Lupus in Fabula. Le fiabe nella relazione educativa di Adalinda Gasparini e Claudia Chellini

 

Dal 31 agosto in libreria

Da qualche settimana Edizioni Centro Studi Erickson ha pubblicato per la collana Notti di luna vuota, diretta dal pedagogista Marco Dallari, il libro Lupus in fabula. Le fiabe nella relazione educativa di Adalinda Gasparini e Claudia Chellini. Il volume guida il lettore nella geografia dell’immaginario fiabesco invitandolo a mostrare ai bambini (poi adolescenti, poi adulti) quello che l'educazione contemporanea tende ad attenuare, se non a nascondere, ovvero la dimensione tragica della vita, con la quale pur sono in contatto fin dalla più tenera età. Fra tutti i generi narrativi, l'universo fiabesco è quello che più affonda le radici nella psiche individuale e collettiva, nella complessità delle vicende vissute in differenti tempi e culture, nelle credenze, nei gesti, nei riti da sempre presenti sulle scene dell'esistenza umana. Questo volume nasce inoltre dal desiderio di favorire i genitori, gli insegnanti, gli educatori e i bibliotecari che vogliono attingere di prima mano al nostro patrimonio narrativo, quello che fa dell’Italia una superpotenza culturale. Troppo spesso, infatti, raccontiamo fiabe di terza o quarta mano prendendole, ad esempio, dal grande narratore del Novecento, l’americano Walt Disney.

Il volume Lupus in fabula vuole far riscoprire le fiabe tradizionali che spesso narrano storie di conflitti che minacciano l'esistenza dei giovani protagonisti, di rischi e di prove che devono affrontare, della via che possono trovare per uscire da difficoltà apparentemente insormontabili, a patto che si usi il potere salvifico della parola, si ascoltino coloro che si incontrano lungo il proprio cammino e che si chieda loro aiuto. Dalle fiabe più classiche, come “Giovannin senza paura”, pericolosamente incapace di ascoltare la voce dell'inconscio, o “Tontonio”, uno scriteriato che riceve doni preziosi ma li perde per l'incapacità di comprendere le parole del donatore, passando a storie più contemporanee come “Lo chiamavano Jeeg Robot”.

Lupus in fabula è diviso in due parti. Nella prima parte “Un’educazione pericolosa. Crescere senza incertezza, senza pericolo, senza paura” incontriamo Cappuccetto Rosso e scopriamo che fu riscritta dai Fratelli Grimm, con un lieto fine, partendo da una versione orale antica dal finale tragico, e diventando così una delle fiabe più famose del mondo. Le autrici cercano di dimostrare con questa fiaba come i genitori sicuri di proteggere i figli, non avvertendoli dei rischi che possono correre, si pongano come genitori ideali, e pertanto impediscano ai figli di imparare da ciò che vedono. Nella seconda parte “Un’educazione paradossale. Crescere senza arte né parte, scacciati e delegittimati” si raccontano invece storie più contemporanee, postmoderne, come quella di Enzo Ceccotti, alchemico e stralunato eroe che mangia solo budini industriali alla vaniglia, protagonista del film italiano “Lo chiamavano Jeeg Robot”. Una storia, quella di Enzo Ceccotti da Tor Bella Monaca, raccontata con il più contemporaneo e popolare dei linguaggi, quello cinematografico, capace però di rivelarsi degna della più autentica tradizione fiabesca.

Questo libro si inserisce all’interno della ricerca sulle strutture narrative delle fiabe antiche e popolari che dal 2009 le autrici conducono. Partendo dallo studio delle trecce topologiche hanno realizzato il progetto online Fabulando. Si tratta di un sito che comprende sessantaquattro fiabe, per ciascuna delle quali è disponibile un e-book e una nota di lettura che spazia fra educazione, psicoanalisi e letteratura (http://www.fairitaly.eu/joomla/fabulando-ita). Adalinda Gasparini e Claudia Chellini dimostrano come la conoscenza dei territori non riguardi solo la geografia dei luoghi, ma anche quella della psiche. Non a caso, sia in questo libro che nel prezioso sito Fabulando da loro costruito, le autrici collocano grande, complessa e bellissima carta geografica che indica collegamenti e sovrapposizioni fra l’universo delle fiabe, con le loro ambientazioni, i loro personaggi e i loro simboli, e l’universo della psiche, con le sue risorse di conoscenza e di arbitrio, i suoi affetti, le sue contraddizioni e i suoi misteri.

Lupus in fabula dimostra che la fiaba, come il mito, continua a vivere e a rivelarci, con i suoi simboli e le sue metafore, nuovi dettagli della parte più affascinante e segreta della nostra identità. Marco Dallari, direttore della collana di cui il volume fa parte, nella prefazione scrive: “E questa è una bella e incoraggiante sorpresa, perché ci rivela che la fiaba, come il mito, continua a vivere e rinascere, e quella mappa dei sogni e dei racconti di magia continuerà ad arricchirsi e a rivelarci, con i suoi simboli e le sue metafore, nuovi dettagli della parte più affascinante e segreta della nostra identità personale e collettiva”.

Adalinda Gasparini, nata nel 1951 a Firenze, dove vive e lavora come psicoanalista. Dal 1980 ha insegnato psicoanalisi della fiaba e del mito in seminari promossi da scuole, università e altri enti pubblici e privati. Ultimi in ordine di tempo, l’insegnamento presso la Scuola di Psicoterapia «Esculapio» di Napoli (dal 2009) e un ciclo di interventi presso la scuola superiore in collaborazione con la Fondazione Strozzi (2016-17). Fra le sue pubblicazioni dedicate alle narrazioni fiabesche, oltre ai contributi in libri collettanei e riviste italiane e internazionali, si segnalano: Le prime fiabe del mondo (Giunti, 1996), Aladino e la lampada meravigliosa. Viaggio psicoanalitico (Ponte alle Grazie, 1993 e 1996); La luna nella cenere. Analisi del sogno di Cenerentola, Pelle d’Asino, Cordelia (FrancoAngeli, 1999); Nella stanza dei bambini. Tra letteratura per l’infanzia e psicoanalisi (con Anna Antoniazzi, CLUEB, 2009).

Claudia Chellini, nata nel 1973 a Firenze, dove vive e lavora. È ricercatrice presso l’Indire (Istituto nazionale di documentazione, innovazione e ricerca educativa), dove si occupa, fra l’altro, di competenze digitali dei docenti e di sistemi online per la documentazione e il monitoraggio dei percorsi formativi, temi sui quali ha pubblicato contributi in riviste nazionali e internazionali («Formare», «Formazione e insegnamento», «Word Journal of Social Science Research»). Dal 2010 insegna Letteratura in una scuola di educazione degli adulti. Dal 2015 pubblica articoli sulle narrazioni fiabesche nel cinema e in TV nella rivista «LiBeR».

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Recensione di Bernice si fa un bel carré di Francis Scott Fitzgerald

Per quanto una ragazza sia bella o brillante, se ha la fama di non essere invitata spesso a ballare, alle feste si ritrova in una posizione infelice.

Siamo agli inizi del 1900 quando la giovane Bernice, durante le vacanze estive, è ospite degli zii per alcune settimane. Bernice e Marjorie, cugine coetanee, passano tutto il tempo insieme. Bernice è una ragazzina di provincia abituata ad avere numerosi corteggiatori più che per il suo carattere, per il suo aspetto e perché benestante. Marjorie invece è una spavalda ragazzina di città, corteggiata soprattutto per il suo essere fuori dalle convenzioni dell’epoca. Quando vanno a ballare insieme, la povera Bernice si trova spesso sola, i cavalieri si dileguano a causa della sua noia mortale; intavolare un discorso con lei sembra essere impossibile. La cugina, che la considera un caso disperato, decide di mettersi a sua disposizione per aiutarla e farla diventare popolare tra i suoi amici. La scommessa è vinta e Bernice seguendo i consigli della cugina e mentendo dichiarando di volersi far fare un bel carré, si trova nel giro di pochi giorni ad avere addosso tutte le attenzioni, tra cui quelle di Warren, innamorato respinto da Marjorie. Queste attenzioni scatenano la gelosia di Marjorie disposta a tutto pur di far sfigurare la cugina agli occhi dei suoi amici e riprendersi il posto che ha perso. Bernice, messa alle strette decide di non cedere, rischiando così di perdere molto più dei suoi preziosi capelli.

Bernice si fa un bel carré è un breve racconto che Francis Scott Fitzgerald ideato e scritto con l’intento di essere poi rappresentato a teatro. Il tema principale è la gelosia tra adolescenti che sfocia, come diremmo ai giorni nostri, nel bullismo. È un racconto scritto molto bene, facilmente comprensibile, formato soprattutto da dialoghi. L’ho letto in pochi minuti, credo però che un libro possa creare spunti di riflessione anche se di poche pagine, questo ne è una prova. Consiglio la lettura di questo racconto a chi si vuole approcciare alla lettura dei classici o romanzi d’epoca, per via della sua brevità e scorrevolezza.

Approfondimento

Non capisce mai davvero il dramma del mondo instabile e in parte crudele dell’adolescenza.

Pur essendo stato scritto nel 1915 Bernice si fa un bel carré ci regala spunti molto attuali. Le protagoniste sono due adolescenti e sono l’una l’opposto dell’altra; non potrebbero essere più simili alle adolescenti di oggi. Bernice è innocente, seria e inquadrata ma questa veste della quale va molto fiera, inizia a starle stretta quando si accorge che la cugina spavalda e maliziosa, sembra godersi la vita molto più di lei e quando scopre che i ragazzi si prendono gioco di lei.

L’innocente Bernice riesce, con l’aiuto di Marjorie, a ribaltare questa situazione fino al punto di far scattare la gelosia della cugina che, supportata dagli amici, costringe la povera ragazza a compiere un gesto che mai avrebbe voluto. Sembra purtroppo di leggere un episodio di cronaca attuale dove un gruppo di adolescenti si rende protagonista di un atto di bullismo psicologico. In questo caso però Bernice troverà modo di farsi giustizia da sola; non riusciremo però a fargliene una colpa, anzi scommetto che anche voi sorridete insieme a lei.

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Recensione di Via dalla pazza folla di Thomas Hardy

Dell’amore come spettacolo Batsceba aveva una discreta cognizione; ma dell’amore come sentimento soggettivo, non sapeva nulla di nulla.

Batsceba è una donna coraggiosa e determinata che si ritrova a gestire una vasta fattoria a Weatherbury, ereditata da uno zio. È bella e benestante, per questo molto ambita in particolare da tre uomini.

Oak è uomo umile, gran lavoratore, sicuramente meno abbiente alle dipendenze di padrona Batsceba. Ma la sua voglia di lavorare, le sue abilità in fattoria denotano quanto sia importante la sua presenza per mandare avanti il podere. Un uomo tutto fare, indispensabile, di poche parole, ma sempre al servizio di Batsceba, sempre al suo fianco anche nei momenti difficili.

Il signor Boldwood affittuario di una piccola fattoria, dal portamento calmo e pacato, in contrasto con il proprio animo tormentato dalla lettera inviatale da Batsceba per scherzo. Una lettera che in lui animano un groviglio di pensieri, fino a far crescere nella sua fantasia l’amore ossessivo nei confronti di Batsceba.

Sergente Troy, un incontro inaspettato, piuttosto prorompente. Disonesto, furbo, raggira le persone compresa Batsceba che resta ingenuamente colpita dal suo fascino.

La vita in fattoria animata dalle tumultuose vicende amorose di Batsceba che alla fine riuscirà a trovare pace nel cuore.

Via dalla pazza folla è un libro impegnativo. Il tempo della narrazione è lento, mai incalzante, la storia avanza con interminabili descrizioni: ogni personaggio o cosa è descritta nei minimi particolari con linguaggio classico. Quasi totalmente privo di dialoghi, i toni restano sempre lineari, pacati anche in vicende più movimentate come litigi tra i protagonisti.

Batsceba, protagonista contesa da tre pretendenti, è tanto testarda quanto spaesata riguardo all’amore. Il suo cuore incerto, davanti a tre uomini diversi tra loro, viene messo alla prova, talvolta prendendo decisioni affrettate e sbagliate. Testarda e orgogliosa non rinnega mai le sue scelte. Sempre evidente è il contrasto tra il carattere determinato di donna indipendente economicamente e l’incertezza in affari sentimentali.

Approfondimento

Non posso negare di aver fatto fatica ad arrivare all’ultima pagina di Via dalla pazza folla, spesso la lettura di questo libro mi ha accompagnata prima del sonno. Non è il mio genere, forse perché mi ricorda i Promessi Sposi studiati a scuola in modo viscerale.

Più di Batsceba, ho apprezzato fattore Oak, secondo protagonista del racconto. È presente per tutta la storia, a fianco della sua padrona. Onesto e volenteroso in ogni occasione si dimostra utile nel lavoro e disponibile con le persone. È un personaggio coerente e lineare. Discreto resta a guardare dietro alle quinte, quasi a non disturbare. Silenziosamente si rimbocca le maniche e si adopera per risolvere ogni problema. Nelle sue modesti vesti dimostra di essere un grande uomo di valore d’animo. Eppure nonostante le buone qualità per Batsceba non è ammissibile sposare un uomo come lui che non possiede nulla per cui non può essere alla sua altezza.

Deve essere stato osservato che non vi è nesun sentiero specifico per uscire dall’amore più che non ve ne sia per entrarvi.

Via dalla pazza folla racconta l’amore nelle sue sfaccettature: l’amore non corrisposto, l’amore per gioco, l’amore come ossessione e l’amore sincero. Al principio di fronte ad ogni uomo Batsceba si trova spesso impreparata e indecisa, quasi tragica nel dover prendere una decisione. Cosa che non accade nella vita quotidiana in fattoria negli affari di lavoro nella quale si dimostra sempre molto autoritaria nonostante sia donna in mezzo ad un ambiente per la maggior parte maschile. Nel corso della narrazione emerge una maturazione del personaggio che diventa meno impulsivo quasi saggio, quasi rassegnato in fondo ad accettare ciò che in cuor suo sapeva da sempre.

Un po’ come capita anche a noi quando la paura di prendere un’importante decisione ci mette di fronte a dubbi e incertezze, ma in fondo abbiamo già deciso e dobbiamo solo trovare il coraggio di agire.

Valentina

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Recensione di La Canonica di Framley di Anthony Trollope

Poteva anche biasimare il marito tra sé e sé, ma le era intollerabile che altri lo biasimassero in sua presenza.

La Canonica di Framley è il quarto romanzo che Anthony Trollope dedicò a un’immaginaria contea del sud dell’Inghilterra. Le pagine del romanzo si aprono sul personaggio di Mark Robarts, il giovanissimo Vicario di Framley. Il Reverendo vive quella che potremmo definire una quotidianità piacevole e soddisfacente. Detiene un beneficio che gli garantisce una congrua rendita, ha una moglie devotamente innamorata e due figli. Mark vive inoltre sotto la vigile protezione della ricca Lady Lufton, madre di Lord Lufton: il suo più intimo amico.

L’ambizione del Reverendo non sembra però potersi dire colmata dai risultati ottenuti in così breve tempo. Mark guarda le cose seguendo una prospettiva più ampia: una prospettiva che rende il mondo rurale nel quale abita piccolo e opprimente. L’oggetto del suo desiderio diventa lo scenario londinese, popolato da uomini ricchi e potenti nelle cui mani si decidono le sorti del Paese. Ed è seguendo la sua ambizione che Mark, spinto dalla richiesta del deputato parlamentare Nathaniel Sowerby, firma una cambiale da quattrocento sterline, commettendo un errore che gli costerà caro. Sowerby che sarebbe dovuto diventare il lasciapassare per quel mondo da cui Mark è tanto attirato, diviene invece la causa dei problemi che minacciano di stravolgere la vita del Reverendo.

La canonica di Framley è intanto protagonista di un nuovo evento: l’arrivo della giovanissima Lucy, sorella minore di Mark. Timida e riservata, la ragazza attrae l’attenzione di Lord Lufton, suscitandone un interesse crescente. Mentre Lady Lufton è impegnata a preparare il matrimonio del figlio con Griselda Grantly, figlia dell’Arcidiacono, Lord Lufton dichiara il suo amore a Lucy che però si ritrae allontanando da sé il nobile pretendente.

Tra pettegolezzi, invidie e maldicenze, i personaggi del romanzo conducono le loro vite seguendo le regole di una società non poi così diversa da quella attuale. Nell’Inghilterra vittoriana di Trollope, scorgiamo l’ombra di un’umanità che, pur indossando abiti diversi dai nostri, rispecchia il nostro tentare di inseguire una qualche forma di felicità.

Approfondimento

In La Canonica di Framley a trionfare sono le donne: prima fra tutte, Lucy Robarts. Lucy non è solo la Cenerentola del racconto ma una vera e propria eroina moderna. La ragazza dischiude il suo carattere e le sue qualità in modo graduale ma inarrestabile. Da timida e impacciata, diviene attiva e indipendente, determinata e sicura di sé.

Accanto a lei ci sono altre due donne dal carattere forte: Lady Lufton e Fanny Robarts. La prima appare inizialmente intransigente e oppressiva ma rivela poi di essere disposta a cedere per ottenere le sole cose cui davvero aspira: la pace in famiglia e l’accordo con il figlio. Fanny, moglie di Mark, dimostra invece di avere la saldezza e il coraggio che al marito sembrano fare difetto.

Intorno agli abitanti di Framley, sparsi tra campagna e città, si muovono numerosi altri personaggi separati in schieramenti contrastanti. Ma niente è mai definitivo: si stringono nuove alleanze nell’attimo in cui sono infranti vecchi accordi; si organizzano matrimoni parallelamente al nascere di amori clandestini; potenti ambizioni inducono qualcuno a cambiare vita mentre altri si trovano costretti ad abbandonare una ricchezza con cui hanno sempre vissuto.

E intanto i mesi si susseguono e le stagioni mondane spingono amici e nemici a incontrarsi in occasione di un nuovo ballo. Ma alla fine della storia, come rassicura l’autore, “tutti furono felici”.

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Recensione di Due occhi azzurri di Thomas Hardy

… credo di capire la differenza tra me e te… forse tra gli uomini e le donne, in genere. Io mi contento di costruire la felicità su qualsiasi base accidentale mi si possa presentare a portata di mano, tu vuoi creare un mondo che si adegui alla tua felicità.

La giovane Elfride, figlia unica di un pastore anglicano, vive con il padre in un piccolo centro della Cornovaglia. Quando si rende necessaria la ristrutturazione della Chiesa della parrocchia, conosce e si innamora di Stephen Smith, giovane architetto che dovrà definirne i lavori di sistemazione. Le origini di Stephen non sono però considerate dal padre all’altezza della figlia e il giovane viene così allontanato da lei. I due ragazzi sono però innamorati e si promettono amore eterno considerandosi a tutti gli effetti marito e moglie. Stephen parte così per l’India in cerca di fortuna, al fine di ottenere quella posizione che gli permetterà di sposare finalmente la sua amata, con la quale tiene segretamente un rapporto di fitta corrispondenza.

Durante l’assenza del suo innamorato, il pastore Swancourt si risposa e Elfride fa la conoscenza di Harry Knight, parente della moglie del pastore e un tempo amico e mentore di Stephen. Proprio quando il giovane architetto sta per rientrare in Cornovaglia e coronare finalmente il sogno di sposare Elfride, questa si accorge che il sentimento che prova per lui non può essere minimamente paragonato a ciò che ora prova per Knight e, lusingata dalle sue attenzioni, ne accetta la proposta di matrimonio.

Due occhi azzurri è un romanzo ambientato in età vittoriana, si deve pertanto tenere conto della morale che vigeva in quel periodo per comprenderlo al meglio. Il tema principale è la gelosia scaturita dal triangolo amoroso tra Elfride, Stephen e Harry. È un romanzo scritto molto bene, scorrevole; leggerlo è molto piacevole. L’unica difficoltà potrebbe essere quella di non riuscire ad immedesimarsi nell’epoca in cui sono narrate le vicende, alcune delle quali oggi ci farebbero solo sorridere mentre nel libro sono caricate di grande importanza come è giusto che sia. Consiglio la lettura di Due occhi azzurri agli appassionati di intrecci amorosi e di letture classiche.

Approfondimento

Ci sono delusioni che ci straziano, e ce ne sono di quelle che ci infliggono una ferita il cui segno ci accompagnerà fino alla tomba. Alcune di queste delusioni sono così acute che nessuna gratificazione futura dello stesso desiderio potrà mai cancellarle: vengono registrate come una perdita permanente di felicità.

Pur essendo ambientato a fine 1800, il personaggio di Elfride si può considerare moderno. È una ventenne intraprendente, libera e orgogliosa che desidera vivere la sua vita e non subirla come spesso accade alle donne dell’epoca. I suoi sentimenti sono reali e nonostante il suo cambiare idea potrebbe sembrare libertino, non c’è mai malafede nel suo modo di essere.

Elfride Swancourt, pur ottenendo il risultato contrario, ha sempre solo voluto essere una figlia degna agli occhi del padre. Proprio per compiacere il genitore, mente ai due innamorati e, come spesso accade quando si vuole sempre compiacere gli altri, si trova a mentire soprattutto a sé stessa. Questo è l’aspetto che più mi ha fatto piacere e sentire vicino il personaggio di Elfride, la cui unica colpa è quella di essersi trovata intrappolata nello stereotipo della donna in era vittoriana.

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Recensione di Canne al vento di Grazia Deledda

«Perché la sorte ci punisce così come punirebbe le canne

Questa è una delle più significative frasi di Canne al vento pronunciata da Ester, una delle figlie di Don Zame, proprietario del casato e padrone di Efix.

In una Sardegna arcaica e primordiale vivono Zame e le sue figlie Lia, Ruth, Ester e Noemi. Zame è un uomo crudele, le figlie patiscono ogni giorno il suo volere piegandosi allo sconfinato potere di un padre-padrone senza scrupoli. Efix, il servo e protagonista del romanzo, obbedisce senza mai replicare ma nutre in cuor suo un profondo risentimento.

Ambientato in un luogo a tratti surreale dove il mistero la fa da padrone, s’intrecciano le vite dei vari personaggi e i loro sentimenti: amore, oppressione, senso di colpa e odio caratterizzano gli umori di Efix, delle dame e del loro nipote Giacintino a cui egli presta servizio da anni ormai.

L’affetto e il senso di protezione per le figlie di Zame portano Efix a ribellarsi e uccidere l’orco donando alle quattro sorelle la libertà. Efix uccide per lealtà e amore, il suo drastico gesto non è quello di una persona innamorata ma quello di un fratello maggiore e di un amante della giustizia. Custodirà il suo segreto per tutta la vita.

Canne al vento è un appassionante romanzo di Grazia Deledda, la cui prima pubblicazione risale al 1913. Il libro narra contemporaneamente la storia di una famiglia che soffre e che sbaglia rincorrendo il sogno della libertà e di un “figlio” che fa ritorno a casa tormentato e disperato.

Proprio come canne al vento, i personaggi vivono le loro vite in balia della sorte, destinati a sopravvivere al fato in un paese di magie ed esotismo. Lutti e nozze, segreti e misteri sono l’anima del romanzo, ma il senso di vuoto e d’inconcluso persisterà fino alle ultime pagine.

Grazia Deledda colora il racconto servendosi di miti e tradizioni tipiche dell’isola arsa dal sole e dall’ostinazione del suo popolo a credere in folletti e reincarnazioni. Efix farà appello a tutte le sue forze per espiare le sue colpe lavorando senza paga, vivendo da mendicante e pentendosi giorno dopo giorno dei suoi peccati.

Approfondimento

Per dare un giudizio obiettivo a quest’opera bisogna tenere presente alcuni punti fondamentali, quali il periodo storico, il luogo in cui è nata e vissuta l’autrice e, soprattutto, le maldicenze sulle donne scrittrici che allora non erano viste di buon occhio, proprio come la Deledda stessa precisa nelle prime pagine del volume. Molto descrittiva, profonda anche troppo, conduce il lettore a guardare la storia esclusivamente dal punto di vista di Efix. Lo stile, a tratti prolisso, assomiglia a quello dei romanzi russi forse perché all’epoca era quello che predominava, esagera quasi a cercare l’approvazione altrui.

Tra parabole bibliche e miti, il discorso si dipana tra una vicenda e l’altra, a volte discordanti e cariche di tensioni, altre sentimentali e melodrammatiche. Un romanzo d’altri tempi, insomma, che vuole portarci a riflettere sui valori della vita, su quanto la sorte possa influenzare i nostri destini e su quanto a volte siamo ostinati nel reiterare alcuni comportamenti oltremodo deleteri.

“Sì, siamo esattamente come le canne al vento. Noi siamo le canne e la sorte il vento” risponde Efix alla domanda di Ester. Canne al vento che ostinate sopravvivono solo sul terreno d’origine, preferendo la morte ad una vita altrove.

Anna Santoriello

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Le mille e una notte a cura di Roberta Denaro

Da dicembre in libreria

In questi giorni Le mille e una notte torna in libreria, uno dei libri più affascinanti di sempre in un’edizione a cura di Roberta Denaro e con le illustrazioni di Cinzia Ghigliano. Questa nuova edizione italiana, pubblicata da Donzelli, è la versione più vicina all'originale. Infatti, allontanandosi dalla sua più nota versione francese, questa traduzione de Le mille e una notte è condotta sulla base del manoscritto arabo più antico, riscoperto dall’arabista e professore all’Università di Harvard Mushin Mahdi.

Non c’è libro al mondo più affascinante de Le mille una notte. Ma quanti lo conoscono nella sua versione originaria? Quanti hanno letto per davvero il libro più antico che per la prima volta ha catturato in un testo scritto arabo il grande fiume della narrazione orale da cui quelle storie traevano origine? E quanto indietro si può risalire, per fissare l’origine scritta de Le Mille e una notte? In effetti, quando agli inizi del Settecento il grande studioso arabista Antoine Galland raccolse e tradusse in francese un gruppo di manoscritti arabi conservati presso la Biblioteca Nazionale di Parigi, molte furono le reinvenzioni e le riscritture di quel geniale scopritore. Di modo che il testo da cui prese le mosse la fortunata diffusione di quello scrigno fiabesco nella cultura dell’Occidente nacque spurio, condizionato da un’opera di interpolazione che ne ha segnato, per i successivi tre secoli, la ricezione. Si è dovuta aspettare la fine del secolo scorso, e la magistrale sapienza di Muhsin Mahdi, arabista e professore all’Università di Harvard, per ricostruire, con un lavoro ventennale di meticoloso raffronto dei manoscritti degli antichi copisti, il nucleo portante delle Notti arabe, risalente a un unico manoscritto siriano del XIV secolo. La traduzione italiana, qui per la prima volta condotta su quell’originale, ci restituisce un risultato clamoroso. Un’affabulazione che coniuga l’immaginazione e la saggezza sotto la cifra del femminile; l’evocazione diretta, senza ammiccamenti e pruderies, di un erotismo praticato nelle forme più spontanee ed esplicite; una varietà scoppiettante della dimensione fantastica, che è il contrappunto di una ricchezza linguistica e lessicale straordinaria: finalmente, la voce di Shahrazad senza la mediazione, senza il velo dell’Occidente. Una lettura che cambia – per paradosso – la stessa percezione del mondo arabo, delle sue culture, delle sue tradizioni, così come ci vengono consegnate dai conflitti e dalle angustie del presente. Ad accendere l’immaginazione restituendo quel mondo alle sue tinte originarie, liberate dalla patina posticcia dello sguardo orientalista, giunge in questa edizione il corredo di illustrazioni di Cinzia Ghigliano, che ci conduce nella magia delle notti arabe dei racconti di Shahrazad, a spiare da una finestra a gelosia incontri furtivi e ambienti segreti, alcove e hammam, giardini e cortili… Grazie alla luce che si sprigiona da quei luoghi, si scorge il vero volto di un Oriente tanto spesso vagheggiato ma mai autenticamente compreso.

Roberta Denaro insegna Lingua e letteratura araba presso l’Università «L’Orientale» di Napoli. Traduttrice dall’arabo e dal turco, oltre che de Le mille e una notte si occupa di jiha¯d e martirio nella letteratura araba medievale.

Cinzia Ghigliano, vincitrice del premio Andersen per il libro Lei. Vivian Maier (2016), è illustratrice e disegnatrice di fumetti. Firma autorevole di «Linus», «Snoopy» e «Il Corriere dei Piccoli», a partire dagli anni duemila intensifica la sua attività di illustratrice, soprattutto nel campo dell’editoria per bambini e ragazzi. Le sue opere sono esposte in numerosi musei sia in Italia che all’estero.

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Jerry Frost di Francis Scott Fitzgerald

Dal 4 novembre in libreria

Da qualche giorno è arrivato in libreria Jerry Frost, un imperdibile romanzo del grande Francis Scott Fitzgerald edito da Aliberti. Un grande classico della letteratura americana, pressoché sconosciuto in Italia, oggi più profetico e attuale che mai. In molti infatti, negli ultimi giorni, hanno sottolineato come I Simpson abbiano saputo essere premonitori sull'elezione di Donald Trump a Presidente degli Stati Uniti d’America. In pochi però sanno che già il grande Francis Scott Fitzgerald, negli anni Venti, aveva saputo essere visionario sulle sorti della politica americana, immaginando cosa sarebbe potuto succedere se un uomo qualunque si fosse ritrovato alla Casa Bianca, eletto Presidente degli Stati Uniti. Quest’uomo è Jerry Frost, un personaggio somigliante in modo agghiacciante al neo eletto presidente Usa…

"Sono il signor Jones, il noto politico. Sono stato incaricato di comunicarle che alla prima votazione le è stata conferita all'unanimità la nomination repubblicana per diventare Presidente degli Stati Uniti."

Mentre attendeva la pubblicazione del suo secondo romanzo, The Beatiful and Damned (Belli e dannati), Francis Scott Fitzgerald scrisse al suo agente Harold Ober: “Sto pensando a una commedia che farà la mia fortuna”. Originariamente intitolato The Gabriel’s Trombone, il lavoro uscì con il titolo di The Vegetable, accompagnato da questa epigrafe: «Un uomo che non desideri farsi strada nel mondo, guadagnare un milione di dollari e magari anche mettere il suo spazzolino da denti nel bagno della Casa Bianca, non vale più di un buon cane – non è nient’altro che un vegetale». Uno straordinario Francis Scott Fitzgerald, una commedia scoppiettante e amara sul sistema politico americano, scritta negli anni Venti ma, come tutti i classici, più che mai attuale. Jerry Frost – Il vegetale (The Vegetable in originale) è la storia di un uomo comune, incompetente e ordinario, insultato per la propria mancanza di ambizione dalla famiglia, che improvvisamente realizza il proprio sogno (o sogna di realizzarlo) di governare gli Stati Uniti d’America. Scoprirà che il vero sogno è la normalità e un lavoro da “postino”. Fra gag e dialoghi lunatici, situazioni surreali e una critica alla società di massa, Fitzgerald costruisce un ennesimo elogio dell’anti-eroe e dell’uomo in fuga, in un’opera che richiama i toni dei film di Ernst Lubitsch e Frank Capra. Un vero gioiello, pressoché sconosciuto al pubblico italiano, di uno degli autori chiave della grande letteratura americana.

Francis Scott Fitzgerald è nato a Saint Paul nel 1896 ed è scomparso a Hollywood nel 1940. È stato il massimo esponente di quella che viene definita “L’età del jazz”. In poco più di vent'anni di carriera ha scritto un centinaio di racconti e romanzi, come Il grande Gatsby, capaci di fotografare pienamente il periodo inquieto che sta a cavallo fra i due conflitti mondiali. È oggi riconosciuto fra i classici della letteratura mondiale.

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Recensione di Il professore di Charlotte Brontë

William è un ragazzo giovane, cresciuto senza una famiglia, che al termine degli studi a Eton si rivolge al suo unico fratello, freddo e meschino, per cercare un impiego. Dopo pochi mesi si accorge di aver fatto la scelta sbagliata: il lavoro è noioso e poco stimolante, il fratello non perde occasione per insultarlo e umiliarlo. Senza un vero motivo, attira su di sé l'attenzione del bizzarro signor Hudsen che, con uno strano stratagemma, riesce a far sì che il fratello lo licenzi e, consegnatagli una lettera di raccomandazioni, gli consiglia di trasferirsi a Bruxelles.

A Bruxelles William accetta un impiego da insegnante in un collegio maschile, e ben presto gli verrà chiesto di insegnare anche nell'attiguo collegio femminile, dove per un breve periodo subirà il fascino della direttrice, Mademoiselle Reuter, prima di scoprirne la vera natura di donna avida di consensi e manipolatrice.

Nella scuola femminile William farà la conoscenza di una giovane insegnante-studentessa, Frances Henri, che nel giro di poco conquisterà la sua stima.

Il professore è l'unico romanzo in cui Charlotte Brontë, autrice di Jane Eyre, sceglie come voce narrante quella di un uomo: questo è il suo primo romanzo, pubblicato postumo nel 1857, e fa riferimento a una vicenda autobiografica. Durante gli studi la Brontë si recò in Belgio per studiare il francese e si innamorò, non corrisposta, di un professore.

Già in questo romanzo è apprezzabile lo stile acuto e quasi affilato dell'autrice, che dedica molto spazio all'analisi della psicologia dei personaggi e alla disamina, a volte anche ironica, degli ambienti nei quali questi si muovono.

La trama è molto semplice: punto di forza di questo romanzo sono i dialoghi, attraverso i quali riusciamo a conoscere i personaggi principali: William, Frances, Mlle Reuter e il signor Hudsen. Si tratta di dialoghi molto articolati e non sempre semplici da seguire: è sorprendente come la Brontë vada in profondità nella sua analisi dell'animo umano. Lo sguardo acuto e fin troppo giudicante di William è sicuramente quello dell'autrice, di cui però anche la giovane Frances, modesta studentessa, è l'alter-ego: Il professore si configura così come un complesso gioco di specchi, che stimola nel lettore parecchie riflessioni.

William è un personaggio colto e sensibile, nonostante l’eccessiva sicurezza in se stesso lo renda leggermente antipatico. La sua analisi dei caratteri delle fanciulle che seguono le sue lezioni è spietata, e spesso si avvicina alla misoginia. Tuttavia, è proprio questa condanna di alcuni atteggiamenti considerati – all'epoca - come tipici dell'indole femminile, a far emergere il personaggio di Frances, nella quale William riconosce delle qualità che la rendono degna della sua stima, prima ancora che del suo amore.

Ed è proprio lei il personaggio più puro del romanzo, che lotta contro le convenzioni sociali e che anche alla fine, quando William si è conquistato una buona posizione lavorativa, sceglie di continuare a lavorare, per essere indipendente ma soprattutto per rimanere se stessa.

Menzione a parte merita il signor Hudsen, a parer mio il personaggio più originale e ben riuscito del romanzo: fondamentalmente buono, è come incapace di accettare questa sua caratteristica, e nasconde i gesti di generosità sotto una parvenza di cinismo e sarcasmo.

Approfondimento

Consiglio vivamente la lettura de Il professore a chi ha amato Jane Eyre, perché William è una sorta di Jane al femminile: entrambi sono poco attraenti e devono emergere attraverso altre caratteristiche, e proprio per questo devono affinare la capacità di riconoscere i loro “nemici”.

L'unica nota un po' stonata – a parer mio – sono i continui giudizi negativi espressi da William nei confronti dei fiamminghi e dei cattolici, che al nostro occhio appaiono come razzisti. Si tratta di pregiudizi comprensibili, se contestualizzati all'interno della mentalità dell'epoca, ma che possono stancare il lettore contemporaneo.

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Recensione di Le avventure di Gordon Pym di Edgar Allan Poe

Le avventure di Gordon Pym vengono narrate in prima persona da Gordon Pym stesso e si svolgono da Nantucket ai mari del Sud, nel quale il protagonista annota, come fosse un diario di bordo, ogni sua sensazione, impressione. Tutto ha inizio quando Gordon Pym, una sera, si ubriaca insieme ad Augustus, il suo miglior amico, e presi dall’euforia decidono di organizzare una piccola gita in barca, in piena notte. Ma una tempesta li sorprende in pieno mare, fortunatamente una baleniera che naviga da quelle parti, li intravide e va in loro soccorso, riportandoli a riva la mattina successiva.

Attratto ancora di più dal mare Gordon Pym si imbarca clandestinamente sulla baleniera Grampus, con l’aiuto di Augustus, rimanendo nascosto nella stiva per tutto il resto del viaggio, mentre Augustus, appena possibile, si reca da lui per portargli da mangiare. Da qui iniziano per Gordon Pym una serie di avventure con ammutinamenti, pirati, tempeste spaventose fino all’arrivo a un’isola abitata da indigeni che all’inizio sembrano pacifici, ma che poi sterminano tutto l’equipaggio, eccetto uno, Peters. Dopo essere sfuggito, insieme a Peters, dalla furia sanguinaria degli abitanti dell'arcipelago rubando una canoa, decidono di proseguire verso Sud, l'unica direzione che sembra garantire la salvezza dal rigido inverno polare.

Man mano che la canoa si avvicina al Polo Sud, la temperatura dell'acqua e della aria aumentano con rapidità e una fitta precipitazione bianca, simile a cenere, ricopre l'intero oceano. La canoa viene spinta rapidamente da una corrente ignota verso il punto da cui sono emanati tutti questi strani fenomeni.

Il racconto di Pym termina bruscamente con l'apparizione di una misteriosa e gigantesca figura bianca, avvolta in un sudario.

22 marzo. La tenebra era notevolmente aumentata, mitigata solo dalla fosforescenza dell’acqua, su cui si rifletteva la bianca cortina spiegata davanti a noi. Giganteschi uccelli d’un livido biancore volavano incessanti da dietro la cortina e ripetevano l’eterno Tekeli-li, a mano a mano che si allontanavano dalla nostra vista….. Ma noi già precipitavamo nell’amplesso della cataratta, dove si spalancò un abisso, pronto a riceverci. Ed ecco sorgere sulla nostra rotta un’ammantata figura umana, di proporzioni ben più vaste di qualunque abitante della terra. E la pelle di questa figura aveva il colore delle nevi immacolate.

Nelle prime pagine del romanzo si legge che Pym è ritornato a casa sano e salvo, ma nelle ultime viene spiegato dal suo editore che le trascrizioni delle sue avventure non sono state completate. Egli è infatti morto accidentalmente prima di poter completare i quattro rimanenti capitoli, e persino le bozze sono andate perdute nell'incidente che lo ha ucciso.

Il viaggio di Pym iniziato per gioco, per il desiderio di avventura si trasforma in tragedia, quasi in un horror. Arthur Gordon Pym proverà la sensazione soffocante della claustrofobia, l'implacabilità dei morsi della fame, la tormentosa inesorabilità della sete, il gelo della paura. Tutte queste sensazioni vengono trasmesse anche al lettore, che si ritrova a divorare le pagine con il fiato mozzo e la pelle d'oca, ma ritroviamo anche l'eterno contrasto tra la vita e la morte e la lotta contro la volontà del destino

Nella fase finale ritroviamo, infine, la simbologia (grafica e filologica) ricavata dalla conformazione dei luoghi è la chiave interpretativa per risolvere un mistero.

Approfondimento

Che dire, Le avventure di Gordon Prym è un racconto incalzante, coinvolgente, continuamente avvolto da un'aura di mistero e tensione. Ma sono convinta che quello del protagonista è un viaggio, anche se non sappiamo di che natura, fisica o spirituale, non sappiamo verso dove, e non sappiamo ovviamente cosa alla fine questi raggiunge dato il finale sospeso, che ci lascia con l'amaro in bocca e a dover fare i conti con una curiosità impossibile da appagare se non affidandoci alla nostra fantasia.

È qui la grandezza di Poe, ed è per questo che Gordon Pym fa ancora oggi parlare di sé, in un modo o nell’altro.

Rosanna Cirma

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