava la moglie di essere eccessivamente protettiva e dolce con il  piccolo e apertamente elogiava Albin, diventato la sua ombra, ma ugualmente  terrorizzato dal padre che rincasava ubriaco, mortificava la moglie davanti ai figli,  alzava pesantemente le mani con tutti.

Louise, incapace di proteggere i ragazzi, assisteva in silenzio allo scempio dell’infanzia dei propri figli. Appena adulti, i tre giovani decidono di andare via. Non solo il passato è stato duro con loro, ma anche la vita che con difficoltà si costruiranno, riserverà dolori, sofferenze e sconfitte.

 

Approfondimento

Leggendo Il sale il lettore pian piano, senza accorgersene, si trova come seduto in prima fila, nella platea di un teatro, in una poltrona alquanto scomoda. Pochi gli spettatori.

Davanti a lui, sulla scena avanzano, una alla volta, delle quinte con su figure  illuminate da una luce, bassa, fredda, sinistra.  In un sussurro, i ricordi  rigurgitano. Prima la madre Luise .

Ha  invitato i figli a cena, “ …per non avere la sensazione  di abitare una carcassa, un relitto decisamente troppo grande...” in cui “..niente le arrivava, nessuna immagine, nessun suono, nessun sentimento, senza essere impastato del ricordo di Armand…”.

Sussurra frammenti di una vita di solitudine, accompagnata da violenza e da  colpevoli silenzi. La luce si sposta su Fanny che, poco lontana dalla madre, in un grido soffocato chiama Léa, la figlia morta per essersi sfracellata sugli scogli. Non riuscirà più ad amare, neanche il figlio Martin. Dalla destra la luce si accende su Albin, il figlio che con grande  fatica, fin da piccolo, ha sopportato gli insegnamenti del padre, “le cose necessarie ad essere un uomo”: la durezza dei marinai,  l’amore per Sète e per le donne.  Era fuggito via, in cerca di amore. La luce si sposta su Jonas, il figlio omosessuale, oggetto di continui e violenti attacchi del padre, l’unico che va via prima degli altri, in cerca di amori esibiti senza pudori.

Sul fondo, al centro della scena, una luce proveniente dall’alto, si accende su Armand che guarda i figli e dall’abisso della sua infanzia, non sussurra  ma grida il terrore provato per un padre violentissimo che,  davanti a lui ed al fratello picchiava la madre   per farla abortire lasciandola in un lago di sangue; e  l’orrore della guerra, la fuga in Francia per sfuggire  alle rappresaglie tedesche, stipati insieme al fratello ed al padre su di un treno  come bestie, tra il fetore di chi  non era riuscito a sopravvivere. E’ la prima volta che il padre rivela la ferocia della sua infanzia, le terribili esperienze dovute  ad una guerra che, marchiando tutti, rende feroci tutti quelli che ne escono vivi.

Il sale di Del Amo mi è sembrato  più una sceneggiatura che un racconto. Tutto è già avvenuto, niente accade o accadrà. E del già avvenuto arrivano i lamenti. I personaggi non si incontrano, da adulti non sono insieme mai. Insieme si ritroveranno a cena, ma il lettore  è escluso, resta fuori, non li  può vedere. Come i figli che sono rimasti fuori dall’infanzia di un padre  che ha patito anche più di loro.

È una scrittura dura, scarna, essenziale.L’evocazione lenta di pezzi di vita, che a tratti si interrompe per poi riprendere, rende la lettura  alquanto faticosa. E’ una storia di spessore e qualità che però a livello narrativo patisce. Non ci sono confronti. Neanche scontri. E non c’è perdono.

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Recensione di L’angelo nero di Kjell Ola Dahl

L’Angelo Nero ha per protagonista  l’Ispettore Gunnestranda, del dipartimento di Polizia di Oslo.In una calda notte di agosto, davanti al pub Asylet una rissa, creando scompiglio, mette in fuga molti avventori del locale.

Un colpo di pistola, sparato all’improvviso, uccide Ivar Killi, poliziotto in congedo per malattia, ma anche indagato per metodi violenti usati, precedentemente, durante l’ interrogatorio di un giovane sospettato. Molti gli intrighi, i segreti, i sospetti dei colleghi della vittima, convinti da subito che l’autore del delitto sia un giovane di origini marocchine, visto, quella notte, insieme ad amici, sul luogo dell’omicidio.

L’indagine è affidata all’Ispettore Gunnanstranda, lo stesso che, tempo prima, aveva denunciato Killi e fatto scattare un’indagine a suo carico. L’anziano poliziotto ritiene si debba procedere interrogando tutti coloro che, quella notte, avrebbero potuto aver visto, dai palazzi di fronte, qualcuno o qualcosa al momento dello sparo e far chiarezza su un omicidio del quale non è chiaro il movente. Malumori, insofferenze, rivalità di molti colleghi che mal sopportano il carattere scontroso e intransigente di Gunnastranda, fanno sì che il capo Dipartimento Rindall lo sollevi dall’indagine e lo sposti alla sezione persone scomparse. Dovrà collaborare con  Frolich che è impegnato nell’indagine sulla scomparsa dell’avvocato Arne Welhaven, che l’anziano Ispettore  Gunnanstranda ricorda di avere  avuto come compagno di scuola.

Approfondimento

Due sono i casi intorno ai quali ruotano le indagini di questo interessante poliziesco. L’uccisione di un poliziotto, Ivar Killi. La scomparsa di un avvocato, Arne Welhaven. Le vittime di tutte e due i casi sono in qualche modo collegate all’ispettore  Gunnenstranda che, a dispetto dei suoi colleghi e soprattutto dei suoi capi,  scopre  rapporti molto  stretti tra l’avvocato Welhaven, la psicologa Hoff che lo aveva in terapia, il  poliziotto Peter Bull,  amico del defunto Ivar Killi, il giovane accusato dell’omicidio e la giovanissima Veronika Lange, fotografata da  Killi senza veli, imbavagliata e legata ad una sedia.

La scena madre non è quella del delitto che, di solito, nel giallo tradizionale, resta avvolta nel mistero fino a quando l’autore la rivelerà, descrivendola minuziosamente. Qui la scena madre è quella che svela il colpevole.

Dall'inizio il lettore, insieme all’Ispettore, brancola nel buio; ma poi, quando già l’assassino sembra destinato a farla franca, c’è un colpo di scena, uno scacco matto al colpevole che resterà incastrato nella rete predisposta da chi , fino alla fine, non si arrende alla sconfitta della giustizia. Gli elementi del poliziesco ci sono tutti. I personaggi, man mano che l’autore li mette in scena, sembrano tutti incolpevoli, innocenti, privi di qualsiasi movente. Poi, qua e là, compaiono indizi, tracce piccole che rivelano al lettore qualcosa di inaspettato, che lo tiene ancor di più sulla corda.

La scoperta dell’assassino non è facile, data la sfilza dei personaggi coinvolti nei due casi delle indagini. Man mano che il giallo procede, i colpevoli sembrano più di uno, e sempre più, quelli appartenenti alle forze dell’ordine. Poi si scopre  alla fine che, come in tutti i grandi polizieschi, il colpevole è uno. Il personaggio principale del libro è l’ispettore Gunnenstranda, protagonista di altri polizieschi di Kjell Ola Dahl,  autore del libro L’Angelo nero.

Anziano, basso di  statura, con capelli riportati stranamente da un lato all'altro della testa,  mal sopportato da molti colleghi del  Dipartimento di polizia.  Subito amato, però,  dal lettore che lo segue, anzi, gli sta accanto in tutti i momenti delle indagini. È un personaggio integro, per questo subisce ingiustizie, è malvisto dai colleghi, ha pochi amici. Ma diversamente dal lettore, non si lascia confondere dall'aspetto sinistro con il quale lo scrittore presenta alcuni personaggi, che da subito appaiono come presunti colpevoli.

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Recensione di Quello che rimane di Paula Fox

Paula Fox, in Quello che rimane, narra un week end di fine inverno di Otto e Sophie Bentwood, coppia di quarantenni borghesi, sposati da molti anni e senza figli. Il racconto inizia da un banale, ma doloroso ed inaspettato morso che Sophie riceve da un gatto randagio abituato ad andare alla sua porta  per ricevere cibo. La ferita le provoca un dolorante rigonfiamento alla mano che Sophie rifiuta di farsi controllare e medicare, nella speranza che la ferita si sgonfi e guarisca da sola. È venerdì sera e la coppia si reca ad una festa di amici che non vedono da tempo. Vi restano poco perché  infastiditi e annoiati da gente che parla di cose che a loro due non interessano.

Tornando a casa, discutono della decisione di Charlie, socio di Otto, di lasciare lo studio legale che i due condividono da molti anni. Per Otto è un tradimento covato da molto tempo. Si sente abbandonato, incompreso dalla moglie  che ama profondamente. Vorrebbe andare via, cambiare città pur di non sentirsi solo.

Il sabato, oltre a far visita ad una vecchia amica con la quale si accorge di non aver più nulla in comune, ad andare  in giro per negozi, a telefonare ad una conoscente  con la quale scambia parole feroci, Sophie  impiega il tempo cullando ricordi di Francis Early, con il quale ha avuto una relazione intensa, interrotta all’improvviso  da lui. Lei, ancora, non lo ha dimenticato.

 A tarda sera,  Otto accompagna Sophie in ospedale, dove oltre alla medicazione, le prescrivono alcuni antibiotici e  ordinano la consegna del gatto per verificare che non sia portatore della rabbia.  Avranno  la risposta entro mezzogiorno del lunedì successivo. La domenica mattina, Sophie ed Otto Bentwood si recano nella loro casa di campagna, dove sono soliti trascorrere i mesi estivi. La trovano saccheggiata, sporca e notevolmente disastrata. I ladri hanno distrutto tutte le suppellettili, mobili, letti, materassi, divani e ogni  oggetto d’arredo. Rientrano velocemente, aggrediti, sconsolati e sconfitti. Il lunedì restano nella  trepidante attesa  di una telefonata dall’ospedale.

 

Approfondimento

Quello che rimane  ha un’ appassionata ed esaltante introduzione di Jonathan Franzen, il quale  afferma di averlo letto  una decina di volte, scoprendone sempre magnifici, sottili e sorprendenti elementi letterari,  …di aver apprezzato i piaceri della prosa di Paula Fox, le sue frasi piccoli miracoli di concisione e precisione,…minuscoli romanzi loro stesse. Non lo considero un romanzo di suspence di cui innamorarsi, come viene affermato nell’introduzione, né  il personaggio di Sophie è paragonabile ad Amleto, come Franzen fa.

Anzi, trovo  l’abbondanza dei pronomi “lui” e “lei”, ripetuti  ossessivamente  in molti  capoversi,  un’inutile ridondanza. Molto irritante per il lettore.

 …Lui va continuamente a trovarla. Dice che lei è realista. Penso che lui lo intenda come una lamentela. O forse è il modo in cui lui lo dice…..lui vuole vincere. Non importa quello che lui dice, credo che lei  l’abbia cacciato di casa. Oh, lui è molto dipendente da lei….lui se ne sta seduto nel suo squallido vecchio ufficio e lei si prende cura del mondo..

 Le paure, le incertezze, il timore del tradimento e dell’abbandono,  il non decidersi ad andare via per l’incertezza dell’ignoto, sono comportamenti comuni a molte coppie che vivono stancamente  giorni ed  anni  sempre uguali.

L’aspetto che,  secondo me,  costituisce un elemento su cui riflettere è il  perché del rifiuto iniziale di Sophie di farsi curare "Sophie fugge da un potenziale rifugio a un altro, e ciascuno di questi, di volta in volta, si dimostra incapace di difenderla" afferma Franzen .

Secondo me il morso del gatto, inaspettato, inatteso, incomprensibile, arrivato nel momento in cui Sophie accarezza l’animale con tenerezza, chiedendosi se quella sia la prima carezza ricevuta dal  randagio, costituisce  il rifiuto  di credere che ad una mano tesa, ad un’azione di generosità, si possa ricevere  un colpo mancino, un’aggressione immotivata ed incomprensibile. Fare del bene, essere generosi non può  essere ricompensato con un morso traditore. [amazon_link asins='8893253232,8881128055,8881129949,8864110909,888112906X,8893252740,8881129094' template='ProductCarousel' store='leggacolo-21' marketplace='IT' link_id='096bf4ac-7dc1-11e8-bcb6-63ed6632f161']

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Recensione di Siate ribelli, praticate gentilezza di Saverio Tommasi

Siate ribelli, praticate gentilezza, un racconto appassionato, ripercorre i pochi anni di vita delle bambine dell’autore Saverio Tommasi, dalla nascita alla scelta dei nomi, alle feste di compleanno, ai momenti delle pappe, ai primi passi traballanti. A tutti i momenti buffi ma anche sfiancanti della vita dei genitori.

Diventare genitori cambia la vita. Non è un cambiamento, è il cambiamento! Che aggiunge significato e responsabilità alla vita di ogni persona che ha dato vita ad una creatura. Soprattutto per ciò che riguarda le scelte che un genitore fa. Tutte le azioni sono scelte e, quando si è genitori, nella valutazione delle proprie azioni, si tiene conto di essere davanti ad uno specchio, di non poter sbagliare. I figli sono il nostro specchio.

….sarò felice perché significa, qualunque cosa sceglierete di fare, che state scegliendo. Significherà che state vivendo la vita che voi volete vivere e non quella di qualcun altro, tanto meno la mia. Questa è la cosa più importante del mondo: la libertà, figlie mie. Non lasciatela mai sola, voi avete bisogno di lei ma anche lei, la libertà, per vivere, ha bisogno di voi…

La scrittura è un’occasione per guardarsi dentro. In modo semplice e diretto, senza reticenze e finti pudori, Saverio Tommasi svela al lettore verità delle quali, fin dall’inizio, ha piena consapevolezza. Il piacere di scrivere aumenta e si manifesta man mano che Tommasi rivela pezzi di vita vissuta.

Approfondimento

Siate ribelli, praticate gentilezza è una lettera a Caterina e Margherita, di quattro e due anni. Ma non è una conversazione con due bambine. Non è un sermone alle sue figlie. È un sermone a tutti noi.

Saverio Tommasi denuncia forme di razzismo che vede diffondersi, a macchia d’olio, nella società, accusa di fascismo tutti noi che, quotidianamente, ci confrontiamo e ci scontriamo con persone o azioni che scatenano, a volte, collera, risentimento, invettive, lagnanze, insofferenze.

Sono napoletana, il razzismo noi napoletani lo viviamo dall’Unità sulla nostra pelle. Ci vengono sbattute in faccia frasi, affermazioni, invocazioni, desideri, appellativi che in una nazione civile sarebbero condannati senza se e senza ma. Ma ci si ride sopra, l’intellighenzia sminuisce, siamo stupidi se ci dispiacciamo. E certo, quando la domenica, negli stadi del Bel paese, sento cori razzisti, devo far finta di niente, ho imparato a far finta di niente, io che appartengo a un popolo di camorristi, ladri, scansafatiche, tutto sole pizza e ammore, che voglio? Devo stare zitta. Ma è innegabile che questi comportamenti, linguistici e non, possano scatenare collera. Risentimento. Perfino odio, purtroppo. Perciò comprendo l’invettiva che l’autore fa contro coloro che se la prendono con gli immigrati e i nomadi. Perché di loro si tratta.

Nella vita ognuno è chiamato a fare delle scelte. Ognuno è responsabile di atti violenti, linguistici e non.

Avrei voluto che nel comportamento fascista, oltre all’orrore del ventennio, Tommasi includesse anche le foibe, l’assassinio di Giuseppina Ghersi, tredicenne accusata di essere fascista e per questo violentata e uccisa dal branco di partigiani. E tutti i fascismi messi in atto in Italia da coloro che, insieme agli americani, furono i liberatori. Il film La Ciociara ne è un lucido esempio.

Il male, su uno, su dieci, su mille, su sei milioni, è male: non è mai banale.

Si rischia, altrimenti, di farci diventare tutti borghesi piccoli piccoli.

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Recensione di Le poesie più belle di Valentino Zeichen

Nato a Fiume nel 1938, Valentino Zeichen fu profugo a Trieste. Con il padre che aveva trovato lavoro come giardiniere, si trasferì a Roma dove, tranne alcuni anni di riformatorio a Firenze, è rimasto fino alla morte. Il suo amore per la città eterna traspare chiaro e lucido nelle tante poesie che le ha dedicato, come a un’innamorata. Non c’è sentimentalismo né lirismo, solo innamoramento.

Il poeta si fa guida e accompagna il lettore attraverso i luoghi magici della capitale, da Ponte Milvio al Circo Massimo, dal Muro Torto a Piazza del Popolo, dal Gianicolo a Piazza di Spagna, dal Teatro di Marcello al Mausoleo di Augusto, dalla Bocca della Verità alla Casa di Moravia, dal Monumento a Vittorio Emanuele II a Fontana di Trevi. E poi Villa Medici, il Pantheon, il Campidoglio, l’Ara Coeli.

Ha cantato le fontane del Bernini che diede gaiezza all’acqua facendola zampillare da orifizi impensabili, ha dipinto i tramonti romani con le facciate delle case colorate a calce tinta che diventano magiche tele cromatiche. Zeichen in Le poesie più belle racconta la bellezza, la storia, il tempo eterno di una città unica in tutto e il “turista” resta incantato, affascinato, ammutolito. Sono versi che racchiudono millenni di vita rispetto ai quali non si può fare altro che tacere.

La poetica di Zeichen è scarna, asciutta, nuda, scevra da eccessi passionali o sentimentali. È una poetica spesso ironica, ma di un’ironia dolente, che dietro i versi beffardi nasconde estrema solitudine e malinconia. In molte poesie c’è la caratteristica di nascondersi come soggetto e di guardarsi come fosse un oggetto che scrive, che ama, che ironizza, che dileggia, che racconta. Il poeta si sdoppia e parla di noi anche attraverso versi spiritosi, giocosi.

Se la linea della tua vita nella mano ti pare breve, allungala con la matita e chissà? Che l’innesto non riesca.

All’amore perduto dedica più versi.

Come dirti ancora amore mio, mia, mio, adesso che gli aggettivi possessivi sono istruiti di dubbi, svogliati e disaffezionati alla proprietà… ..e si concedono solo al plurale.

Il “tempo” è presente in moltissime poesie.

Son transitati secoli Dentro i miei anni E non vi ho fatto caso

Amare considerazioni riferibili a tanti, in versi di verità.

Quanti molti sono tenuti  in vita dal denaro, io, che non ne posseggo, trovo un ripiego nei princìpi.

Invoca per i poeti una nuova Musa, non più Calliope ma Podologa, che “sappia scorciare i versi cadenti, limare le punte acuminate, arrotondare gli angoli sonori. I versi devono essere corti così che la poesia ne guadagni in igiene.”

 Si dice che la poesia  manchi di vero slancio che non sa più volare poiché non più sorretta da grandi angeli alati. Che farci? È un mondo di poeti atei che volano preferibilmente in aereo.

Paragona l’artista ad un arciere.

La mira dell’artista deve essere superiore a quella dell’arciere, poiché punta all'infinito.

Chiude con grande pessimismo.

Come frecce scoccate da un ludico arciere che non ha sempre per mira un bersaglio, bensì la bellezza d’una traiettoria, sorvoliamo lo spazio degli anni.

Infine, desolato.

Il cielo non legge E neanche parla le lingue umane, Le ascolta ma non le capisce.

Raramente si lascia andare ai ricordi di momenti di gioia o di sofferenza: nella poesia Il nome rimosso ammette esplicitamente la difficoltà di andare indietro con la mente, l’angoscia nel riportare alla memoria l’immagine di lei, di sua madre, perduta quando non aveva sei anni.

A Evelina mia madre, è la bellissima poesia in cui riesce con difficoltà a nascondere il pianto.

Approfondimento

Le tante incursioni ironiche, le sue smorfie simili a sorrisi, fanno pensare a un uomo pacato, rassegnato, vinto dalle avversità, da una vita vissuta scappando anche quando si è fatto viandante, rifugiato, ai margini in una casa-baracca.

È stato costantemente in fuga. Riflessioni secche, dure, scarne. Le sue provocazioni, il suo raccontare improvvisamente si squarcia e lascia spazio ad immagini, a lampi, che mostrano pezzi di parole. Significanti che divorano i significati. Flash fotografici. Anzi più correttamente “metafore fotografiche” che all’improvviso mettono in scena il verso.

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Recensione di Piccolo paese di Gaël Faye

La voce narrante di Piccolo paese è quella di Gabriel, Gaby per tutti, figlio di un francese, titolare di un’impresa edile che costruisce ponti e strade, e di una ruandese, nostalgica del suo paese ma desiderosa di andarsene a Parigi con la famiglia. La coppia vive in Burundi, a Bujumbura, a cinquanta chilometri dal confine ruandese, insieme ai figli Gabriel, dieci anni, e Ana, sei anni.

La vita agiata in una casa benestante con cuoca, servitù, autista e aiutanti vari, procede serena: dopo la scuola Gaby trascorre il tempo con Armand, figlio di un ambasciatore, Gino, amico del cuore, e due gemelli. Lunghi pomeriggi avventurosi a rubare manghi, a rivenderli, a rifugiarsi sugli alberi, a bighellonare nel vicolo del quartiere dove conoscono un po’ tutti.

I genitori di Gaby e Ana si separano: la mamma non accetta di restare in Burundi e va via , tra la sua gente, in Ruanda. È un duro colpo per i due bambini , che restano con il padre e sognano che la madre torni a casa.

A seguito di libere elezioni, nel 1993, il partito che aveva sfidato il potere, vince. Inizia un periodo di instabilità politica con colpi di stato, uccisioni di Presidenti, lotte fratricide. Tutti sono più insicuri, soprattutto perché emergono gli odi tra le etnie presenti: gli hutu, più forti in Ruanda, e i tutsi più numerosi e forti in Burundi.

All’improvviso, si smette di essere se stessi e si viene indicati e riconosciuti come prede, perché appartenenti a una delle etnie nemiche. Le strade vengono presidiate da bande di scalmanati, feroci militanti protagonisti di scontri sanguinari e cruenti.

Per qualche tempo le famiglie benestanti come quella di Gabriel e dei suoi amici non subiscono ritorsioni: le ambasciate e i funzionari consentono loro di lavorare e circolare liberamente. La guerra infuria nelle campagne: villaggi devastati, incendiati, le scuole attaccate, gli alunni bruciati vivi all’interno. Tutti fuggono verso la Tanzania, lo Zaire, ma soprattutto verso il vicino Ruanda. L’ondata migratoria spaventa le etnie locali e inizia la caccia ai tutsi . I cuginetti di Gabriel vengono uccisi e lasciati a marcire in casa. Uno zio militare viene fucilato, la famiglia barbaramente uccisa. L’odio in libera uscita.

La notizia dei massacri dei tutsi in Ruanda si diffonde rapidamente. Iniziano rappresaglie ed imboscate anche in tutto il Burundi. A pagare sono gli hutu, dapprima i servitori, le categorie più umili, quelli che non godono della protezione di nessun potente. Poi il padre di Armand, l’ambasciatore, viene trovato massacrato e la paura si diffonde tra i ragazzi che decidono di dare una mano, di agire per evitare improvvisi e imprevisti attacchi. Si armano, si riuniscono in bande, presidiano le strade, i ponti e danno la caccia agli hutu . Uccidono senza pietà.

La guerra chiede a ognuno di trovarsi un nemico. Non si può restare neutrali.

Approfondimento

Il racconto in diretta è molto efficace. Il lettore viene catturato dalla capacità di Gaël Faye di farlo sentire accanto ai personaggi , testimone di una guerra fratricida, di un genocidio che, come una marea nera, annega ed avvelena tutti.

I dialoghi, arricchiti da dettagli, consentono di immergersi nelle situazioni evocate e di viverle insieme ai protagonisti che si presentano a noi non per i tratti salienti ridotti all’essenziale, ma per quello che dicono.

Gli elementi autobiografici invadono il romanzo. Inizialmente il lettore identifica Gabriel con Faye. Poi però, man mano che il racconto procede, il protagonista cresce autonomamente e si scrolla di dosso il fardello autobiografico. Non resterà mai solo.

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Recensione di Allah, san Gennaro e i tre kamikaze di Pino Imperatore

I tre soldati protagonisti di Allah, san Gennaro e i tre kamikaze, dopo un lungo periodo in un campo di addestramento per combattenti jihadisti, sotto le grinfie del comandante Abdel Salam, vengono scelti per compiere il gesto più alto e onorevole: immolarsi in nome di Allah e conquistare eterna gloria.

Feisal e Salim, siriani, avevano lasciato da ragazzi le famiglie per combattere contro l’Occidente: massacri, saccheggi, stupri, uccisioni feroci. Salim, il più fanatico del gruppo di cui era il capo, era anche il più imbranato; Feisal, bocciato due volte ai test per entrare nei corpi armati che combattevano contro l’Occidente, si era fatto raccomandare e, al terzo tentativo, era stato ammesso.

Amira è irachena. I genitori e due sorelle piccole erano morti sotto un bombardamento americano. La dodicenne orfana era stata adottata da uno zio che la maltrattava e la violentava. Si era arruolata in un esercito di soldatesse al servizio del califfo.

I tre prescelti conoscono la lingua del paese in cui devono compiere le stragi: l’Italia.

Giungono a Napoli senza armi né esplosivi: li avranno da un fornitore locale, dopo che avranno individuato i bersagli da colpire. Samet, mediatore immobiliare, affitta loro un appartamento ammobiliato: tre camere, due bagni, cucina e soggiorno. I due uomini l’apprezzano ancor di più per la seducente signora Rosa, prosperosa dirimpettaia che li intrattiene generosamente.

Si concentrano subito sull’individuazione degli obbiettivi: Salim sceglierà tra le stazioni ferroviarie, metropolitane e traghetti; Feisal si dedicherà a chiese, musei e monumenti; Amira a ristoranti, locali della movida e università. Una volta decisi i luoghi, alla data stabilita, agiranno.

Dei tre, quello che ha vita più facile è Feisal, soprattutto per le opere che si offrono al suo sguardo. Tanta bellezza lo turba fino a farlo svenire. Dimentica la sua missione e si comporta da turista. Amira si avventura tra locali notturni, bar, l’Università Orientale dove incontra Matteo ed è subito amore. Salim invece, impegnato com’è tra metropolitane, circumvesuviana, cumana, traghetti per le isole, lo stadio San Paolo, dove ostinatamente indossa un turbante bianconero, torna a casa sempre ammaccato, bastonato, ferito.

Finalmente arriva il giorno in cui ai tre viene dato l’ordine di compiere la strage di infedeli. Contemporaneamente, in tre luoghi diversi, molto affollati.

Approfondimento

Pino Imperatore, autore di Allah, san Gennaro e i tre kamikaze, auspica la pace tra i popoli del mondo. I kamikaze sono figure buffe, imbranate, poco credibili. Lo stesso addestratore li ha scelti per toglierseli davanti. Il capogruppo Salim viene scelto perché è stupido; Amira perché è troppo ribelle; Feisal perché ha la macchia di essere un raccomandato. Purtroppo i kamikaze autori delle stragi di Madrid, Bruxelles, Parigi, Londra, Nizza, Berlino (parlo delle stragi in Europa dal 2004 in poi) sono stati addestrati per uccidere e non per fare i turisti.

Uno dei personaggi che incontra Amira è un noto professore pacifista, De Bottis,: vuole il dialogo tra Occidente e l’islam ma evade la domanda che gli rivolge una studentessa: “nei paesi governati da teocrazie che si ispirano al Corano, vengono violati i diritti umani, le donne sono schiave, i reati vengono puniti con mutilazioni, crocifissioni, lapidazioni. Con questi stati così primitivi, come si dialoga?“. “Quei popoli non sono primitivi!”, risponde il professore.

Mi ha ricordato Veronica, un’operaia protagonista molti anni fa di alcuni sketch di una tv privata napoletana. Sosteneva che il padrone, il datore di lavoro, ‘o mast’ come lo chiamava lei, voleva così tanto bene agli operai che, non solo gestiva le loro paghe, ma li faceva andare in fabbrica a Natale, a Pasqua, a Capodanno a lavorare tutti assieme. E Veronica si era convinta che lo facesse per amore dei lavoratori!

Ci vorranno secoli perché qualcuno risponda in modo convincente, logico, alla domanda inevasa dal professore pacifista.

In Allah, san Gennaro e i tre kamikaze fa da sfondo una Napoli bellissima con i suoi monumenti, le opere d’arte, i marmi, gli affreschi e gli splendidi panorami.

La lettura è piacevole e strappa più di un sorriso.

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Recensione di Il mestiere dello scrittore di Murakami Haruki

Murakami in Il mestiere dello scrittore invita i lettori ad entrare nel suo studio, a mettersi comodi e ad ascoltare il racconto della sua vita di scrittore, essenzialmente, di romanzi lunghi. Come ha iniziato, dove ha attinto i suoi personaggi, il rapporto con gli editori, l’attenzione per i lettori, le strategie adottate per scrivere romanzi.

Sornionamente, afferma che tutti possono scrivere un libro, un racconto, se hanno un po’ di talento e di fortuna. Si viene anche accolti con simpatia dall’entourage degli scrittori che sanno benissimo quanto sia impegnativo resistere su quello che lui chiama il ring. Tutti vi possono salire.

Molti hanno successo con il primo romanzo. Un po’ meno con il secondo. Poi scompaiono anche dalle librerie. Oltre alla fortuna, è necessario il talento vero per resistere e sopravvivere come romanzieri.

Scrivere un romanzo è un atto lento e faticoso: Murakami impiega quattro o cinque mesi, dieci fogli da quattrocento caratteri al giorno. Poi corregge e taglia le parti che non lo convincono. Poi i ritocchi. Pausa di qualche settimana.

Rilettura, ricontrollo e riverifica.

A questo punto, affida il giudizio al suo lettore privilegiato, la moglie, che quasi sempre critica alcuni pezzi, segnala parti che non le piacciono. Lui rivede quei pezzi e li riscrive. Rilegge dall’inizio tutto il romanzo, per l’ultimo controllo. Finalmente è pronto per l’editore.

Per fare tutto questo ci vuole perseveranza, forza anche fisica, necessaria a restare seduti ore davanti allo schermo, concentratissimi. È indispensabile mantenersi forti e vigorosi nel corpo, fare attività per almeno un’ora al giorno: il numero di neuroni diminuisce o aumenta in ragione del movimento che si fa. La diminuzione influenza la capacità di imparare e di ricordare. Murakami corre tutti i giorni per un’ora, da trentacinque anni.

In che modo esercitarsi per diventare scrittori? Leggere da piccoli, osservare con scrupolo tutto quello che accade e rifletterci sopra. Memorizzare scene, persone, fatti. Collezionare dettagli soprattutto. L’immaginazione equivale alla memoria.

Per uno scrittore il tempo è importante: non solo il tempo della scrittura e del controllo, come già detto, ma soprattutto il tempo del silenzio, necessario per riflettere su cosa scrivere. E qui lo scrittore giapponese ci spiega che cosa significa essere un romanziere: significa scendere al fondo della propria coscienza, scavare nelle tenebre sotterranee, trovare ciò di cui si ha bisogno e riportarlo alla luce. Ne Il porto sepolto Ungaretti dice che il poeta è come un palombaro che si inabissa nelle profondità del mare per riportare alla luce i reperti trovati: le parole. La poesia è stata scritta nel 1916, esattamente cento anni fa.

Approfondimento

Nella postfazione a Il mestiere dello scrittore, Murakami scrive che il libro è una raccolta di idee nelle quali ci sono anche delle ripetizioni.

A dir la verità molte parti, lette da me in Vento e Flipper, le ho ritrovate ripetute pari pari in alcuni paragrafi di questo libro: l’illuminazione improvvisa che ha riguardo al suo futuro di scrittore; gli inizi, come proprietario del bar, oberato dai debiti; il libro, registrato sul floppy, scomparso dal computer, ma poi subdolamente ricomparso. Oltre alla reiterata affermazione : “scrivo da trentacinque anni.”

Non amo le ripetizioni e mi meraviglio che Murakami le abbia mantenute volutamente.

È stato un alunno annoiato. La scuola negli anni ’50 era, non solo in Giappone, selettiva, attenta alle discipline, ai voti e allo studio. Non c’era spazio per altro, né per tutti.

Auspica una scuola che realizzi uno spazio di rinascita individuale, fatto su misura per il bambino che non si adatta alla scuola attuale, che non ha interesse per quello che studia, ma che realizzi a pieno la propria personalità.

Le digressioni autobiografiche impediscono all’autore di regalare ulteriori specifici suggerimenti agli aspiranti scrittori: come si fa ad essere originali, ad avere uno stile proprio, a migliorarlo e a farlo diventare classico. A restare sul ring nel tempo.

Il mestiere dello scrittore è un libro interessante. Ancor di più se fosse stato di più un saggio e di meno un’autobiografia.

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Recensione di Confessioni audaci di un ballerino di liscio di Paola Cereda

Frank, figlio di Carlin Saponara, maestro di liscio e proprietario della balera “Sorriso Dancing club”, nel cinquantesimo anniversario del locale, che corrisponde con il suo cinquantesimo compleanno, dà una grande festa e invita le persone che hanno calcato la pista e ricevuto lezioni di liscio dal Carlin o da lui stesso. Tutto il paese, Bottecchio sul Po.

Ancilla, la madre, che aveva convinto il padre ad aprire la balera, vedova del Carlin, convive con il Frassoni, scelta che Frank condanna perché per lui le mamme non devono andare via, devono restare, sole. Prepara ogni cosa con meticolosità e scrupolo, cercando di non trascurare nulla. Cinquant'anni sono una tappa importante, da celebrare con tanta gente, tanti ricordi e un domani fatto per ballare. Lucida tavolini, specchi, pavimento, appende festoni, riassortisce il bar con rum, grappe ed elisir.

I musicisti degli Abramo’s iniziano le prove già nel pomeriggio: basso, chitarra, batteria, fisarmonica, la cantante, due coriste, un violino. E poi il liscio, quello vero: valzer, mazurca, polka.

La sala oramai è piena e Frank è pronto a salire sul palco per dare il benvenuto agli ospiti. Presenti le donne che hanno lasciato un segno nella sua vita: Ivana, il primo amore, la biondissima Kristelle, e Barbara che resterà pochi minuti.

Frank sale sul palco, saluta, ringrazia gli ospiti e passa in rassegna gli anni della vita della balera fondata dal padre. Tutta la gioventù del Polesine ha trascorso serate volteggiando sulle note leggere e maliarde di valzer, mazurche e polke.

Un personaggio manca, un caro amico di Frank, Vladimiro Emerezin, poeta di paese, curatore abusivo della spiaggia, famoso per pezzi di saggezza scritti sulle pietre. Ubriacone convinto.

E proprio quella notte, la notte dei festeggiamenti della balera, Vladimiro viene trovato morto sulla spiaggia.

Frank cerca di capire come sia potuto accadere, anche perché su un biglietto Emerezin ha scritto una parola incomprensibile: afrore. Si convince che quella parola sia un messaggio che l’amico ha lasciato prima di morire. Ma che significa?

Inizia un viaggio che lo avvicinerà alle donne che hanno contato nella sua vita e alle quali, con estremo ritardo, chiederà spiegazioni sulla fine del loro rapporto.

Un viaggio che gli rivelerà l’odore della vita quando scorre.

Approfondimento

Paola Cereda in Confessioni audaci di un ballerino di liscio passa in rassegna gli anni del liscio, delle balere, dei balli di coppia. Dalla musica dei Casadei a quella dei complessi meno conosciuti, dalle mazurche ai tanghi ai beguine all’intramontabile Vatussi.

Il protagonista, Frank Saponara, è un quasi adulto che fatica ad amare. L’amore della sua vita è la balera e lui ne parla cose se fosse una donna: ... lei merita la mia dedizione. Per la sua balera si era immaginato una festa senza sbavature, aveva programmato ogni cosa ma il gran finale lo aveva scritto l’Emerezin, rubandogli la scena con la sua morte improvvisa.

Parte per ritrovare se stesso attraverso le persone che avevano condiviso con lui un pezzo di vita.

...Provare meraviglia davanti ad un cielo, ad un paesaggio, ad un altro essere umano, fa venire voglia di restare…una migrazione ed un sicuro ritorno.

Confessioni audaci di un ballerino di liscio inizia con un ritmo lento, tante sono le presenze e diversi i luoghi fisici e affettivi di cui parla il narratore. Poi il ritmo incalza e tutto diventa vivo e credibile. Le indagini sulle ragioni dei comportamenti sono approfondite nella giusta misura, senza eccessi di scavi psicologici poco utili a spiegare i tanti perché, comunque misteriosi e incomprensibili. Il linguaggio è chiaro, preciso, appropriato.

Grande nel lettore la voglia di ritorno ad un’epoca in cui il ballo era una sorta di terapia di coppia, basata sul linguaggio del corpo: ognuno ha un ruolo, non si può andare a tempo da soli.

Inutile e inappropriato nel titolo l’aggettivo audaci.

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