Autore: Zuleika Martinello

Recensione di All’ombra del tuo cuore di Adriana Romanò

Il Pretiosa è un prestigioso liceo privato riservato alle famiglie elitarie della città. Di umili origini, Nora è iscritta al quinto anno dell’istituto grazie a un particolare lascito del nonno, soffrendo tuttavia il forte contrasto di status sociale con gli altri compagni. Per la ragazza la vita liceale è una vera e propria tortura: etichettata come sfigata sin dal primo giorno e trattata da cenciosa, Nora cerca di focalizzarsi solo sulla maturità e sull’imminente inizio degli studi universitari. I mesi dell’ultimo anno scorrono veloci e tranquilli, fintantoché, nel prendere le difese del proprio migliore amico, la ragazza non si scontra con i bulli della scuola: Il Trio. Filippo e i suoi scagnozzi, Matteo e Alex, decidono le sorti di ciascuno studente del Pretiosa e i professori non osano nemmeno opporsi, dato il consistente sostegno finanziario delle loro famiglie verso la scuola.

Nel mettersi contro Filippo, Nora finisce ben presto con l’essere malvista dall’intero liceo e con il dover sopportare, giorno dopo giorno, soprusi e umiliazioni. Grazie alla propria determinazione e a una particolare sintonia con l’affascinante Matteo, la ragazza riesce a tenere testa a Filippo, vincendo più di qualche battaglia. Turbato dall’incapacità di far sottostare Nora al proprio volere, Filippo si riscopre innamorato di quella ragazza ribelle, così diversa da tutte le altre. Il quinto anno di liceo si rivelerà, per gli studenti del Pretiosa, un momento di forte cambiamento, perché le superiori non sono solo una scuola ma la prima grande sfida di ogni ragazzo.

Approfondimento

Adriana Romanò si siede tra i banchi di scuola, mette la data nel proprio foglio protocollo e lascia alla pena biro il compito di riempirne le righe. All’ombra del tuo cuore ha il pregio di saper affrontare, con il giusto compromesso di rispetto e leggerezza, tematiche molto complesse che, puntualmente, si manifestano durante gli anni del liceo; periodo non visto tanto come un momento formativo, quanto piuttosto come un ponte che dall’adolescenza porta all’età adulta.

C’è lo sfigato evitato da tutti, c’è l’omossessuale bullizzato, c’è la ragazza a cui puntualmente viene fatto pesare il proprio aspetto o il capobanda che, in realtà, soffre segretamente una condizione famigliare infelice. Adriana Romanò, peccando per certi versi di poca originalità, mette su carta tutte queste tematiche trasformandole in un romanzo dolce e salato. All’ombra del tuo cuore è  anche un racconto romantico, che vede protagonista una ragazza del tutto anonima, pronta a rischiare e a uscire dal conforto dell’ombra pur di difendere le proprie idee.

Consigliamo questo romanzo in maniera particolare alle ragazze che stanno vivendo gli anni del liceo, poiché potranno ritrovare nelle pagine di All’ombra del tuo cuore le tematiche peculiari della loro quotidianità. Il triangolo amoroso tra Matteo, Nora e Filippo porta inoltre a suggerire il libro a tutti coloro che amano sospirare tra una pagina e l’altra.

Un racconto leggero e frizzante, capace di care un piacevolissimo momento di lettura. [amazon_link asins='B07FP3W8BK,B00IASA798' template='ProductCarousel' store='leggacolo-21' marketplace='IT' link_id='c913ddf8-94af-11e8-96d7-e514389f4d9e']

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Recensione di Neppure il silenzio è più tuo di Asli Erdogan

Asli Erdogan è un’affermata giornalista turca che mai ha esitato ad affilare la stilografica nella difesa dei diritti umani. I suoi romanzi vantano la traduzione in più di dieci lingue pagando, di contro, lo scotto di essere malvisti nella loro terra d’origine.

Il colpo di stato voluto dalle forze armate turche il 15 luglio 2016, contro il presidente Recep Tayyip Erdoğan, segna in modo profondo e definitivo la vita di Asli. A poche ore dal fallito golpe militare, con l’accusa di propaganda terroristica, la donna viene arrestata assieme ad altri 22 giornalisti. Proprio da questo atroce scenario, tra esplosioni, corpi esanimi e vani tentativi di soccorso, nasce Neppure il silenzio è più tuo: non un racconto, non un’invettiva, non un articolo giornalistico, bensì il flusso di coscienza di una donna furiosa.

Le prime pagine dell’opera firmata Erdogan, si aprono con un vivido flashback autobiografico. Mentre si chiudono gli ultimi atti del fallito golpe, Asli vaga come un’ombra lungo le ormai irriconoscibili strade di Istanbul. Alle sue spalle fumo ed esplosioni, al suo fianco un cane randagio, davanti ai suoi occhi un bivio: l’indifferenza o la protesta. Asli Erdogan non esita un istante e, al cospetto di un governo pronto a calpestare i diritti civili, la giornalista prende carta e penna e inizia a gridare.

Approfondimento

Neppure il silenzio è più tuo nasce dal concatenarsi, quasi confuso, di una serie di riflessioni che Asli Erdogan si ritrova a elaborare come reazione al colpo di stato turco del 2016. Nel scegliere questa lettura non ci si deve aspettare un racconto con una consecutio temporum e una trama ben definita: le pagine dell’opera ospitano pensieri frammentari, tenuti insieme dall’indignazione. Icona della resistenza femminile, Asli Erdogan non rimanere inerme mentre i diritti dell’uomo vengono offesi dal potere politico: riempie d’inchiostro e di protesta le pagine bianche dei giornali, accettando il pegno della prigionia.

Neppure il silenzio è più tuo è una lettura molto complessa, difficile, che talvolta richiede la rilettura di qualche passaggio. Questo libro è particolarmente adatto a quei lettori sensibili a tematiche politiche e a tutti coloro che desiderano approfondire i retroscena di una Turchia ferita.

Difendere la libertà e la pace non è un reato né un atto di eroismo, ma il nostro dovere... E oltre a difenderle, dobbiamo restituire a queste parole i significati, la sacralità che hanno perso... Fintanto che possiamo... Non essere complici dei massacri, invece, non è soltanto un diritto e un dovere, ma il senso stesso della nostra esistenza... E questo è il nostro macigno, trasportato fin che possiamo, amato fin che possiamo, il nostro fato

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La creatività e gli stati emotivi dello scrittore nel libro d’esordio di Nikita Placco – Intervista

“C’è nella vita di ciascuno di noi un giorno, uno solo, che ha cambiato per sempre il nostro sentire”.

Proprio su questa forte presa di coscienza, Nikita Placco dà vita alla vicenda di Rodolfo, un giovane notaio scapolo che stravolge la propria vita abbracciando la scrittura. Il protagonista de Il giorno di cui non si parla trova nel quotidiano l’ispirazione, ritrovandosi così a trascrivere su carta le proprie emozioni. Quando Rodolfo verrà a conoscenza di un non detto sepolto nel passato, si troverà ad affrontare un deciso cambiamento come uomo e come autore.

In compagnia di Nikita Placco cercheremo, con qualche domanda, di sbirciare attraverso le fessure de Il giorno di cui non si parla: un romanzo nuovo, magnetico e incredibilmente vero.

Nikita, tu sei un uomo di legge, un avvocato e, al contempo, un autore. Come convivono queste tue due anime? Come si inserisce la scrittura nella routine di un avvocato?

A dire il vero, non mi sento “un uomo di legge” né sono un avvocato: faccio l’avvocato, che è molto diverso e come autore lotto con la routine del professionista perché non fagociti tutto lo spazio e rispetti il tempo dell’ispirazione e della creatività.

Tu stesso hai precisato che il tuo Il giorno di cui non si parla non è un romanzo autobiografico, bensì un racconto di fantasia che tuttavia è scaturito da alcune evoluzioni, probabilmente necessarie, vissute anche sul piano professionale. Chi ha letto il romanzo sa che Rodolfo, dopo una serie di circostanze riscopre la sua passione per la scrittura. Ci sono punti in comune tra vissuto dell'autore e il suo romanzo?

Parlerei, piuttosto, di un percorso esistenziale teso a sempre maggiore autenticità.

Certamente ci sono molti punti in comune tra il mio vissuto e il romanzo, ma che non riguardano solo il personaggio di Rodolfo o la sua vicenda professionale, piuttosto tutto il sostrato emotivo della narrazione. Non racconto fatti veri, ma tratto di cose che conosco bene.

Eppoi, come è scritto a pag. 265: “Scriviamo sempre di quello che accadrà, mai di quanto già successo. Anche se non lo sappiamo. La narrazione è esercizio di profezia, più che di autobiografia. Scrivere è, invero, atto profetico”.

Anche tu, Nikita, hai vissuto il tuo giorno di cui non si parla? I non detti dovrebbero rimanere sepolti nel passato o pensi sia giusto sapere sempre la verità nonostante il suo peso?

Tutti abbiamo il nostro giorno di cui non si parla, dunque anche io. E solo affrontare quel “non detto” alla base della nostra esistenza ci fa divenire persone libere. Non a caso faccio precedere il mio romanzo dalla frase “La verità è l’unica forma di restituzione possibile”: una dichiarazione d’intenti e d’indipendenza al tempo stesso.

Passando a tematiche più leggere, a quale personaggio della vicenda sei particolarmente affezionato?

I personaggi di un romanzo sono un po’ come figli: possono essere simpatici o seriosi, vigorosi o fragili, onesti o guasconi, ma l’affetto è lo stesso per tutti.

Ovvio che con Rodolfo c’è stata maggiore proiezione, ma ho donato qualcosa di me a tutti loro.

E una menzione speciale la riservo a Luca, il papà del protagonista.

Nikita, il tuo stile narrativo è scorrevole e coinvolgente. Sai affrontare tematiche complesse con una penna leggera e alternarle, in modo naturale, con episodi scanzonati. Chi sono i tuoi autori di riferimento? Quali letture pensi ti abbiano, se così si può dire, formato e indirizzato verso quello che è diventato il tuo modo di scrivere?

nikita placco autografa una copia del suo libroMi sono formato, un po’ come tutti, sui grandi classici dell’Ottocento, specialmente i russi. L’imprinting è rimasto nel profondo e sopra si sono stratificate tante altre letture e autori mano a mano più recenti, di diversa estrazione e sia italiani che stranieri (per citarne alcuni Buzzati, Fallaci, De Luca, Piperno, Kundera, Barnes, McGrath, Sepulveda), che mi hanno portato con una ricerca di affinamento via via più necessaria a trovare la mia voce, la mia cifra stilistica.

Quanto pensi che l’ispirazione sia legata al quotidiano di un autore? Come per Rodolfo, anche per te il vissuto impatta sui periodi di blocco o di produttività di fronte a un foglio bianco?

Per me l’ispirazione è un fenomeno rabdomantico, più che legato al vissuto quotidiano. Certamente durante le mie giornate capto e immagazzino molte suggestioni, che tuttavia poi rielaboro in maniera completamente rifratta. Non mi riferisco agli accadimenti, quanto più che altro agli stati emotivi.

E, almeno finora, non ho sperimentato blocchi della creatività, piuttosto frequenti sprazzi di vera e propria “incontinenza” immaginativa, che sento di dover catturare prima che la magia svanisca.

Un’ultima domanda che vuole essere uno sguardo verso il futuro. Hai già qualche idea da mettere nero su bianco?

Appena concluso Il giorno di cui non si parla, mentre lo stavo revisionando, una nuova storia si è affacciata di suo alla mia mente. Dapprima il protagonista, che dopo poco si è presentato con nome e cognome e poi mi ha svelato la sua attività. Così, ho iniziato subito a scrivere questo secondo romanzo e prodotto già diversi capitoli.

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Recensione di Il giorno di cui non si parla di Nikita Placco

Rodolfo è un capace notaio, ma bastano una moleskine nera e una passeggiata tra le suggestive viuzze di Gubbio a rievocare in lui un’esigenza primitiva: quella di scrivere. Una metamorfosi inevitabile porta l’uomo a dismettere le vesti della legge e a dedicarsi completamente alla propria passione. Il talento, l’abilità lessicale e la guida del pedante editor Caravecchia, portano Rodolfo a pubblicare il suo primo libro e ad acquisire definitivamente l’identità di autore. L’ex notaio conduce le proprie giornate con leggerezza, snocciolando la vita giorno per giorno senza progetti né, tantomeno, pretese, prendendosi all’occorrenza ciò di cui ha bisogno.

Per soddisfare le temporanee esigenze di calore famigliare, Rodolfo sa di poter contare sull’ammirazione dei nipoti e, al contempo, di poter chiamare la magnetica Olivia per assecondare un capriccio romantico. Proprio quando si ritrova a vivere una fase di impasse creativa, lo scrittore si rende conto di come le proprie vicende personali si relazionino con l’ispirazione, condizionando, inequivocabilmente, il momento della scrittura. A scuotere Rodolfo dal torpore narrativo è, dapprima, la sconvolgente rivelazione di Olivia: aspetta un bambino, concepito con un qualche uomo di passaggio, già dimenticato. Per lo scrittore la donna rappresenta l’anima gemella, un amore già perso in passato, solo recentemente ritrovato sotto la chiave della passione. Questa consapevolezza porta Rodolfo a fantasticare su una famiglia con Olivia e sulla possibilità di accogliere quel figlio come suo.

Quando Carla fa la propria apparizione in scena, l’uomo perde ogni certezza; la nuova conoscenza attrae Rodolfo rendendolo incapace di decidere del proprio futuro. Le cose si complicano ulteriormente quando lo scrittore accoglie una confessione di suo padre, una verità sepolta nel passato, abbandonata in quel giorno di cui nessuno voleva parlare. Olivia, il bambino, Carla e la pesante rivelazione si fanno prima penna, poi carta e, infine romanzo, esaltando, come mai prima, il talento narrativo di Rodolfo.

Approfondimento

C’è un giorno nella vita di ogni uomo capace di cambiare il senso delle cose.

Un giorno all’apparenza normale, fotocopia di quelli precedenti che, contro ogni previsione, cambia il regolare ordine del quotidiano. Attorno a questa consapevolezza, Nikita Placco intesse la vicenda di Rodolfo, talentuoso quanto scostante scrittore, dando vita a Il giorno di cui non si parla. Questo affascinante romanzo può essere suddiviso, fondamentalmente, in due parti. La prima, quella iniziale, non sembra curarsi dello sviluppo della trama; in queste pagine Placco apre delle fessure sul passato di Rodolfo, attraverso cui il lettore può sbirciare per conoscere meglio il protagonista. L’autore prende di petto la vicenda solo nella seconda parte, mettendo sulla scacchiera nuove pedine e affrontando, solo a questo punto, il titolo del libro: il giorno di cui non si parla. Nikita Placco abbraccia Rodolfo, si immedesima in lui e, attraverso una spiccata capacità empatica, ne descrive l’evoluzione psicologica rendendola palpabile al lettore.

A fare da filo conduttore lungo tutto il romanzo è l’ispirazione: l’assassina e l’amante di ogni scrittore. Rodolfo si ritrova imbottigliato nel tipico blocco dello scrittore ma, domando le proprie sensazioni e sapendo condensare il vissuto sulla carta, riesce a sviluppare un romanzo da premio Strega.

Con la leggerezza di uno stile narrativo fresco e scorrevole, Nikita Placco inserisce nel suo romanzo un ampio ventaglio di tematiche. La sua penna riesce agevolmente a spostarsi da temi scanzonati e romantici a quelli più delicati e complessi. Il giorno di cui non si parla ospita così tra le sue pagine la frivolezza di una notte d’amore come il crollo psicologico da ferita emotiva. Per finire, frammenti del romanzo di Rodolfo inseriti tra i capitoli del libro, creano una sorta di racconto nel racconto: due anime separate, seppure affini. Placco rinasce, tra le sue stesse pagine, come nuovo autore: afferra la penna di Rodolfo e sperimenta uno stile del tutto nuovo, conferendo a Il giorno di cui non si parla, i tratti dell’esperimento narrativo.

Un romanzo piacevole e suggestivo messo in scena con uno stile leggero e frizzante.

La lettura giusta per chi vuole imparare a far tesoro delle proprie esperienze, positive e negative, perché tutto accade per un motivo ben preciso, spesso in un giorno qualunque, di cui non si parla.

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Recensione di Blake il divenire degli dei di Simone Alessi

Vrbi Road è decisamente una cittadina atipica. Saldamente aggrappata a riti e vecchie tradizioni, contrasta in modo netto con un 2919 dominato dalla tecnologia. Blake vive proprio in questo angolo di mondo, dove il progresso sembra aver dimenticato di sostare; gli edifici, soprattutto le chiese, testimoniano un’epoca lontana e i cittadini si guadagnano da vivere con l’artigianato, arte gelosamente tramandate di padre in figlio. Il rapporto tra Blake e Vrbi Road è ambivalente.

Il sedicenne ama quella città, che gli permette di dare libero sfogo al suo estro pittorico; tuttavia non riesce a percepire quel naturale senso di casa, rimpiazzato piuttosto da una violenta disappartenenza. La verità è che Blake è diverso. I capelli neri, gli occhi color smeraldo e la pelle avorio lo differenziano in modo brusco dai lineamenti tipici della zona, portando inevitabilmente i concittadini a vederlo come la nota stonata dello spartito. Per non parlare poi della macchia dietro all’orecchio, in grado di variare con il ciclo lunare; chiaro strascico di una malattia antica: la stregoneria.

È l’imprevedibile incontro con Luce, affascinante e al contempo enigmatico, a fornire una risposta alle domande silenziose del ragazzo. Blake comprende che qualcosa dentro di sé lo rende davvero diverso o, meglio, speciale rispetto agli altri e che la sua reale natura è inevitabilmente legata a quella di Selene, la Dea Madre.

 

Bene, tutto ebbe inizio secoli prima che l’uomo abitasse da solo questo mondo. Un tempo c’erano milioni di creature che abitavano la Terra, fate, streghe, demoni, angeli e creature mitiche. Tutte vivevano in armonia fino a quando l’uomo non volle essere l’unico al centro del mondo. Era meraviglioso, e tu lo amavi sopra ad ogni altra cosa. Amavi ballare fino al mattino, cantare e quando tutti erano in estasi gli donavi premi unici e magnifici. L’avidità degli uomini però era maggiore e con essa il loro odio, ti volevano solo per loro e così nacque una guerra senza vinti né vincitori. Il popolo magico venne da noi messo in salvo in una dimensione parallela e questa separata da un velo.

 

Fiancheggiato da Hecate, Morte e Sam, figure mistiche e divine, Blake vivrà un’esperienza in bilico tra il bene e il male che lo porterà soprattutto a riscoprire sé stesso.

Approfondimento

L’arte della scrittura non è cosa facile in una contemporaneità abitata da più autori che lettori. Un libro rischia di essere solo l’ennesima copertina tra milioni di altre e, al contempo, un fantasy di essere meramente uno dei tanti. Simone Alessi ha pertanto cercato di cantare fuori dal coro, proprio come il suo protagonista Blake. L’inchiostro ha dato  vita ad un romanzo fantasy capace di distinguersi dagli altri, soprattutto per quella vena psicologica, per quella ricerca dell’io interiore che nulla ha a che vedere con la narrativa del genere fantastico.

Aspetto affascinante del romanzo è sicuramente la  vera natura di Blake, che nell’innocenza dei suoi sedici anni scopre di essere la reincarnazione mortale di una potentissima divinità: Selene, la Dea Madre. Questa scelta permette all’autore di aggiungere al fantasy un taglio psicologico: la ricerca della propria identità che, dopo essere stata distrutta necessità di una riedificazione, di una forma nuova.

Tuttavia va detto che le pagine di Blake e il divenire degli dei rischiano di associare la piacevolezza della lettura a una sensazione di confusione. Il romanzo appare a tratti come una sorta di zibaldone, dove troppi elementi diversi non trovano la giusta armonia tra loro. Per concludere i cenni artistici che accompagnano il racconto, hanno un retrogusto di ostentazione; più che supportare la narrazione sembrano dei vezzi che l’autore ha deciso di concedersi.

Blake e il divenire degli dei è un romanzo fantasy impegnato e originale. Gli assuefatti lettori potranno risvegliare il loro amore per il genere fantastico grazie alle pagine di Alessi.

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Recensione di Vendetta al profumo di zagara di Luigi Saccà

Roccelletta, Sicilia anni ’50. Natalino Suraci è il bigliettaio della linea 9, ligio dipendente dell’Azienda Municipale dei Trasporti. Il posto fisso nel settore pubblico lo renderebbe uno scapolo interessante, se non fosse per quel difettuccio all’inguine e il leggero sovrappeso, tale da giustificare il soprannome Bombolo. La sua tranquilla routine fatta di turni lavorativi e cene con mamma e sorella, viene bruscamente capovolta quando una donna bellissima, mai vista prima, chiede a un inebetito Natalino un biglietto per l’autobus. Irrimediabilmente sconvolto da quell’incontro fatale, il dipendente pubblico accetta il supporto agli amici del paese e nel giro di pochi giorni riesce a scoprire l’identità di quella ragazza così da poter dare inizio ad un cauto corteggiamento.

Si tratta di Mariella Doddis, donna libera sebbene da poco uscita da una relazione consumata con lo spettabile avvocato Foti e, per di più, reduce da una terribile vicenda famigliare conclusasi con la misteriosa sparizione del padre. Nonostante le complicanze attorno a quella donna bellissima, Natalino non cambia idea e continua a condurre con tenacia la propria missione di conquista. Amalia, madre di Mariella, e Carmelo, confidente della famiglia Doddis, si mostrano particolarmente benevoli nei confronti dell’impacciato bigliettaio e proprio grazie al loro provvidenziale intervento, Natalino inizia ufficialmente a frequentare l’amata. Convinto di aver realizzato il suo sogno d’amore, Natalino si ritrova coinvolto nei terribili avvenimenti orchestrati delle donne Doddis, finendo in prima pagina sui quotidiani locali. I fatti vengono peraltro aggravati dal ritrovamento di un cadavere dall’identità misteriosa.

Riuscirà un uomo goffo, che poco ha masticato di scuola, a dimostrare la propria integrità in quel malaffare?

Approfondimento

Luigi Saccà, professore di Medicina presso l’Università di Napoli, si scosta momentaneamente dalla cattedra e dalle scienze per lasciare sfogo alla propria vena letteraria. Il risultato? Vendetta al profumo di zagara, un noir mediterraneo che cala il lettore nella Sicilia degli anni ’50. L’ingenuità del protagonista della vicenda è lo strumento di cui l’autore si serve per caricaturizzare la furbizia femminile, nonché la pochezza del popolino.

Saccà scrive in modo raffinato e che profuma di letteratura d’altri tempi, facendo rivivere nelle sue pagine gli usi e i costumi del secolo passato, talvolta anche in modo ironico. Ecco che dunque a spezzare la tensione tipica dei polizieschi sono le caratteristiche dell’uomo medio, come la venerazione del posto pubblico, il pettegolezzo, la tendenza a ficcanasare sui fatti altrui. Ben scritto, scorrevole, divertente e al contempo intrigante, Vendetta al profumo di zagara è una lettura piacevole, ideale per chi ha bisogno di staccare la spina. Chi poi ha vissuto in prima persona l’Italia o, meglio, la Sicilia degli anni ’50, non potrà che sorridere nel ritrovarsi trasportato indietro del tempo in modo tanto spontaneo e immediato.

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Recensione di Con la polvere dell’India dentro i sandali di Verdiana Maggiorelli

Delhi, Mumbai, Hyderabad.

Chapati, dhal, puri.

Osho, Yogananda, Gandhi.

Verdiana Maggiorelli s’infila i sandali, abbandona il pregiudizio e, con spirito di assoluta apertura, impara a conoscere e ad amare una terra in forte contrasto con le  proprie origini. Tra government bus e risciò, la scrittrice attraversa l’India da nord a sud, cercando di coglierne ogni sfumatura e di soffermarsi anche laddove un normale turista non oserebbe. Il viaggio si rivela, sin dalle prime tappe, una travolgente esperienza e la Maggiorelli impara a vivere quell’angolo di mondo piuttosto che limitarsi a percorrerlo.

L’India è colori: il kajal attorno agli occhi, i sari sapientemente lavorati, un punto rosso al centro della fronte. L’india è aromi: le spezie, l’incenso, gli infusi. L’India è suoni: le danze, i mercati affollati, i canti popolari. L’India è spiritualità: la meditazione, la reincarnazione, la non violenza. L’India è caos: la scarsa igiene, i bus stipati, gli hotel fatiscenti.

La Maggiorelli torna a casa con un bagaglio pesante, molto più di quello aggrappato alle proprie spalle. Profondamente toccata dall’esperienza, decide di condividere i suoi racconti, i suoi diari, le sue avventure. Afferra una penna, un quaderno e scrive, così da poter permettere anche ad altri di rivivere la stessa magia.

Si, l’India è la mia casa e la mia malattia. Spero guarirne, prima o poi, ma a dire il vero faccio di tutto perché non accada.

Approfondimento

Con la polvere dell’India dentro i sandali è il dettagliato resoconto di un viaggio attraverso l’India, scritto in prima persona e con carattere squisitamente giornalistico da Verdiana Maggiorelli. Dovendo scegliere come descrivere il libro in una sola parola, quella più adatta sarebbe sicuramente: completo. L’autrice racconta tutto e non tralascia neppure i particolari apparentemente meno interessanti, perché solo il puzzle di tutti i dettagli può permettere al lettore di vivere la stessa suggestione.

Leggendo il diario di viaggio si riesce proprio a vederla, Verdiana, mentre fa amicizia con le guide improvvisate che il destino le ha fatto incontrare, mentre lascia dormire un indiano sulla propria spalla nei trasporti pubblici, mentre si ferma a meditare o, ancora, mentre cerca un hotel nel cuore della notte. Il profondo amore per l’India si percepisce, in tutta la sua forza, quanto la Maggiorelli descrivere le brutture di questo paese. Brutture che la donna comprende ma non condivide. Non nasconde, nel suo racconto, il giorno in cui le viene rubato il portafogli, l’elemosina mendicate dai bambini, piuttosto che la terribile condizione delle vedove. L’India, con il suo fascino e la sua pericolosità, ha saputo conquistare totalmente l’autrice e nel lettore, una volta terminata anche l’ultima pagina, s’insinua il desiderio di vedere questa decantata terra.

Un libro che parla di storia, di spiritualità, di cultura.

Un dettagliato diario di viaggio.

La guida perfetta per chi ha voglia di partire.

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Recensione di Ogni storia è una storia d’amore di Alessandro D’Avenia

Anna. Le matite temperate, le trascrizioni puntuali. Mentre Dostoevskij le dettava le pagine del suo ultimo, disperato romanzo, lei si innamorò di lui e a lui affidò per sempre il suo cuore. Le crisi epilettiche, il vizio del gioco, i debiti, il delirio: nulla piegò mai la dedizione della giovane stenografa che, per quattordici anni, amò alla follia quello scrittore folle.

Hitchcock, regista di fama internazionale, per Alma era semplicemente Alfred. Il suo Alfred. Un talento da supportare, un marito da sopportare, un amante da viziare. Alma, autrice talentuosa, visse all’ombra di uno dei più importanti uomini del cinema e ne alimentò silenziosamente il successo. Hitchcock non vinse mai l’Oscar, ma quando venne premiato dall’American Film Institute, non poté che dedicare a sua moglie l’intera carriera di regista.

Jeanne si lanciò dal quinto piano poche ore dopo la mote del grande Modigliani, suo marito. Compagna nella vita come nella morte. Il ritrattista impresse su tela l’immagine di donne bellissime, affascinanti, ma solo della moglie osò dipingere gli occhi, rendendola viva anche nell’arte. Lui mano, lei ancora.

Anna, Alma e Jeanne sono solo tre delle protagoniste sfiorate dalla penna di D’Avenia, che nel suo Ogni stora è una storia d’amore tesse le lodi di donne semplici, nascoste dietro grandi artisti. L’autore spegne i riflettori su Keats, Beethoven, Gozzano, per poi riaccenderli su quelle mogli, amanti che dedicarono la loro intera vita all’amore e all’amare.

Sbirciando le trame di trentasei storie d’amore, D’Avenia proverà a dare risposta a un interrogativo che da sempre tormenta l’animo umano: l’amore salva?

[…] perché una cosa è l’eros, un’altra è l’amore, una cosa è guardare una persona dalla finestra sul cortile, un’altra è entrare nella sua stanza e ascoltarla e capirla e tollerarla e correggerla.

Approfondimento

Ogni storia è una storia d’amore è uno studio, una ricerca, un inno alle donne.

D’Avenia si scosta dai precedenti romanzi, gli stessi che lo hanno reso una firma nota, afferra la penna e si lascia trascinare da un nuovo esperimento letterario. Trentasei donne, trentasei artisti, trentasei storie d’amore e un unico filo conduttore: il mito di Orfeo ed Euridice. Ciascun capitolo è dedicato a una protagonista, ripercorre i suoi passi, sfiora le sue sofferenze, mistifica il suo sentimento. Donne fragili ma determinate, innamorate di grandi attori, scrittori, musicisti o pittori, disposte a sacrificarsi in virtù di qualcosa di più grande: l’amore. Artista, donna e musa: un tormentato triangolo amoroso. D’Avenia accompagna dolcemente il lettore in queste storie, fatte di passioni e di dolori, intervallandole con quelle che ama definire “brevi soste”, dedicate al mito di Orfeo e Euridice, la storia d’amore primigenia che in qualche modo tiene unite tutte le altre.

Ogni storia è una storia d’amore è frutto di un grande studio; l’ipnotico stile dell’autore abbraccia la ricerca, evitando al romanzo un retrogusto didattico. Alessandro D’Avenia abbandona la strada sicura, ghermisce la bussola e tenta di percorrere un nuovo sentiero, dimostrando di essere uno scrittore dinamico, talentuoso e, soprattutto, rispettoso dell’arte in ogni sua forma.

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Recensione di Il dono di Halley di Antonio Giuga

Menton, 9 febbraio 1986.

Il dolore vive ormai da lunghi mesi in casa Fuerst. Le pareti stesse sembrano esserne pregne. Dopo la misteriosa morte della moglie, Aaron si lascia trascinare dalla routine, totalmente anestetizzato dalla sofferenza. Non riesce più a dare un senso alle cose, a sé stesso, alla vita; ma deve resistere. Lo deve a suo figlio Noah, un frugoletto di due anni, il segno più importante lasciato dalla moglie.

Quella fredda mattina di febbraio però, tutto è destinato a cambiare, ad essere bruscamente stravolto.

Mentre Aaron sistema la spesa, la sua attenzione viene attratta da uno strano bagliore proveniente dal baule in ripostiglio e, nell’aprirlo, l’uomo si ritrova tra le mani un vecchio libro e una piccola clessidra. Due oggetti misteriosi, eppure in qualche modo legati ai suoi ricordi. L’inspiegabile luce emanata dal tomo, convince Aaron a cercare risposte e a trovarle in nonno Sebastian, ricoverato da lungo tempo in un ospizio. Aaron apprende di far parte dei Talatoni, da talàton bilancia, un antico ordine a cui spetta la responsabilità di mantenere l’equilibrio tra il bene e il male nella terra. La cometa di Halley dona a tutti i bambini nati al momento del suo passaggio incredibili poteri, poteri capaci di grandi cose, tanto nel bene come nel male. Ai Talatoni spetta il dovere di trovare i possessori dei doni, per guidarli nell’ambizioso progetto di ripulire il mondo dalla malvagità.

Roma 9 febbraio 2004

Sono passati diciotto anni dall’ultimo passaggio di Halley. Sono passati diciotto anni da quando la vita di Aaron è cambiata per sempre. La sua missione sta per avere inizio e lui lo sa. È con la maggiore età, infatti, che i doni della cometa si manifestano ai propri possessori, pertanto per Aaron è arrivato il momento di cercarli e aiutarli. Nonostante lo scetticismo iniziale di Noah, padre e figlio intraprendono il loro compito di Talatoni e ben presto  convincono ad unirsi a loro i gemelli Giorgia e Francesco, lei capace di una forte empatia, lui con il dono del teletrasporto; Evelyn in grado di generare campi di forza e Sylvie con il potere della localizzazione.

Contemporaneamente però, i Figli dell’eclissi, ordine da sempre contrapposto ai Talatoni, capeggiati dal temibile Maestro Jatun, sono sulle tracce dei ragazzi dotati, con ambizioni di potere e di conquista.

Talatoni e Figli dell’eclissi si ritrovano così a giocare una pericolosa partita a scacchi, fatta di mosse d’effetto e strategie studiate.

Un brutale scontro è alle porte: riusciranno Aaron e Noah a guidare il gruppo e ad annientare le bramosie di conquista di Jatun?

Approfondimento

Il Dono di Halley – L’ultima generazione, non è semplicemente il romanzo d’esordio di Giuga, ma soprattutto il primo passo di un progetto più complesso. Nelle sue duecento pagine infatti, l’autore inserisce tutti gli elementi necessari a costruire un’avvincente saga all’insegna del fantasy, fatta di misteri, scontri e, perché no, un pizzico di romanticismo. La proverbiale lotta tra il bene e il male, ragazzi dotati di poteri sorprendenti, l’eredità di Halley: Antonio Giuga ha messo in campo tutte le pedine ed è ora pronto a muoverle secondo il suo disegno.

Lo stile narrativo scorrevole, la scelta di non appellarsi a vocaboli astrusi o a forme lessicali complesse, rendono Il Dono di Halley – L’ultima generazione un romanzo leggero, adatto soprattutto ai più giovani.

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Recensione di Fratello agnello e sorella volpe di Pierluigi Plata

La cruna e il cammello.

Il canto del gallo.

Il sacrificio dell’agnello.

Molteplici figure del mondo animale popolano le pagine del Vangelo, oggetto di un simbolismo fondamentale per rendere la Parola accessibile a tutti. Il messaggio del Cristo, infatti, non vuole essere esclusivo, destinato solo agli eletti, ma un’ancora di salvezza a cui, tanto i primi quanto gli ultimi, possono saldamente affidarsi.

Don Pierluigi Plata, forte delle proprie conoscenze teologiche, si è focalizzato sugli animali citati negli scritti evangelici, per poi elaborare le sue riflessioni sotto forma di libro: Fratello agnello e sorella volpe. In questo testo ogni capitolo è dedicato a uno specifico animale, l’autore riporta fedelmente i versetti del Vangelo corrispondenti e quindi li spiega in un linguaggio semplice e colloquiale.

Particolarmente significativo è il simbolismo legato all’asino, che nulla ha a che vedere con la nascita di Gesù, come voluto invece dalla tradizione popolare. Il riferimento rimanda piuttosto all’ingresso del Messia a Gerusalemme: l’asino come mezzo di trasporto asserisce intrinsecamente a una venuta all’insegna dell’umiltà e della mansuetudine.

Ancora, Plata richiama i capitoli in cui Matteo parla degli avvoltoi:

Se dunque vi diranno: “Ecco, è nel deserto”, non andateci; “Ecco, è in casa”, non credeteci. Infatti, come la folgore viene da oriente e brilla fino a occidente, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo. Dovunque sia il cadavere, lì si raduneranno gli avvoltoi (Mt 24,26-28).

Le parole di Gesù, in questo contesto, sono un chiaro invito a non essere impulsivi nel compiere le proprie azioni, a prediligere la riflessività all’istinto.

Nel suo testo il sacerdote accarezza con la penna ben trenta animali, tra cui non solo i più noti, quali i pesci, i porci o le colombe, ma anche quelli più nascosti, capaci di sfuggire ai lettori più attenti, come ad esempio il moscerino.

Fratello agnello e sorella volpe è un testo osservante le Scritture e il linguaggio assolutamente candido dell’autore rende il libro adatto a tutti, a chi crede, a chi no, a chi è curioso o a chi vuole semplicemente ascoltare la Parola con occhi nuovi.

Approfondimento

Guidato dal cuore e da una profonda conoscenza della materia teologica, Pierluigi Plata ha voluto approfondire una particolare sfaccettatura del Vangelo: il legame tra uomo e animali come parte di un unico disegno. Considerazioni e riflessioni hanno poi permesso al sacerdote di vestire i panni dello scrittore e di realizzare il suo Fratello agnello e sorella volpe. Il testo si apre con un’interessante prefazione firmata Licia Colò, per poi dedicarsi, capitolo dopo capitolo, a tutti gli animali citati dagli evangelisti. Plata riporta puntualmente i versetti del Vangelo in cui un determinato animale viene menzionato e, successivamente, ne spiega il simbolismo.

Fratello agnello e sorella volpe è un libro molto chiaro, scritto con un linguaggio semplice e per questo adatto a tutti i lettori, persino ai bambini, tanto da poter tranquillamente supportare finalità didattiche. Tuttavia, le spiegazioni di Plata, seppur univoche e precise, appaiono in alcuni passaggi frettolose e per questo potrebbero lasciare insoddisfatti i palati più sopraffini.

Un testo impregnato del messaggio evangelico, ma non per questo dottrinale: l’autore, nelle sue pagine, non cerca di persuadere il lettore, non è insistente, mette piuttosto a disposizione le proprie conoscenze a tutti coloro che, credenti o meno, volessero capire meglio gli scritti evangelici.

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