Recensione di Babylon Berlin di Volker Kutscher

Anno 1929; il commissario Gereon Rath è stato da poco trasferito dalla Omicidi di Colonia alla Buoncostume di Berlino; per insabbiare il suo passato professionale burrascoso, suo padre, Engelbert Rath, alto funzionario di polizia, grazie alle sue conoscenze, gli ha procurato il nuovo incarico. A causa di questa retrocessine di carriera, Rath sente il bisogno di un riscatto per rimettersi in gioco, e per dimostrare quello che vale a prescindere dalle amicizie di alto rango del potente genitore. Il caso vuole che, su un omicidio avvenuto senza alcun testimone, lui abbia delle informazioni in più rispetto agli inquirenti che invece brancolano nel buio; questa e’ l’occasione che aspettava per farsi conoscere, decide pertanto di indagare da solo. Comincia a girare nel locali notturni di Berlino, e facendo le domande giuste alle persone sbagliate, rimane coinvolto in una matassa sempre più ingarbugliata: i morti in circostanze misteriose aumentano e con loro anche i potenziali assassini. Lo sfondo storico è quello della Germania del primo dopoguerra; la capitale è divisa tra i comunisti, i nazisti, la “fortezza rossa” dei comunisti dissidenti, i soldati che hanno servito l’esercito zarista, la nobiltà e la polizia sovietica….”Berlino poteva fare concorrenza a Chicago sotto ogni aspetto” La polizia, l’esercito, la stampa e la criminalità coesistono fra loro in un precario equilibrio che Rath con la sua spavalderia, mette continuamente a rischio. Tutte le varie organizzazioni, da quelle politiche a quelle criminali, sono collegate tra loro da una fitta rete di informatori e spie e Rath, anche se “di politica capiva poco”, sa che “qualche volta per aiutare la verità a venire fuori bisognava mentire”. All’inizio si mostra come un personaggio con pochi scrupoli, pronto a far carriera sulle spalle altrui; nel corso della storia, anche se si svolge nel breve arco temporale di appena due mesi, dal 28 aprile al 21 giugno, si evolve perdendo un po’ della sua sicurezza, e necessitando di aiuto altrui (“la sua lotta solitaria non avrebbe portato da nessuna parte”). A confonderlo è anche la vicinanza con la giovane Charly stenografa della polizia:
Merda! Pensò. Hai già abbastanza problemi dimentica questa donna! Toglitela dalla testa! Non lasciarti trattare così!
In questo romanzo la vera protagonista è la città di Berlino con tutte le sue peculiarità, tutti i suoi pregi e difetti. L’autore non si risparmia nel descriverne i palazzi e il dedalo di strade, i cui nomi sono stati lasciati, nella traduzione, in lingua originale (come anche varie associazioni e cariche politiche); per quanto questo possa creare un po’ di confusione al lettore, allo stesso tempo lo aiuta ad immergersi nella complicata ambientazione tedesca a cavallo tra le due guerre.
Lo sguardo di Rath vagò sul mare di tetti. Ancora non sapeva cosa pensare di quella città. Ma in estate Berlino aveva indubbiamente il suo fascino. Una città completamente diversa che d'inverno. Forse, in fondo, non era poi così male.
Vengono descritti in maniera minuziosa anche i rapporti e gli intrighi politici ed economici fra i molteplici personaggi che si susseguono all’interno del romanzo. In uno scenario in cui la democrazia fa sempre più fatica a sopravvivere, risulta più moderno e attuale di quanto si possa pensare. AMELIA SARA MACCA [amazon_link asins='880703266X,346205161X' template='ProductCarousel' store='leggacolo-21' marketplace='IT' link_id='15c17a51-8d3e-11e8-8625-d1b1d0382058']abc

Recensione di Nessuno può volare di Simonetta Agnello Hornby e George Hornby

Quando si nasce in una famiglia come quella di Simonetta Agnello Hornby, sin da piccoli si cresce con la consapevolezza che si è “tutti normali, ma diversi, ognuno con le sue caratteristiche, talvolta un po’ strane”. Per cui la zia Teresa con il piede caprino ben in mostra nel suo ritratto "aveva una caratteristica bizzarra"; la prozia Rosina, cleptomane, era "stravagante"; la precettrice ungherese Giuliana, claudicante, "non camminava bene"; alla cugina Nini sorda dalla nascita "bisogna parlare a voce alta"; e persino l'amputazione della gamba di papà era diventata una situazione da affrontare con arguzia e inventiva, come quella di scegliere le cravatte in macchina, accostandosi al marciapiede mentre il commesso gliele mostrava e i passanti lo consigliavano su quale acquistare. Simonetta Horny con le sue storie del passato ci fa capire come la diversità è un nostro grande limite mentale nel vedere e approcciare l'altro diverso da noi. L'autrice infatti è cresciuta in una famiglia in cui la diversità non è mai stata intesa come un qualcosa di cui vergognarsi o a causa di cui nascondersi. Non è facile però accettare una malattia terribile come quella che il suo primogenito le annuncia al telefono un giorno del 2003, sclerosi multipla primaria e progressiva. In quel momento nel bel soggiorno di casa con la sua nipotina Elena, Simonetta Hornby trova la chiave per affrontare quella situazione, vedendo un piccione marrone e bianco che guardava nonna e nipote in maniera curiosa e poi con un battito d'ali era volato via.

"Bastò quel volo nel cielo alto di Londra a riportarmi alla realtà. Tutti gli uccelli sanno volare, ma nessun essere umano ci è mai riuscito. Nessuno. Nessuno può volare.”

George presto non avrebbe più potuto camminare, non avrebbe più potuto giocare con la sua piccola Elena, non avrebbe potuto più lavorare e fare altre mille cose ma avrebbe potuto e dovuto vivere la sua vita nel miglior modo possibile. A questo punto conosciamo George che ci racconta la sua accettazione della malattia e soprattutto, senza inutili lamentazioni, come con mille strategie e tanta sana ironia vive la sua vita girando con i mezzi pubblici per Londra , alla scoperta di ciò che prima della sua malattia non poteva vedere e poi ci narra del suo viaggio in lungo e largo per l'Italia accompagnato dalla madre. George ama la sua vita, ama la sua famiglia, ha mille interessi, e anche quando si scontra con scale e marciapiedi riesce a trovare una soluzione, ad accettare un aiuto e ringraziare con un sorriso.

Nella narrazione di "Nessuno può volare", mai titolo è stato migliore, è sempre presente il rispetto per il disabile, per il malato a tal punto che George viaggia per attenzionare la mancanza delle barriere architettoniche, l'ignoranza e l'incomprensione della gente, ma anche la profonda generosità di tante persone e Simonetta fa una scelta di vita lavorativa impegnativa, il suo studio legale per anni ha difeso i più deboli, i malati, i diversamente abili.

Approfondimento:

Un libro intenso che ci fa capire che ognuno di noi può e deve fare qualcosa perchè si cambi, perchè i tanti, troppi, "qui non mi vogliono" detti da George in luoghi pubblici con scale e bagni impossibili da raggiungere per una persona in sedie a rotelle, devono trasformarsi in "qui sono ben accetto". Un viaggio non solo letterario, culturale, turistico ma soprattutto di crescita e di testimonianza contro i pregiudizi, le barriere fisiche, i luoghi comuni.

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Recensione di Cronaca di lei di Alessandro Mari

Il riscatto dopo la sconfitta e la voglia di dimostrare a sé stesso e agli altri il proprio valore. Sono questi gli elementi che riportano Milo One Way Montero sul ring, per difendere il proprio titolo. Ma è soprattutto lei, la ragazza, che lo aiuta a credere in sé stesso. L’operazione all’occhio ha reso il pugile meno sicuro di sé: adesso vede tutti i colpi degli avversari che gli arrivano addosso.

La ragazza si copre l’occhio e copre il suo. Mi vedi? Si.

Mi vedi? Sono due semplici parole che la ragazza dice a Milo e diventano una sorta di linguaggio segreto che li tiene insieme e li separa dal caos del mondo esterno. Ma è anche il vedere oltre l’apparenza, oltre la maschera indossata per gli altri. Milo e la ragazza si comprendono e si sostengono.

Lei diventa il rifugio di Milo, il posto dove può mettere in pausa tutte le pressioni e le aspettative di Irene, la sorella, che vorrebbe rivederlo campione. Irene mette tutta se stessa nella carriera del fratello e nella gestione dell’impero economico creato con il brand One Way. Anche lei va sempre e solo avanti, l’unica direzione dei Montero, senza dare importanza a quello che travolge nel suo cammino. Irene è una donna di successo, che combatte una lotta spietata per far sopravvivere lei e il fratello. L’unico suo obiettivo è riportare Milo sul ring.

Spettatore silenzioso del clan Montero è Leo Ruffo, lo scrittore incaricato da Irene di scrivere la biografia di Milo e del suo ritorno sul ring. Ruffo rimane abbagliato dal fascino dei Montero, i quali sembrano esercitare un magnetismo, un’attrazione fatale, su tutti quelli che gravitano intorno a loro. Milo all’inizio non sembra ben disposto nei confronti di Ruffo, ma con il tempo riesce ad aprirsi. Ruffo non giudica le sue debolezze, non ha le aspettative della sorella e del resto del suo team. Ruffo ascolta e basta.

Secondo te le cose che uno ha possono pesare più di quelle che non aveva?

Approfondimento

Cronaca di lei è un romanzo con una scrittura asciutta, la cadenza delle parole che si susseguono assomigliano ai colpi ben assestati dei pugili. La narrazione scorre fluida senza interruzioni, senza i segni di punteggiatura che separano i dialoghi dalle descrizioni. La storia raccontata è a tratti cruda e spietata, priva di sentimentalismi, come un incontro di boxe, come la vita vera.

Francesca Abruzzo

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Recensione di Nessuno può volare di Simonetta Agnello Hornby

Oltre a dilettare, la scrittura può contribuire a migliorare la società in cui viviamo, scrive Simonetta Agnello Hornby nelle ultime pagine di libro. Nessuno può volare riesce bene, con capacità e audacia, in entrambi gli intenti della scrittrice italo-inglese. Nella prima parte, con un flusso di ricordi dell'infanzia siciliana, ci porta a conoscere i componenti “difettosi” di una famiglia, la sua, che insegna a sentirsi sempre e comunque “normali”. Attraverso i racconti della bambinaia ungherese zoppa o della cugina sordomuta, sospesi sapientemente tra ironia e serietà, come sa essere la vita stessa anche nelle situazioni drammatiche, l'Agnello ci invita a riflettere e a migliorarci sul grande tema della diversità, colta in ogni suo aspetto e in particolare di chi lo è nel corpo.

Una volta stabilitasi a Londra, l'avvocato Hornby si ritrova costretta ad affrontare la sua sfida più grande nel ruolo di madre; al trentenne George, uno dei due figli maschi, viene diagnosticata una grave malattia che lo costringerà progressivamente a vivere su una sedia a rotelle. Messo da parte il dolore iniziale, perché “prima si piange e meglio è”, inizia un viaggio avvincente e illuminante lungo un percorso, reale e immaginario, che ha come estremi Londra e la Sicilia e nel mezzo le avventure della disabilità, tra ostacoli, monumenti e situazioni imbarazzanti e complicate. All'insegna del british humour, non mancano aspetti divertenti raccontati da George, come la conoscenza delle diverse forme di narici di chi attende la metro o l'autobus; conoscenza appresa da un mondo visto dal basso della sedia a rotelle.

Approfondimento

Nessuno può volare è un libro sulla diversità, di ogni genere, e sull'accettazione di essa in nome del rispetto e dell'umanità; una presa di coscienza che va dal particolare all'universale, in una sorta di parallelo leopardiano. In un mondo attuale che sembra riscoprire sempre più la paura dell'altro, questo libro ci invita a restare egualmente umani, ognuno con le sue caratteristiche, perché tutti gli uccelli sanno volare, ma nessun essere umano ci è mai riuscito.

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Da lontano sembrano mosche di Kike Ferrari

 

Dall’11 gennaio in libreria

Ancora pochi giorni ci separano dal ritorno in libreria de Da lontano sembrano mosche, il brillante romanzo di Kike Ferrari riedito da Feltrinelli. In questa storia dal ritmo incalzante, Kike Ferrari usa con disinvoltura il genere noir per narrare con spietata ironia il marciume della società contemporanea, presentandoci un tipico risultato della devastazione sociale, urbana ed economica dell'Argentina post dittatura in un romanzo ricco di colpi di scena e dialoghi fulminanti, con personaggi che appartengono a un mondo di cui riconosciamo le similitudini fin troppo “da vicino”. Il suo indimenticabile protagonista, il cavalier Machi, da sempre abituato all’impunità del potere si ritrova per la prima volta alle prese con una situazione che sembra essergli sfuggita di mano, diventando l'emblema di un paese sprofondato nella palude di un neoliberalismo in cui l'uomo viene ridotto a entità trascurabile o, tutt'al più, considerato merce di scambio. Da lontano sembrano mosche è un romanzo ricco di riferimenti culturali e di stimolanti allusioni a diversi aspetti del mondo contemporaneo.

 «Probabilmente non vi ricapiterà di leggere una storia così perfetta.» - Paco Ignacio Taibo II

Il signor Machi è un uomo potente a Buenos Aires e la sua arroganza è pari alla sua ricchezza. Tra una sniffata di coca e un servizietto di qualche giovane donna in cerca di favori, inebriato dal proprio successo, si illude che resterà sempre sulla cresta dell’onda. Un giorno, alla guida della sua Bmw nera da duecentomila dollari, fora una gomma e scopre nel bagagliaio un cadavere sfigurato da un colpo di pistola a bruciapelo. E qui inizia l’incalzante serie di disavventure che, in una mattinata di discesa all’inferno, dimostra al protagonista che tutte le sue certezze e la sua sicumera sono materia corruttibile quanto la società in cui sguazzava. Chi gli ha voluto giocare un brutto tiro? Così inizia la giornata più difficile del signor Machi, che si ritrova a percorre affannosamente la città in cerca di chi gli ha giocato questo brutto tiro. Ma sono tanti quelli che lui ha schiacciato e umiliato, e sono sempre stati così insignificanti che “da lontano sembrano mosche”.

Kike Ferrari è nato nel 1972 e vive a Buenos Aires con la moglie e i tre figli. Ha esercitato i mestieri più diversi e ha vissuto quattro anni negli Stati Uniti a Fort Lauderdale, dove è andato a cercare fortuna con la moglie, prima di essere entrambi rimpatriati come immigrati illegali. Ora lavora come addetto alle pulizie nella metropolitana della capitale argentina di giorno e si dedica alla scrittura di notte. Ha pubblicato quattro libri che gli sono valsi premi importanti tra cui il premio Casas de las Américas (Cuba) e ha ottenuto con Da lontano sembrano mosche il premio come migliore opera prima al festival la Semana Negra de Gijón (Spagna). Per Feltrinelli, Da lontano sembrano mosche (2018).

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Recensione di Lincoln nel Bardo di George Saunders

Facendoci largo a spinte, incalzammo il bambino per saperne di più: cosa aveva provato a essere abbracciato in quel modo? Davvero il visitatore aveva promesso di tornare? Gli aveva dato la speranza che la sua condizione sostanziale sarebbe mutata? Nel caso, detta speranza poteva valere anche per noi?

È il 1862 quando William Wallace Lincoln, detto Willie, il figlio del presidente degli Stati Uniti d'America Abraham Lincoln, muore a soli dieci anni d'età per l'aggravarsi di una febbre tifoide mal diagnosticata, forse semplicemente trascurata. Il dolore della perdita è straziante per i genitori: si racconta che Willie fosse un bambino particolarmente festoso e vivace, una "simpatica canaglia" a cui venivano perdonate quasi tutte le marachelle. Il presidente Lincoln in particolare deve affrontare un disagio opprimente: vorrebbe trovare il tempo di piangere, di poter sfogare la sua disperazione, ma non può trascurare che fuori infuria la Guerra Civile, che ad appena qualche ora di marcia da Washington gli eserciti dell'Unione e dei Confederati stanno spargendo fiumi di sangue nei campi di battaglia e che una buona parte dell'opinione pubblica - dai membri del Congresso fino ai più umili popolani - attribuisce proprio a lui le responsabilità di questa tragedia così lacerante.

Intanto nel placido cimitero di Oak Hill, nel sobborgo di Georgetown, l'arrivo del piccolo Lincoln non è ovviamente passato inosservato: il motivo però non è né la fama della famiglia né (se non in parte) la drammaticità dell'evento. Fra le tombe e le lapidi si muove infatti una nutrita comunità, un gruppo composito di personaggi che accoglie il nuovo venuto e cerca di conoscerne la storia. Molti non conoscono - o per meglio dire si convincono di non conoscere - la propria condizione, quella di anime defunte non ancora segnate dal giudizio divino, sospese fra l'attaccamento alla materialità della vita che fu e la misteriosa e ineluttabile attrazione per il proprio destino in qualità di sostanza spirituale. Saranno soprattutto in tre – lo stampatore Hans Vollman, il giovane Roger Bevins III e il Reverendo Everly Thomas – a occuparsi dell'arrivo di Willie, a introdurlo in questo nuovo mondo, a rassicurarlo e a proteggerlo dalle tante insidie a cui anche in questa forma si è costretti a far fronte. In ogni caso, si dicono i tre, la permanenza dei più piccoli è in genere breve, solo una sosta verso una prospettiva più alta e migliore. Ci si accorge presto che col nuovo arrivato è diverso: il piccolo Lincoln infatti non ha nessuna intenzione di abbandonare la tomba in cui il suo corpo è stato deposto, almeno fino a quando non avrà avuto modo di rivedere suo padre, di provare a parlargli e confessargli quanto affetto e ammirazione nutrisse per lui.

Il desiderio di Willie quasi miracolosamente si compie: il Presidente, straziato dal dolore e sopraffatto dalla necessità di concedersi un intimo e personale commiato dalla propria creatura, si reca, solo e col favore della notte, nel cimitero. È un evento straordinario, che strabilia e infonde un'inattesa energia nelle anime dei defunti, ora più che mai decise a resistere, a sperare che i legami col mondo terreno si rinsaldino e non si strappino più. Abraham Lincoln però è un uomo profondamente consapevole delle sue responsabilità civili e politiche, specie in un frangente storico così drammatico per l'intera nazione americana. Pur avvertendo dunque un bisogno quasi fisiologico di non recidere il filo che lo lega all'anima del figlio, pur vivendo il naturale senso di colpa dato dal doversene separare, comprende anche che i giorni del lutto finiranno e che la sua immagine pubblica dovrà prima o poi tornare a coprire quella privata. Inizia dunque un rapido cammino verso la conclusione della vicenda, una battaglia interiore che è anche il racconto di un'interazione fra due mondi, destinati a lambirsi vicendevolmente senza mai compenetrarsi, a lasciare tracce l'uno nell'altro senza però la possibilità di invertire le reciproche sorti.

C' è poco da girarci intorno: Lincoln nel Bardo è un libro bello, pieno, tanto commovente e profondo quanto leggibile e ironico. George Saunders – noto al grande pubblico soprattutto per i suoi saggi e le sue short stories – ha saputo trovare e dipanare, anche se all'esordio nel “lungometraggio narrativo”, il filo conduttore della componente emotiva di una vicenda storica, se si vuole marginale rispetto ai grandi avvenimenti ma non per questo poco cruciale in termini personali per i protagonisti che la vissero. La vera cifra del romanzo però sta nella sua costruzione corale, con le anime che popolano il bardo - concetto di spazio tra vita e morte che l'autore ha magistralmente traslato dal naturale alveo del buddismo tibetano alla prospettiva del cristianesimo protestante - a costruire una narrazione coesa e ricca di sentimento che parte dalle singole voci, un po' come avveniva nella tragedia classica e, per restare a un esempio più recente e forte di un'analogia nell'ambientazione, nei ritratti dell'Antologia di Spoon River. Un libro insomma per la cui lettura occorre armarsi di una certa disposizione d'animo (e, per i più facili alle lacrime, anche di qualche fazzoletto), ma che non c'è dubbio arricchisca chiunque arrivi a girare l'ultima pagina.

Approfondimento 

A fare da contrappeso alle vicende di Willie Lincoln e del suo celebre padre, filtrate dal racconto degli abitanti del cimitero di Oak Hill, ci sono stralci di testimonianze e cronache sulla vita della famiglia presidenziale, raggruppate in brevi capitoli e proposto all'interno di questi senza soluzione di continuità. Si avvicendano così apologeti e detrattori, fedelissimi e oppositori: difficile stabilire quali siano le fonti autentiche e quali le invenzioni letterarie dell'autore, ma l'obiettivo di restituire, attraverso questi passaggi, una valutazione storico-culturale sulla figura di Abraham Lincoln nella sua dimensione politica ma forse ancor più nella sua sfera privata, delineandone - anche stavolta a più mani - una nitida fisionomia, è pienamente centrato.

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Recensione di Luoghi popolati di figure di Josè Saramago

A sinistra, sull’altra riva, si allineano i pioppi che a questa distanza, a causa del vento che ne fa fremere le foglie in un’interminabile vibrazione, mi ricordano l’interno di un alveare.

Luoghi popolati di figure, questa piccola raccolta di racconti, attraverso la descrizione di luoghi semplici e conosciuti, riesce a trasmetterne la profondità, a fare dei parallelismi con l’animo umano mettendone in luce le sensazioni che esprimono.  L’autore ha uno stile quasi poetico nel narrare i suoi ricordi, mettendoli su carta per “fissarli” e renderli eterni quasi fossero un dipinto da ammirare e interpretare. Ogni racconto attraverso gli occhi di Saramago prende vita, è difficile esprimere a parole le sensazioni che vengono trasmesse al lettore, perché ciascuno di questi racconti tratta argomenti diversi che ognuno può cogliere o meno, andando in profondità e vedendone il significato o soffermandosi al vero e proprio ricordo, magari richiamandone di propri.

In La casa d’infanzia Saramago, attraverso il ricordo della sua dimora di bambino rivista in età adulta, parla del tempo che passa, delle esperienze che ci formano e cambiano, proprio come avviene alla casa.

Su Marte, ad esempio, ogni marziano è responsabile per tutti i marziani.

L’autore tratta anche l’argomento della fratellanza e del rispetto per la natura nel racconto Un azzurro per Marte, immaginando di passare del tempo con i marziani che hanno uno stile di vita molto diverso dalla società terrena, in cui non esistono egoismo e inquinamento.

Si tranquillizzino i sognatori, i contemplativi. Anche la terra vista da lontano è, a quando dicono, uno spettacolo di indescrivibile bellezza.

In La luna che ho conosciuto si fa riferimento allo sbarco su questo affascinante satellite e al progresso dell’uomo, ma anche a come gli uomini siano affascinati da ciò che non hanno mai visto e che da lontano può apparire bellissimo e al desiderio insito nella natura umana di desiderare ciò che non si può avere; oppure in L’isola deserta si possono cogliere gli oggetti le cose ritenute importanti dall’autore dagli oggetti scelti da portare con sé su un’isola.

Tutto in Luoghi popolati di figure richiama emozioni e immagini, inaspettate e semplici, come quelle che con un occhio attento si possono provare e vedere ogni giorno attorno a noi.

Approfondimento Non mi aspettavo di appassionarmi a una simile raccolta, di riuscire a dare a ognuno di questi racconti un significato personale. Credo infatti che al di là delle intenzioni dell’autore, ognuno possa ritrovare qualcosa di sé, che sia un ricordo, una sensazione, un’interpretazione.

Lo stile di Saramago mi ha conquistata, frasi che evocano emozioni e descrizioni attraverso le quali sembra di poter realmente vedere i luoghi, una lettura che consiglio a tutti, per farsi trasportare dalle sensazioni e dai ricordi.

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Recensione di L’altra faccia della faccia di Karl Ove Knausgård

La comprensione dell’essere umano passa per questo punto poco considerato e fragile del corpo umano. La nuca non occupa un posto di primaria importanza nella definizione dell’individuo, a differenza del suo opposto, il viso. È la parte più vulnerabile ed esposta del corpo umano, più del cuore il quale è protetto dalla gabbia toracica. La nuca viene mostrata, nella maggior parte dei casi, in situazioni violente che sottolineano la sua fragilità: decapitazioni, impiccagioni. La sua vulnerabilità ci fa comprendere il significato simbolico dell’inchino, nel quale viene mostrata volontariamente: attraverso questo gesto ci mettiamo a nudo, offriamo la nostra parte più vulnerabile, mettiamo la nostra vita nelle mani dell’altro.

La nuca è il punto di partenza di riflessioni più ampie sul corpo dell’uomo, sulla sua anatomia, sulla sua fragilità e allo stesso tempo sulla capacità della moderna scienza medica di sostituire le varie parti. Il corpo umano viene suddiviso in sezioni, non viene considerato nel suo insieme, viene assimilato ad una macchina e i medici vengono paragonati ad ingegneri. Si passa dalla medicina alla scienza, ma il punto di partenza e di conclusione di tutte queste considerazioni resta sempre lei, la nuca.

La nuca è immutabile nonostante l’evoluzione dell’uomo, i mutamenti degli usi della società, i progressi della scienza e della tecnologia.

Quando osservo le fotografie di questo libro [n.d.r. L’autore fa riferimento al libro fotografico Nackar di Thomas Wågström, Svezia, Max Ström 2014] che ritraggono nuche, è questo quello che vedo. Una nuca non può essere moderna. Una nuca è nel tempo, appartiene al tempo, ma non ne viene plasmata. Anche se fosse stato possibile scattare queste immagini diecimila anni fa, sarebbero risultate pressoché identiche. Sì, sono convinto che le foto delle nuche degli uomini di Neanderthal non sarebbero state molto differenti da queste. In altre parole, la nuca è intatta, rimane incontaminata dalla cultura, è, in un certo senso, pura natura.

La nuca è anche il punto di partenza di riflessioni sulla società di oggi nella quale tutte le parti del corpo sono state mostrate e mercificate. L’unica parte rimasta fuori da sfruttamenti per fini commerciali è proprio la nuca, forse per il suo essere “muta”, priva di espressioni. Ma nonostante sia considerata muta, la nuca, comunica due aspetti opposti della personalità dell’uomo: “andare a testa alta” e “starsene a capo chino”. La nuca è quindi il punto di transizione tra autoaffermazione e sottomissione.

Le poche pagine che compongono L'altra faccia della faccia racchiudono la comprensione dell’essere umano, della percezione che ha di se stesso e degli altri, partendo dall’osservazione della nuca. La necessità di comprendere gli altri, il mondo che ci circonda, iniziando dalla conoscenza e dall’osservazione di se stessi, di ogni parte del proprio corpo, anche di quelle non immediatamente visibili attraverso uno specchio. Come ci vedono gli altri? Come ci percepiscono?

Viviamo nel sociale, che rappresenta l’identicità, la luce dei volti, però esistiamo nel diverso, in ciò che ci risulta sconosciuto, estraneo; è l’altra faccia della faccia, quella che si volge allontanandosi muta, fuori dalla portata della lingua […]

Approfondimento

Con L'altra faccia della faccia, in poche pagine e attraverso concetti semplici, Karl Ove Knausgård ci racconta la storia dell’uomo e della società in cui vive partendo dalla parte più banale e fragile del corpo umano. Ci svela i significati simbolici di questa parte del corpo e dei suoi riflessi nella società. La nuca è il cardine dell’uomo, determina il modo in cui ci presentiamo agli altri ed è il punto di transazione tra razionale e irrazionale. Nonostante sia considerata come la parte “muta” del corpo, la nuca ci racconta la società dal suo punto di vista, un punto di vista nuovo, opposto rispetto a quello a cui siamo abituati.

Francesca Abruzzo

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Recensione di La pioggia deve cadere di Karl Ove Knausgård

Era come se il pensiero di lei cancellasse qualche cosa dentro di me. E fosse in grado di assegnarmi un nuovo inizio o di trasferirmi in un altro luogo.

La pioggia deve cadere inizia verso la fine degli anni Ottanta con l'arrivo di un giovane Karl Ove a Bergern per iniziare l'accademia di scrittura. Karl in un primo momento avrà come unica conoscenza suo fratello Yngve e alcuni suo amici. Nell'accademia inizialmente ha delle difficoltà, specialmente con la poesia, ma grazie al suo impegno riuscirà a superarle. Nel corso dell'anno precedente aveva conosciuto una ragazza di nome Ingvild di cui si era innamorato, che studiava nella stessa città, ma purtroppo il suo amore non era stato ricambiato. Da questo momento il protagonista si sentirà emotivamente fragile e farà cose di cui poi si pentirà amaramente. Il bere, lo star fuori tutte le sere e il saltare le lezioni lo porteranno a prendere una decisione definitiva sulla propria vita e, grazie anche alla sua nuova fidanzata Gunvor, sul ricominciare a scrivere.

Durante le estati inizia a lavorare negli ospedali e d’inverno continua a studiare e a suonare la batteria nel gruppo del fratello. La pioggia deve cadere continua con le vicissitudini della vita di Karla, fino ad arrivare alla pubblicazione del suo primo romanzo. Questo romanzo è una biografia, infatti è lo stesso Karl a narrarci la sua vita. Ci fa conoscere appieno l'autore donandoci una sua visione a 360 gradi, è molto descrittivo sia dei luoghi in cui è ambientato sia dei personaggi. È un romanzo che per la sua mole può sembrare pesante da leggere, ma in realtà è molto scorrevole. Knausgård ci dà una visione anche sui problemi causati dall'alcol e quanto questi possano alterare i nostri comportamenti.

Prima di leggere La pioggia deve cadere non conoscevo né l'autore né la sua storia, però sicuramente leggerò in futuro altre sue opere, in quanto ho apprezzato la scrittura fluida. Consiglio questo libro agli amanti dello scrittore o a chi ama le storie vere.

Non esiste nessuna differenza tra un romanzo di intrattenimento e uno intellettuale, la differenza sta nell'aura che acquistano, che viene decisa dai lettori non dall'opera in sé.

Approfondimento

La pioggia deve cadere è composto da sette capitoli, ed è scritto in forma diretta in quanto autobiografia.

Un’altra opera importante scritta da Knausgård è La morte del padre, persona con la quale aveva un rapporto conflittuale. È un romanzo che ti fa aprire gli occhi sulla vita e quanto il percorso sia pieno di buche e di intralci.

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Oltre l’inverno di Isabel Allende

Dal 9 novembre in libreria

Ancora pochi giorni ci separano dall’arrivo in libreria di Oltre l'inverno, il nuovo romanzo mozzafiato di Isabel Allende edito da Feltrinelli. Tra New York e l’America Latina, tre personaggi indimenticabili e i loro destini si incrociano per dare vita, in queste pagine, ad un thriller dalle conseguenze imprevedibili. Con Oltre l'inverno la Allende scrive una delle sue storie più personali: un romanzo di grande attualità che affronta temi di rilevanza mondiale come l'emigrazione e l'identità nazionale.

Lucía, cilena espatriata in Canada negli anni del brutale insediamento di Pinochet, ha una storia segnata da profonde cicatrici: la sparizione del fratello all’inizio del regime, un matrimonio fallito, una battaglia contro il cancro, ma ha anche una figlia indipendente e vitale e molta voglia di lasciarsi alle spalle l’inverno. E quando arriva a Brooklyn per un semestre come visiting professor si predispone con saggezza a godere della vita. Richard è un professore universitario spigoloso e appartato. Anche a lui la vita ha lasciato profonde ferite, inutilmente annegate nell’alcol e ora lenite solo dal ferreo autocontrollo con cui gestisce la sua solitudine; la morte di due figli e il suicidio della moglie l’hanno anestetizzato, ma la scossa che gli darà la fresca e spontanea vitalità di Lucía restituirà un senso alla sua esistenza. La giovanissima Evelyn è dovuta fuggire dal Guatemala dove era diventata l’obiettivo di pericolose gang criminali. Arrivata avventurosamente negli Stati Uniti, trova impiego presso una facoltosa famiglia dagli equilibri particolarmente violenti: un figlio disabile rifiutato dal padre, una madre vittima di abusi da parte del marito e alcolizzata, un padre coinvolto in loschi traffici. Un incidente d’auto e il ritrovamento di un cadavere nel bagagliaio della macchina che saranno costretti a far sparire uniranno i destini dei tre protagonisti per alcuni lunghi giorni in cui si scatena una memorabile tempesta di neve che li terrà sotto assedio.

Brooklyn, ai giorni nostri. Durante una tempesta di neve, Richard Bowmaster, professore universitario spigoloso e riservato, tampona la macchina di Evelyn Ortega, una giovane donna emigrata illegalmente dal Guatemala. Quello che sembra solo un banale incidente prende tutt’altra piega quando Evelyn si presenta a casa del professore per chiedere aiuto. Smarrito, Richard si rivolge alla vicina, che conosce a malapena, Lucía Maraz, una matura donna cilena con una vita complicata alle spalle. Lucía, Evelyn e Richard, tre persone molto diverse tra loro, si ritrovano coinvolte in un thriller dalle conseguenze imprevedibili. Tre destini che Isabel Allende incrocia per dare vita a un romanzo mozzafiato e molto attuale sull’emigrazione e l’identità americana, le seconde opportunità e la speranza che, Oltre l’inverno, ci aspetti sempre un’invincibile estate.

"Voleva approfittare di ogni singolo giorno, perché ormai erano contati e sicuramente erano meno di quelli che lei sperava. Non c’era tempo da perdere.

Isabel Allende è nata a Lima, in Perù, nel 1942, ma è vissuta in Cile fino al 1973 lavorando come giornalista. Dopo il golpe di Pinochet si è stabilita in Venezuela e, successivamente, negli Stati Uniti. Con il suo primo romanzo, La casa degli spiriti del 1982 (Feltrinelli, 1983), si è subito affermata come una delle voci più importanti della narrativa contemporanea in lingua spagnola. Con Feltrinelli ha pubblicato anche: D’amore e ombra (1985), Eva Luna (1988), Eva Luna racconta (1990), Il Piano infinito (1992), Paula (1995), Afrodita. Racconti, ricette e altri afrodisiaci (1998), La figlia della fortuna (1999), Ritratto in seppia (2001), La città delle Bestie (2002), Il mio paese inventato (2003), Il Regno del Drago d’oro (2003), La Foresta dei pigmei (2004), Zorro. L’inizio di una leggenda (2005), Inés dell’anima mia (2006), La somma dei giorni (2008), L’isola sotto il mare (2009), Il quaderno di Maya (2011), Le avventure di Aquila e Giaguaro (2012), Amore (2013), Il gioco di Ripper (2013), L'amante giapponese (2015), Oltre l'inverno (2017). Negli Audiolibri Emons Feltrinelli: La casa degli spiriti (letto da Valentina Carnelutti, 2012) e L’isola sotto il mare (letto da Valentina Carnelutti, 2010). Inoltre Feltrinelli ha pubblicato Per Paula. Lettere dal mondo (1997), che raccoglie le lettere ricevute da Isabel Allende dopo la pubblicazione di Paula, La vita secondo Isabel di Celia Correas Zapata (2001). Nel 2014 Obama l’ha premiata con la Medaglia presidenziale della libertà.

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