Recensione di Babylon Berlin di Volker Kutscher

Anno 1929; il commissario Gereon Rath è stato da poco trasferito dalla Omicidi di Colonia alla Buoncostume di Berlino; per insabbiare il suo passato professionale burrascoso, suo padre, Engelbert Rath, alto funzionario di polizia, grazie alle sue conoscenze, gli ha procurato il nuovo incarico. A causa di questa retrocessine di carriera, Rath sente il bisogno di un riscatto per rimettersi in gioco, e per dimostrare quello che vale a prescindere dalle amicizie di alto rango del potente genitore. Il caso vuole che, su un omicidio avvenuto senza alcun testimone, lui abbia delle informazioni in più rispetto agli inquirenti che invece brancolano nel buio; questa e’ l’occasione che aspettava per farsi conoscere, decide pertanto di indagare da solo. Comincia a girare nel locali notturni di Berlino, e facendo le domande giuste alle persone sbagliate, rimane coinvolto in una matassa sempre più ingarbugliata: i morti in circostanze misteriose aumentano e con loro anche i potenziali assassini. Lo sfondo storico è quello della Germania del primo dopoguerra; la capitale è divisa tra i comunisti, i nazisti, la “fortezza rossa” dei comunisti dissidenti, i soldati che hanno servito l’esercito zarista, la nobiltà e la polizia sovietica….”Berlino poteva fare concorrenza a Chicago sotto ogni aspetto” La polizia, l’esercito, la stampa e la criminalità coesistono fra loro in un precario equilibrio che Rath con la sua spavalderia, mette continuamente a rischio. Tutte le varie organizzazioni, da quelle politiche a quelle criminali, sono collegate tra loro da una fitta rete di informatori e spie e Rath, anche se “di politica capiva poco”, sa che “qualche volta per aiutare la verità a venire fuori bisognava mentire”. All’inizio si mostra come un personaggio con pochi scrupoli, pronto a far carriera sulle spalle altrui; nel corso della storia, anche se si svolge nel breve arco temporale di appena due mesi, dal 28 aprile al 21 giugno, si evolve perdendo un po’ della sua sicurezza, e necessitando di aiuto altrui (“la sua lotta solitaria non avrebbe portato da nessuna parte”). A confonderlo è anche la vicinanza con la giovane Charly stenografa della polizia:
Merda! Pensò. Hai già abbastanza problemi dimentica questa donna! Toglitela dalla testa! Non lasciarti trattare così!
In questo romanzo la vera protagonista è la città di Berlino con tutte le sue peculiarità, tutti i suoi pregi e difetti. L’autore non si risparmia nel descriverne i palazzi e il dedalo di strade, i cui nomi sono stati lasciati, nella traduzione, in lingua originale (come anche varie associazioni e cariche politiche); per quanto questo possa creare un po’ di confusione al lettore, allo stesso tempo lo aiuta ad immergersi nella complicata ambientazione tedesca a cavallo tra le due guerre.
Lo sguardo di Rath vagò sul mare di tetti. Ancora non sapeva cosa pensare di quella città. Ma in estate Berlino aveva indubbiamente il suo fascino. Una città completamente diversa che d'inverno. Forse, in fondo, non era poi così male.
Vengono descritti in maniera minuziosa anche i rapporti e gli intrighi politici ed economici fra i molteplici personaggi che si susseguono all’interno del romanzo. In uno scenario in cui la democrazia fa sempre più fatica a sopravvivere, risulta più moderno e attuale di quanto si possa pensare. AMELIA SARA MACCA [amazon_link asins='880703266X,346205161X' template='ProductCarousel' store='leggacolo-21' marketplace='IT' link_id='15c17a51-8d3e-11e8-8625-d1b1d0382058']abc

Recensione di Uomo e donna di Wilkie Collins

Due giovani donne, Anne e Blanche, sono amiche per la pelle proprio come le loro rispettive madri. Crescono sotto lo stesso tetto, nonostante la diversa estrazione sociale. Anne, che si guadagna da vivere facendo l’istitutrice, è figlia di una cantante lirica abbandonata dal marito. Miss Blanche Lundie è una ragazza benestante, orfana di entrambi i genitori, che vive con la matrigna Lady Lundie e lo zio paterno Sir Patrick Lundie. Durante una partita di cricket, scena d’apertura del romanzo, sia Anne che Blanche non partecipano ai giochi per incontrare i loro rispettivi amati. Mentre Blanche, appena possibile, confessa tutto all’amica sull’incontro appena avuto con Mr Arnold Brinkworth, Anne è restia a parlare, si finge malata e si ritira nelle sue stanze. Benché ciò insospettisca Blanche, solo più tardi la ragazza scoprirà che l’istinto non l’aveva tradita. Anne era fuggita perché – o almeno così aveva scritto nel breve biglietto di saluti e scuse – sposata segretamente con un uomo. In verità, Anne era fuggita proprio per potersi sposare con l’uomo che, dopo averla sedotta, le aveva promosso di sposarla e salvaguardare così il suo onore. Dopo quell’incontro segreto a Windygates, Geoffrey Delamayn avrebbe raggiunto Anne alla locanda di Craig Fernie. Ma un atleta, figlio di un lord col quale è però in pessimi rapporti e dal quale dunque non riceverà alcunché della sua ricca eredità, non può permettersi di sposare una donna senza dote. Così scatta il crudele piano: non lui raggiungerà Anne alla locanda dichiarandosi suo marito, ma Arnold lo farà: l’amico fedele che gli doveva un favore dai tempi della marina quando gli aveva salvato eroicamente la vita. Il messaggero Mr Brinkworth è inconsapevole del prezzo che quel favore amichevole richiede: non solo mente a Blanche, sua futura moglie, tenuta all’oscuro di tutto per non compromettere l’integrità morale della donna, ma rischia di diventarne il marito. La legge sui matrimoni scozzesi non ha infatti normative ben precise e, così come è semplice convolare a nozze in maniera segreta, altrettanto lo è stringere un matrimonio non desiderato. Gli effettivi promessi sposi, Arnold e Blanche, intanto si sposano affrettando la data per diminuire la sofferenza e la preoccupazione della ragazza verso l’amica di cui si erano perse le tracce dopo la prima fuga. Ma il loro è un matrimonio legittimo? E se la felicità dell’una dettasse inesorabilmente l’infelicità per l’altra? Se prove e testimoni saranno utili strumenti per dimostrare la realtà, solo coraggio, forza e determinazione permetteranno di scrivere la conclusione delle storie raccontate nel romanzo.

Approfondimento

Una donna che non sa parlare e che sa cucinare è semplicemente arrivata alla perfezione assoluta.

Il romanzo di Wilkie Collins, sebbene sia datato alla fine dell’Ottocento, racconta fatti ed esperienze di una attualità che quasi spaventa. L’impressione che giunge al lettore è che non molto sia cambiato: la storia di Anne, come quella delle altre protagoniste femminili, da Blanche alla cuoca Hester, non ha dell’eccezionale, non è limitata a un dato momento storico; è la storia del genere femminile soggetto alle volontà dell’uomo, nel bene e nel male. La denuncia sociale dell’impotenza da parte della donna di poter decidere della propria vita è soltanto uno dei tanti gridi di protesta che si elevano all’interno del libro: almeno altri due sono degni di interesse e ancora, lo si ripete, di incredibile contemporaneità. Da una parte l’autore insiste sulla gravità per una nazione di non avere leggi precise e dettagliate sul matrimonio: senza legislatura, i sudditi, anche i più fedeli sostenitori della regina, sono abbandonati a sé stessi e la loro vita, e talvolta la loro stessa incolumità, ne soffre tremendamente. La nostra mente di lettori moderni estende facilmente il concetto e ripensa ai tanti casi, italiani e non, di soprusi e violenze sulle donne: se la legge non è chiara, se non infligge condanne pesanti, la donna è indifesa ed è vittima. Uomo e donna è un romanzo che vuole smuovere le coscienze: perché il genere umano non è ancora evoluto a tal punto da offrire pari opportunità, libertà e considerazione a uomo e donna? Perché, forse, l’uomo è troppo intento a glorificare il proprio corpo, i propri muscoli: non coltivando la ragione e il pensiero, l’anima naufraga e si abbandona alla bestialità, al mero istinto. E l’istinto spinge verso l’egoismo, la crudeltà e forse anche verso l’omicidio.

Serena Testa

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Recensione di Sara al tramonto di Maurizio De Giovanni

Sara al tramonto aveva nel cuore una porta aperta in cima a una scala a chiocciola, e quella porta era la sua debolezza.

Sara la incontriamo così, al tramonto, una donna di mezza età, capelli grigi, abiti dimessi, quasi trasandati, seduta su una panchina di un parco; mentre la città cambia aspetto, i bambini ed i vecchi lasciano lo spazio verde dove hanno trascorso il pomeriggio, mentre altri, giovani e coppie di innamorati, danno loro il cambio nell'occupare la zona. Sara la vediamo colpita da quel raggio di sole, impassibile, solitaria, anonima. Ma Sara è ben altro che anonima, ex agente speciale in pensione, il suo sguardo, attento, profondo, intelligente, sa leggere le parole della gente, il guizzare dei suoi occhi sa mettere a fuoco gli atteggiamenti, le sfumature, sa riconoscere la verità dai gesti. E, al tramonto, su quella panchina, Sara non è sola, perché all'improvviso compare la figura di una giovane donna, visibilmente incinta, è Viola, la compagna di Giorgio, il figlio di Sara morto in un incidente, che si siede e parla con lei, ascolta e si racconta. E così, al tramonto, in un qualunque parco di provincia, sull'orizzonte del sole che declina si staglia uno strano duetto, formato da una anonima signora di mezza età e da una ragazza con la sua pancia enorme e la sua promessa di futuro. Ma all'improvviso, dall'ordinario il romanzo vira verso l'ignoto, l'improbabile, l'irrisolto, quando una ex collega di Sara la contatta perché ha bisogno di lei per sottoporre alla sua attenzione un caso già risolto, per il quale c'è già in carcere un colpevole; ma c'è una bambina in pericolo, ed allora c'è bisogno della capacità di Sara di andare oltre l'ovvio e l'evidente per scoprire la verità. Ad aiutare Sara nella sua indagine c'è anche Davide Pardo, un poliziotto in gamba ma squinternato, accompagnato da un ingombrante bovaro Bernese. Sara a Pardo cominceranno allora a scavare dentro le persone, dentro le storie e le passioni di una potente famiglia, fino a scavare dentro loro stessi e superare i loro irrisolti, fino ad arrivare, ognuno a modo suo, a ricominciare a vivere. Accanto a loro, accanto alle loro coscienze di sbirri, a sbrogliare una matassa informe, si accompagna, inaspettatamente, Viola, il suo occhio fotografico, i suoi modi aperti e disinvolti, e la sua grande capacità di entrare nel cuore delle situazioni Sara al tramonto non è solo un giallo, è una amara riflessione sui nostri tempi, è il racconto di una donna che tanto ha amato e tanto ha sofferto, è il confronto tra Sara e Viola, tra due donne profondamente diverse ma entrambe necessarie l'una all'altra. Mentre si risolve il caso a cui Sara sta lavorando, con la sua bislacca compagine di aiutanti, il lettore conosce e comprende anche la figura stessa di Sara, il cui carattere spigoloso, la ferrea volontà, la determinazione, lasciano il passo alla storia di una donna straordinaria, intelligente, capace, coerente, determinata, cosciente delle proprie scelte, le quali, sebbene profondamente sofferte, non vengono mai rinnegate. Approfondimento Con la sua prosa elegante e raffinata, De Giovanni tratteggia una figura femminile indimenticabile e crea un romanzo dove tesse in maniera mirabile tensione narrativa, suspence e compartecipazione emotiva; il lettore non può restare indifferente a ciò che accade non solo nello svolgimento delle indagine, ma anche nelle vite dei protagonisti, segue il corso degli eventi e delle esistenze, sentendo la vicinanza con questa figura di donna, umanissima e struggente. Sara, che sa leggere fin quasi dentro il cuore della gente, riuscirà a leggere anche nel cuore dei lettori.

La gente, riflettè Sara resistendo al sonno, si aggrappa. Non fa altro, alla fine. Si aggrappa a una persona, a un animale, a un ricordo. Si aggrappa alle bollette, al mutuo, alle vacanza. Si aggrappa per non affondare, fissando gli occhio su qualcosa di vicino per non dover guardare lontano, dove risiede solo l'abisso

Romina Celani [amazon_link asins='8817099430,8806213911,8806225545' template='ProductCarousel' store='leggacolo-21' marketplace='IT' link_id='2a43a2c6-877c-11e8-9b17-596ec7211cd9']abc

Recensione di L’assassinio di Socrate di Marcos Chicot

“La sua morta sarà violenta, per mano dell’uomo dallo sguardo più chiaro.”: è intorno a questa profezia degli dei, che si sviluppa la trama di questa storia.

La morte in questione è quella di Socrate, uno dei più grandi filosofi di tutti i tempi; ad essere venuto a conoscenza di questa sentenza degli dei è Cherofonte, suo caro amico che, nonostante le sollecitazioni di Socrate a non indagare e lasciar fare agli dei e alla loro volontà, comincia a ricercare la verità. Ed è così che si ritrova ad indagare sulla vita delle persone a loro vicine, venendo a conoscenza di oscuri e importanti segreti che, se rivelati, potrebbero cambiare la vita di alcuni di loro e, in alcuni casi, addirittura, portarli alla morte.

Ad intralciare le ricerche, interviene una situazione storica non esattamente felice: l’incombere della guerra tra Atene e Sparta e il diffondersi della peste.

E così, tra battaglie, assemblee cittadine e strategie di guerra, salvare la vita di Socrate è sempre più complicato. Fino a quando, un giorno, la verità sembra palesarsi ai loro occhi in maniera del tutto casuale, proprio dove nessuno la stava cercando: ma è davvero come sembra? Non c’è dubbio, tutto torna, e la parola degli dei è sacra… Giusto?

“Che cosa vogliono gli dei, mettendo sulle spalle di una creatura innocente il peso di un delitto… un delitto che non è stato commesso?”

Tra una nozione di storia e l’altra, questo libro ci regala un giallo ben strutturato e dai risvolti poco scontati, costringendoci a porre attenzione ad ogni minimo dettaglio della narrazione e a non fermarci all’apparenza delle cose, delle situazioni e delle persone.

Ma, soprattutto, ci ricorda che i libri di storia non mentono mai. Proprio mai, anche se “gli dei si compiacciono a giocare con gli uomini”.

 

Approfondimento

La cosa che maggiormente colpisce di questo libro, oltre al mistero in sé, è il fatto che i personaggi siano pieni di sentimenti, passioni e pensieri. Certo, se questo fosse un romanzo basato su fatti e persone totalmente immaginari, questo non ci stupirebbe. Invece, il fatto che i sogni, le passioni, le delusioni e i pensieri raccontati appartengano a personaggi storici reali, di cui abbiamo sempre letto nei libri di scuola, rende il tutto più coinvolgente, più concreto.

Finalmente, grazie a questo romanzo giallo, Socrate, Euripide, Platone e tutti coloro che ruotano intorno a loro diventano reali. Finalmente, quei grandi che non abbiamo mai osato dissacrare si riempiono di difetti, di debolezza e disperazione. Finalmente, i libri di storia, di letteratura e di filosofia prendono vita e si mettono al nostro pari. Sono uomini, rimasti nella storia, questo è vero, ma pur sempre uomini: padri, figli, mariti che sanno piangere, amare, disperarsi e alzare la voce. Nessuno di loro è perfetto, nessuno di loro è irraggiungibile.

È come se, all’improvviso, fossimo tornati indietro nel tempo, per poter toccare con mano tutto ciò che, fino ad oggi, abbiamo solo potuto pensare, immaginare ed idealizzare.

Grazie alla scrittura chiara e scorrevole di Marcos Chicot, ci basta veramente poco e la Grecia antica si materializza davanti ai nostri occhi, trascinandoci tra templi, mercati, navi da battaglia e prigioni sotterranee.

Ilaria Orzo

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Recensione di L’undicesima ora di Giovanni Ricciardi

“Semo noi che cercamo sempre ‘na spiegazione. E invece tante cose nun se spiegano. Succedono e basta. A chi je tocca, je tocca. E nun ce tocca sempre quello che ce meritiamo. La vita è più grande e complicata de la giustizia.”

Le parole di Iannone riescono a riassumere questo libro in modo ineccepibile: il caso e il mistero, quante volte si cerca di dare un senso a qualcosa che invece non ce l'ha? Tutto inizia da una strana coincidenza: un morto e un incendio. L'architetto viene trovato in una abitazione nella quale si era trasferito da poco, ma non è stato un omicidio, morte naturale dice il medico legale. La villa che viene bruciata era una sua opera, uno tra i suoi più noti restauri, progettata dopo un periodo passato in Spagna a studiare le opere del grande Gaudì. E' proprio lì, a Barcellona che si reca anche il commissario Ponzetti, non solo per conoscere finalmente i suoceri, ma anche per saperne di più riguardo alla vita passata del signor Rossi, l'architetto in questione. L'indagine ovviamente non è ufficiale: non è di sua competenza e non c'è da scoprire nessun assassino, ma da scoprire il nesso tra i due fatti e se c'è un reato. L'architetto ha dato fuoco alla sua villa per denaro? Probabile. Ma perché scrivere una lettera d'amore e spedirla via posta, quando esistono mezzi più moderni? Quella lettera è l'unica cosa che collega la vittima a una possibile traccia da seguire, nessun altro indizio tangibile. Anche la lettera è diretta oltre i confini italiani e sarà proprio Barcellona la chiave del mistero.

“Avevo così deciso di espormi alla sconfitta, impotente di fronte alla casualità e al mistero dell’amore, della vita imperfetta degli altri, della mia vita imperfetta. Avevo deciso di dipendere dall’incerto istante in cui un uomo è sincero, perché è di fronte al suo destino, all’istante in cui l’ultima goccia cade dal rubinetto e poi si secca.. In hora mortis nostrae.

Approfondimento

Il libro diverte e incuriosisce allo stesso tempo, non è facile riuscire a smettere di leggere. I personaggi sono molto verosimili e si entra subito in empatia con loro a partire da Iannone, l'aiutante del commissario, che dispensa perle di saggezza in romanesco e fa accendere un sorriso al lettore. La famiglia di Ponzetti è parte integrante all'interno del giallo, le due figlie e il genero riescono a dargli l'aiuto che cercava.

L'architettura di Gaudì e le sue opere sono il perno del libro e l'autore svela che proprio la passione per questo grande architetto è stata la chiave per iniziare a scriverlo: per questo motivo consigliato a tutti gli amanti dell'arte e dell'architettura, dalla lettura si traggono informazioni interessanti e poco note. Un giallo divertente, spiritoso e lontano dalle solite indagini macchinose e piene di tecnicismi, un libro piacevole e senza grandi colpi di scena, Ricciardi tramite il commissario Ponzetti cerca di risolvere l'enigma insieme al lettore coinvolgendolo sia nelle riflessioni sul caso che in quelle sulla vita in genere.

Gloria Rubino

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Recensione di Il monastero delle ombre perdute di Marcello Simoni

Leonora Baroni, mentre è alla ricerca di un gioco amoroso all’interno delle Catacombe di Domitilla, si imbatte nel cadavere di uno sconosciuto e nell’immagine di una donna con il volto di capra. Siamo nel 1625 e il collegamento con la stregoneria è immediato, come è immediato il richiamo dall’esilio forzato, in terra toscana, di Girolamo Svampa, inquisitore e frate domenicano, che ha il “vizio” di anteporre la logica a ciò che pare essere mistero.

“il nostro modo di percepire la realtà che ci circonda è limitato, condizionato da pregiudizi e dalle emozioni di cui ognuno di noi è giocoforza provvisto.”

In un primo tempo titubante sull’intraprendere queste indagini, lo Svampa accetterà a patto che gli venga conferita la nomina di commissarius. La otterrà, nonostante le opposizioni del suo nemico di sempre: Gabriele da Saluzzo, e sarà da lui utilizzata anche per un altro caso, irrisolto e lontano nel tempo, un caso che lo riguarda personalmente.

Inizia così a muoversi in una Roma gotica, dove in molti paiono avere qualcosa da nascondere, tra giochi di potere e vendette, ricatti che prendono il nome di “piaceri da rendere”. Potrà fidarsi solo del prode Annone, che non esita a rischiare la propria vita per proteggerlo e appoggiarsi a Francesco Capiferro, che con la sua biblioteca mentale, si rivelerà un’abile spalla per lo Svampa e dovrà anche provare a risolvere l’enigma nascosto dietro a una donna misteriosa che, fin da subito, riuscirà a sorprenderlo e a incuriosirlo: Margherita, la zia della testimone.

“Fino ad allora era sempre stato immune al fascino femminile. Non che ne fosse indifferente, ma riconosceva nell’ardore provocato da una donna la causa della debolezza che infiacchiva la tempra di molti uomini. Al pari di una febbre capace di provocar miraggi, e di far naufragare in un sogno senza fine…”

Marcello Simoni ci regala un romanzo che, mischiando realtà storica con personaggi veri a personaggi di pura fantasia, ci restituisce una storia del tutto credibile nel suo contesto di fiction. Lo Svampa è un personaggio del quale si finisce per amare ogni sfaccettatura (anche il suo essere così arrogante e poco avvezzo ai rapporti con gli altri), una sorta di Sherlock Holmes domenicano che appoggiato dal suo prode Watson/Capiferro, cerca di far entrare la logica in un mondo dove, spesso, è più semplice e più spaventevole spiegare il non noto, marchiandolo con il nome di Satana o, appunto, mandando al rogo qualcuno tacciandolo di stregoneria.

Il monastero delle ombre perdute è intrigante, cattura fin dal primo momento e ti tiene inchiodato in quella Roma del 1625 fatta di pericoli dietro a ogni vicolo, veleni e sotterfugi, mappe da seguire, effigi di miti pagani; una Roma  fatta di leggende e di intrighi.  Interessante anche il fatto di inserire un “cold case” all'interno dell'indagine in corso, rendendo in questo modo la vicenda ancora più corposa e densa di aspettativa.  Il lettore, che ha scoperto, o ritrovato, lo Svampa in questo romanzo, sicuramente, chiudendo l’ultima pagina si chiederà: a quando il seguito?

Approfondimento

Alla base di questo libro troviamo una sapiente documentazione storica. Tutti i particolari sono bene costruiti e Marcello Simoni, autore anche di Il marchio dell'inquisitore riesce a renderci credibile questa vicenda e i personaggi stessi (che, forse, a volte risultano essere un po’ stereotipati, ma questo anche a causa di un genere, il thriller, che in parte lo richiede). La struttura è perfetta, ben tenuta e con i ritmi giusti, della quale mi sono limitata a fornire solo una trama molto, ma molto generica, essendo un giallo poco si può dire di più, se non facendone perdere il gusto; ma vi garantisco che le vicende sono molte e molto avvincenti e non potrete fare a meno di leggerlo tutto in un fiato.

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Recensione di La trappola di Rachel Lee

Era già stato abbastanza brutto quando aveva creduto che quelle visioni che aveva nel sonno fossero semplici incubi. Poi, però, aveva letto i giornali, visto le fotografie. Le donne che scorgeva nei suoi sogni erano reali. E ora erano morte.

Connor Quinn, ex profiler e ora reporter del Sentinel, si trova suo malgrado a collaborare nuovamente con la Polizia dopo che due giovani spogliarelliste vengono ritrovate senza vita, uccise apparentemente dalla stessa mano. Connor non ha dubbi, si tratta di un serial killer e, purtroppo, nessuno meglio di lui può aiutare gli ex colleghi a trovare il colpevole di questi delitti. Mentre le indagini proseguono senza successo un’altra donna viene uccisa; non si tratta di una spogliarellista ma anche questa volta senza dubbio il colpevole è lo stesso.

Connor Quinn si trova così nella difficile posizione di giornalista che non può divulgare al suo giornale le novità sul caso e di investigatore che vorrebbe fare tutto fuorché quello; ha lasciato la polizia anni prima proprio per non dover più affrontare tutto quell’orrore e ora, il tempo sembra essere tornato indietro. Al giornale Connor viene affiancato da Kate Devane, ex reporter, che scrive gli articoli sul caso e lo supporta durante l’indagine. Kate, che da qualche tempo ha una relazione in chat con Connor a insaputa di quest’ultimo, sceglie di non confessargli momentaneamente la sua identità virtuale per paura di perdere l’intimità che si è creata tra loro.  Il serial killer però è ancora a piede libero e Kate inizia a ricevere dei messaggi minacciosi, come è capitato a tutte le vittime…

La trappola è un romanzo giallo/thriller che si legge tutto d’un fiato. Nel libro si fondono perfettamente gli aspetti crudi legati agli omicidi con quelli più leggeri che narrano della storia personale dei protagonisti resi umani grazie alla descrizione delle loro debolezze e dei loro sentimenti. Spesso, nella vita reale, ci si dimentica che dietro ad un poliziotto c’è sempre una persona vera, umana; questo libro lo fa comprendere e lo evidenzia in ogni pagina. È un romanzo scritto molto bene, facilmente comprensibile pur essendo scritto da differenti punti di vista.  Consiglio la lettura di questo racconto agli appassionati di gialli senza particolari raccapriccianti ma con la giusta dose di suspense.

Approfondimento

"Basta con i giochetti” disse lui, roco. “Ne ho avuto abbastanza di giochetti e sotterfugi. Solo Dio sa se domani saremo ancora vivi."

Ho amato molto i personaggi di Connor Quinn e Kate Devane, così diversi eppure così simili. Entrambi dedicano tutto il loro tempo e le loro forze per il lavoro nella vana speranza di dimenticarsi di ciò che tormenta il loro privato. Per trovare serenità e svago si affidano entrambi ad una chat che rende le loro vite come le vorrebbero davvero, seppur solo virtualmente. Tutti noi ci creiamo nell’immaginario la vita che vorremmo, ma quella reale e quella virtuale non combaciano mai. Così anche Kate e Connor sperano di poter trovare il conforto che non sanno più scorgere nella realtà, in questa doppia identità. Fortunatamente però a volte il destino ci regala, anche nei momenti più bui, delle belle sorprese e allora scopriamo che è meglio viverla la vita piuttosto che immaginarla.

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Recensione di Le falene assassinate di Ellery Queen

Le falene assassinate è la trascrizione di 14 dei 350 radiogrammi trasmessi negli Stati Uniti tra il 1939 e il 1948 con un grandissimo successo di radioascoltatori (15 milioni).

La struttura di ogni episodio è simile: lo scrittore di gialli Ellery Queen si ritrova coinvolto per caso in un mistero che risolverà insieme alla segretaria Nikki, all’ispettore suo padre e al sergente Velie, a cui si affiancano i vari personaggi protagonisti delle storie.

A un certo punto il radiogramma si interrompe per lasciare spazio a spot pubblicitari e all’intervento del presentatore che invita il pubblico a cercare di risolvere il mistero con i dati che ha a disposizione e che sono gli stessi scoperti da Ellery Queen.

La curiosità che ormai è alle stelle viene soddisfatta dalle spiegazioni del giallista, che risolve brillantemente il mistero, utilizzando soprattutto lo spirito di osservazione, la memoria e la deduzione, sfruttando giochi di parole e assonanze, e il lettore può confrontare i propri risultati delle indagini con quelle dell’investigatore.

Approfondimento

Non pensate che Le falene assassinate sia un libro cupo, lugubre o sanguinario; tutto al contrario l’atmosfera è allegra e non mancano le battute di spirito. I personaggi fissi sono brillanti e si prendono in giro tra loro; la segretaria Nikki cerca costantemente di attirare l’attenzione di Ellery a scopi romantici, senza peraltro nessun risultato, il sergente Velie è veramente comico e Ellery e suo padre sono coinvolti nelle tipiche schermaglie padre/figlio.

La figura di Nikki potrebbe lasciare la porta aperta alle critiche femministe: spesso piange o urla istericamente, e quasi sempre viene fatta allontanare dalla scena del crimine per non farla impressionare. Io però preferisco vedere un lato ironico in queste scene, che servono a rendere più evidente l’intelligenza di alcuni commenti e domande di Nikki, e che spesso portano Ellery alla risoluzione dei casi.

Le falene assassine è molto interessante lo stile della scrittura, composta dalla trascrizione dei dialoghi con nessuna o quasi descrizione dei personaggi e dell’ambientazione.

Spesso però tra parentesi vengono descritti gli accenti regionali con cui parlano i personaggi, i rumori e gli effetti sonori (porte che sbattono, passi, interruttori accesi) e il modo in cui la scena è recitata (molto veloce e concitata, in modo dolce); tutto questo fa rivivere al lettore le sensazioni dei radioascoltatori di ottant’anni fa, in un’epoca in cui le famiglie si riunivano davanti alla radio a forma di cupola per cercare di risolvere un giallo solo ascoltando le rappresentazioni.

Ho apprezzato molto la lettura di questi radiogrammi perché mi hanno fatto ripensare ai telefilm e ai libri gialli di Ellery Queen degli anni ‘70 che ho molto amato, e in epoca attuale mi hanno ricordato le cene con delitto a cui si può assistere in molti locali, e che coinvolgono gli spettatori nel cercare la soluzione del mistero.

Consiglio la lettura di Le falene assassinate agli amanti del giallo classico e a chi cerca spunti per organizzare un a cena con delitto, magari a casa propria e vestendo i panni di Ellery Queen.

Elena Naldi

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120, rue de la Gare di Léo Malet

 

Dal 25 gennaio in libreria

Sta per tornare in libreria uno dei capolavori di Léo Malet: 120, rue de la Gare, la prima inchiesta dell’affascinante Nestor Burma riedita da Fazi. Un romanzo che non solo non può mancare nelle librerie di chi colleziona la serie, ma anche un’ottima occasione per fare la conoscenza del detective anarchico e delle sue avventure.

«Uno dei detective più riusciti del noir novecentesco. Un classico. E basta». - Fabrizio d’Esposito, il Fatto Quotidiano

Primi anni Quaranta. C’è la guerra. Nestor Burma è appena tornato dal campo di prigionia e vede per caso Colomer, suo socio all’agenzia investigativa Fiat Lux prima che venisse chiusa, davanti alla stazione di Perrache. Proprio quando i due si riconoscono e stanno per incontrarsi dopo tanto tempo, Colomer cade a terra, freddato da un colpo di pistola. Prima di morire, però, riesce a sussurrare all’amico un indirizzo: 120, rue de la Gare. Lo stesso che Burma aveva sentito ripetere all’ospedale militare da un prigioniero colpito da amnesia. Sulla scena del delitto c’è una ragazza armata. È lei l’assassina? Partendo dal rebus del misterioso indirizzo, iniziano le indagini. Ad aiutare l’investigatore ci saranno il poliziotto Florimond Faroux e la bella Hélène Chatelain, ex segretaria della Fiat Lux che, sospettata di nascondere qualcosa, verrà addirittura pedinata dalla polizia…

«Malet è, giustamente, ritenuto fra le voci più alte del noir francese». - Giancarlo de Cataldo

«Maestro del noir, Malet è giudicato, non a torto, migliore di Simenon». - Corrado Augias

«Un mito». - Gianni Mura, il Venerdì di Repubblica

«Difficile immaginare la politicità dei noir di Dominique Manotti, Fred Vargas, Jean-Claude Izzo, Didier Daeninckx senza Malet… È stato un grande scrittore di noir». - Benedetto Vecchi, Il manifesto

Léo Malet (1909-1996) Nato nel 1909 a Montpellier, figlio di una sarta e di un impiegato, rimane prestissimo orfano. È il nonno bottaio, grande lettore, che si prende cura di lui e lo inizia alla letteratura. Nel 1943 pubblica 120, rue de la Gare, con cui esordisce la sua creazione narrativa più celebre: l’investigatore privato Nestor Burma, protagonista di una trentina di avventure. Muore nel 1996. Fazi Editore ha pubblicato Le acque torbide di Javel e Nebbia sul ponte di Tolbiac (2016), Il boulevard delle ossa, Delitto al luna park (2017) e 120, rue de la Gare (2018).

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Recensione di Il colore dell’inganno di Eraldo Guadagnoli

Stefano Bellotti incontra per la prima vola Antonio Di Paolo in carcere, a Rebibbia. Entrambi non sono “uno stinco di santo”, ma qualcosa oltre ai crimini commessi, ed una vita che non è stata giusta con loro, li fa incontrare. Come due animali selvatici ormai  addomesticati, riconoscono i propri simili e li rispettano, e ad un tratto diventano grandi amici. Poi una promessa, a legarli.

Si sa, le promesse vanno mantenute. Ma di che cosa si tratta? Antonio ha nascosto una borsa nera, preziosa e dal contenuto incerto, e affida a Stefano il fragile compito di recuperarla una volta uscito dal “gabbio”. Cosa si nasconde in quella borsa? Dall’altra parte della barricata ci sono due fronti – uno è quello degli investigatori – e l’altro, una carrellata di facce, altri nomi e soprannomi curiosi in cui si alternano i membri della malavita romana degli anni ’70 ai piccoli “criminali abruzzesi”: rapinatori, assassini, ma anche spacciatori, avidi figli di papà, politici corrotti e molto altro. In poche parole disperati, falliti dal petto gonfio, pregiudicati senza scrupoli o anime semplici finite nel posto sbagliato che arrancano per indossare la maschera di cattivo.

Nella provincia italiana dell’illegalità qualcuno minaccia il proposito di Stefano.  Ad un certo punto poi, Antonio viene ucciso. Chi riuscirà a trovare il borsone? E soprattutto, chi ha ordinato l’omicidio di Antonio? Poi, una donna: Miriam. Una ragazza dai capelli ricci e liberi come la sua indole ribelle che esibisce anche durante la deposizione: tenace, abiura le etichette, testarda, dallo spirito generoso e anarchico, non sopporta le ingiustizie sociali. I difensori della legge invece vengono colti nella propria dimensione umana ma non caricaturale. Il magistrato Di Gesualdo, il commissario ed il maresciallo che lottano insieme ai cittadini. E quell’ispettore Taddei, che si mette in pericolo sfidando anche l’idea del poliziotto tontolone e cieco davanti ai fatti. È anche lui un “colpevole”, come tutti gli uomini, di cedere al sentimento con tutte le scarpe.

La brevità comunica, e così come il filo intrecciato di una storia che si snoda in parole nere d’inchiostro, allo stesso modo quanto è stato volutamente omesso, tagliato, escluso dalla trama, tutto cio’ può far volare alto un’opera.

Ed è quello che accade con Il colore dell’inganno, pubblicato la scorsa estate da Virginia Edizioni. In queste rapide 146 pagine rivivono vicende ingarbugliate, contorte, con la velocità fluida di un pettegolezzo scagliato in faccia ad un’amica. O la naturalezza domestica di un consiglio. Quel lettore ragazzo di provincia si riconosce perfettamente nell’intuizione della pausa dal mondo: quando esci e vai a prendere un caffé in piazza, o ti siedi a chiacchierare con l’anziano del paese. Durante questi momenti quasi rituali, forse, si può arrivare al nodo di una bugia, o di un segreto, evidenziare un nuovo sospettato. Grazie ad una parola trafugata, sussurrata o al contrario estorta ad un conoscente.

La piazza, le viuzze di Cansano restano fedeli ai rituali. Questi luoghi camminano insieme ai personaggi alla ricerca delle stesse risposte. Il lettore è lì, partecipante, non può evitarli vista la rapidità dei salti da un luogo all’altro! Come nei migliori gialli, le domande sono piu’ folte delle risposte. Svelato un segreto, ne germoglia un altro, e da esso come in innesto un altro ancora. La tensione è incalzata da un ritmo cinematografico, secco e preciso. Non sono molte le descrizioni, il tempo è concentrato sui fatti che il magistrato Di Gesualdo, coadiuvato dal maresciallo e dall’ispettore Taddei cercano di ricostruire insieme. Cinematografico, visivo, il racconto prende per mano e spinge a giungere all’ultima riga, grazie ai numerosi flashback che ricordano I migliori film polizieschi. E infatti come accade nelle lunghe analessi, chi legge si smarrisce e poi si ritrova nello stesso momento, domandandosi: come ci sono finito?

Il corso della storia si concentra in una “spoglia” sala del Tribunale di Roma. I protagonisti sfilano su una passerella che ricorda il neorealismo di alcuni film. Ed è grazie ai profondi flashback che si può entrare, camminare nelle stradine di Cansano, il paese dove si svolgono in parte le vicende narrate al passato, ma anche riconoscere una piccola parte dell’anatomia della storica città del centro Abruzzo: Sulmona. E poi immediatamente ci si ritrova alla Stazione Termini di Roma.

Ma non e’ finita. Il dialetto romanesco e cansanese – fa riscoprire l’importanza della tradizione, delle radici folkloristiche come patrimonio da preservare, e la storia come una lezione da ripetere tutte le mattine a se stessi. Quella del dramma di un Abruzzo rimasto indietro, dove i politici in regione sono corrotti e gli appalti vengono concessi dietro tangenti, oppure la depressione dei giovani che non trovano lavoro e si votano alla criminalità , alla strada più facile, ecco. Con questo tramite, il genere noir viene scavalcato e in alcuni passi sfocia nel racconto realistico.

Il dialetto allora si muta in un promemoria. Come a voler dire: impara dal passato, e prendi nota delle orme dei tuoi padri, e dei tuoi nonni. Per chi è nato/a in quelle terre dimenticate, questo libro occupa chiaramente un posto speciale nello scaffale della libreria. Ma una domanda fondamentale rimane ancora senza risposta.

Esiste davvero il colore dell’inganno? Il bianco o il rosso? Bianca la Fiat 500 ricercata dai carabinieri, come la macchina di Antonio, bianco il certificato che simboleggia la falsificazione per eccellenza, o l’attestazione del vero. Forse, la vera domanda del libro, che ha più di un’interpretazione, è: la verità ha un colore, o meglio una forma precisa? La verità è una soltanto?

Ricchi spunti di riferimento alla mancanza di una classe dirigente unita e ad una politica dai contenuti e dalla visione nebulosi, come critica indiretta della situazione attuale in cui riversa la politica italiana fatta di tanti slogan e poche iniziative concrete.

Dopo l’esordio con il legal thriller “Scacco al re” (…) nella New York degli anni ’50, ecco un nuovo, calibrato lavoro dello scrittore emergente Eraldo Guadagnoli, classe ’70, laureato in Scienze Politiche, Master in Editoria e Comunicazione, collabora con varie case editrici italiane.

Nelle ultime ore arriva poi la notizia della menzione di Merito allo scrittore assegnata dalla giuria del Premio letterario internazionale Pegasus della città di Cattolica. Da segnare una data importante per Il colore dell’inganno:  sabato 21 aprile alle ore 17.30 all’Aquila – presso la libreria Mondadori del Centro commerciale La Meridiana  si terra’ la presentazione del libro. Relatrice Alessandra Prospero, invece l’attore Pietro Becattini interpreterà alcuni brani del testo. In questa occasione verra’ anche presentata la copertina, di grande valore, realizzata con cura da Marco De Angelis.

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